Il processo a cognizione piena: cos’è e come si svolge (diritto italiano)

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Il processo a cognizione piena è un processo giuridico molto complesso, in cui trova attuazione il diritto di azione di cui all’articolo 24Cost. In tale processo possono essere dedotte tutte le situazioni giuridicamente rilevanti e questo anche se manca una norma, con riferimento a quella determinata situazione, consente al cittadino di aprire il processo a cognizione piena. Quindi il primo connotato di tale processo è la sua atipicità, connotato da non prendere per scontato perché quando si andrà a studiare i procedimenti speciali disciplinati nel quarto libro del codice di procedura civile, vedremo che lì invece è la regola opposta. In tali processi il connotato principale è la tipicità, nel senso che tutti questi strumenti andranno ad essere utilizzati solo con riferimento alle situazioni sostanziali individuate dalla legge.

I due tipi di processi a cognizione piena

Intanto, i processi a cognizione piena sono due :
1) Il rito ordinario, che è il rito generale.
2) il rito lavoro che si applica principalmente alle controversie in materia di lavoro, art.409 cpc, e in materie di assistenza e previdenza obbligatorie, art.413 cpc, poi ci sono ulteriore ipotesi che vedremo a suo tempo.
Il processo a cognizione piena, oltre alla sua atipicità, si connota per 3 caratteristiche e anche queste 3 caratteristiche, che vi ho richiamato a conclusione della passata lezione, servono a tenerla distinta rispetto ai procedimenti speciali o