Il Racconto dei Racconti, di Gian Battista Basile: una breve considerazione

Giambattista-Basile

La fiaba e il fantasy di stampo partenopeo, Il Racconto dei Racconti

Scritto da Giambattista Basile col titolo Lo Cunto de li Cunti, overo lo Trattenimento de’ Peccerille, e pubblicato postumo tra il 1634 e il 1636, Il Racconto dei Racconti rappresenta un antico e prezioso volume di raccolta di fiabe. Il testo ha una struttura boccaccesca: si tratta di un Pentamerone; cinque giornate, che cominciano con un’introduzione, la quale funge da filo narrativo tra le giornate e va a costituire la cornice nella quale si inseriscono, di volta in volta, i racconti, dieci, narrati da altrettante donne invitate a corte, nel palazzo in cui si recano per poter divertire la principessa Zoza, triste e incapace di ritrovare il sorriso. A chiudere ogni giornata, poi, un’egloga, che tira le somme di quanto raccontato, con una morale aggiunta, eccezion fatta per l’ultima giornata, al cui termine si presenta una conclusione dell’autore.

Un testo complicato, scritto interamente in dialetto napoletano da Basile, egregiamente adattato in alcuni punti per favorirne la comprensione ai lettori da Ruggero Guarini, e curato in cooperazione con Alessandra Burani, per ADELPHI, la raccolta è un enorme patrimonio culturale letterario, ampiamente apprezzato e letto in tutta Italia in passato, come asserito da Imbriani in un suo articolo, Il Gran Basile, del 1875. Egli, di fatto, fu tra i massimi studiosi ed estimatori dell’autore di quegli anni, e sostiene che per la sua struttura, ispirata ad altri grandi della letteratura italiana passata, e per i temi, tanto originali nel modo di essere trattati, quanto unici nella loro natura, furono in grado di superare gli ostici confini linguistici determinati dal dialetto napoletano del tempo e far breccia nei lettori dell’intera nazione, e non solo. In un suo saggio, Gianbattista Basile e l’elaborazione artistica delle fiabe popolari, Benedetto Croce afferma che in Germania, grazie allo studio dei fratelli Grimm sulle fiabe popolari e la tradizione orale, e in Gran Bretagna, l’opera godette di enorme successo con delle traduzioni che permisero la diffusione dei racconti tra il popolo, non solo di letterati, ma anche di lettori occasionali mediamente acculturati.

Basile scrive le sue fiabe basandosi su racconti di stampo mitologico, ritraendo in essi spettri dell’animo umano tanto differenti ed esagerati da risultare fantastici e irreali. Secondo Imbriani, storici e studiosi dei secoli scorsi – egli cita Theodore Benfey – hanno asserito che le fiabe fossero di ispirazione indiana, passate poi in Occidente attraverso il potere, grandioso e “snaturalizzante”, del tramandamento orale, in numerose versioni prima dell’avvento del Cristianesimo e rimaste impresse nella tradizione letteraria di numerose culture, grazie alle quali sono pervenuteci in storie di variegate natura e forma: contraffatte, non da intendersi in senso negativo, e adattate a seconda della cultura, dei ceti che le narravano, e per questo private in parte della loro origine, sospese, orfane, nel vuoto del tempo.

A tal proposito, Imbriani riconosce a Basile il grande pregio di aver non solo riportato alla luce una quanto mai spiccata natura popolare nelle storie alle quali ha attinto per i propri racconti, ma di aver donato loro un’essenza importante, l’impronta della propria personalità. Storie che non sembravano ormai appartenere a nessuno hanno assunto con Basile un nuovo ruolo: quello di fiabe della tradizione barocca partenopea. La scelta di utilizzare il napoletano, e sfruttare la rozzezza e la schiettezza, quale era il linguaggio del volgo, ma in maniera artistica, dona ai racconti un sapore popolano, volgare, ma mai basso, grazie all’elevatezza di stile con cui Basile si destreggia e risolleva i temi trattati. E si passa così da una storia all’altra, assaporandone la napoletanità della quale l’opera è impregnata, leggendo degli usi e dei costumi che la caratterizzano, senza scadere nel faceto. Imbriani, come anche Croce qualche decennio dopo di lui, afferma che l’opera si eleva per stile con frasi figurate e proverbiali, usanze e citazioni letterarie e mitologiche, e addirittura cenni della storia antica, elementi di certo non molto noti al popolo, all’epoca.

Della stessa opinione è Benedetto Croce, il quale, estimatore nonché primo traduttore/adattatore in italiano dell’opera pubblicata da Editori Laterza (Bari), afferma che Il Cunto de li Cunti nient’altro è se non il «più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari», come, a suo dire, gli stessi fratelli Grimm avevano sostenuto a loro tempo. L’opera, spesso paragonata alle raccolte di fiabe siciliane e fiorentine del passato, e in alcuni casi accusata di esserne solo la copia, un’imitazione in lingua napoletana, viene vista da Croce come separata da tutte le altre, definita un libro “vivo”, che prendeva di esempio, per poterne parlare in maniera anche satirica e umoristica, parodiarne in parte, la materia dei romanzi cavallereschi e la letteratura popolare.

Un’opera, dunque, varia e poliedrica, dalla quale emergono bellezze e brutture dell’uomo descritte con caparbietà e uno stile divertente e autoironico, ma sempre controllato. Nel suo Cunto de li Cunti, Basile mette in atto una fiera dell’esistenza: mostra l’onestà delle fanciulle che popolano le fiabe con protagoniste femminili, perseguitate dalla cattiveria dei personaggi che le circondano; ne mostra il coraggio e la determinazione, ma anche la grazia e la femminilità, così in contrasto la bruttezza e la vigliaccheria che infangano e imputridiscono l’animo dei villani, degli antagonisti che vivono nei racconti. Nelle fiabe vi si legge il coraggio, e la codardia, la saggezza e la furbizia, ma anche l’ignoranza, la stupidità, e la goffaggine.

Non mancano poi gli insegnamenti morali delle egloghe a conclusione delle prime quattro giornate. È lì che vediamo la satira sulla diversità tra l’apparenza e la realtà, in La cappella; il sottile velo che distingue e confonde il bene, visto come male, e il male, che diventa il bene, in La cintura; il danno e la rovina a cui portano l’ambizione umana e l’indulgere in ogni piacere, in La stufa; e in fine la cupidigia universale, in La volpara o l’uncino.

Ed è in questo caleidoscopio di personaggi e della loro indole dalle mille sfaccettature che viene piantato il seme per la nascita di due importanti e famose fiabe occidentali: alcuni cenni nei racconti, infatti, porteranno all’origine de La Bella Addormentata nel Bosco; mentre è presente nella prima giornata, come sesta novella, La Gatta Cenerentola, forse la prima versione della più famosa fiaba al mondo, che ispirò una commedia omonima del napoletano Roberto De Simone, nel 1976.

Un’opera, dunque, quella di Basile, che in sé racchiuse, racchiude usanze, costumi, letteratura e storia, e che nella sua unicità rappresenta un’opera d’arte.

 

Opere consultate:

BASILE Giambattista, Il Racconto dei Racconti, Milano, Gli Adelphi, 1994. Traduzione di Ruggero Guarini, a cura di R. Guarini e Alessandra Burani.

CROCE Benedetto, Giambattista Basile e l’elaborazione artistica delle fiabe popolari, in Storia dell’età barocca in Italia, Milano, Adelphi, 1993, pp. 539-67 (orig. Premessa alla traduzione di Croce a Cunto de li Cunti, Bari, Editori Laterza, 1925).

IMBRIANI Vittorio, Il Gran Basile, nel «Giornale napoletano di filosofia e lettere», dicembre 1875, vol. II, pp. 429-59; riportato in Il Racconto dei Racconti, Milano, Adelphi, a cura di R. Guarini.

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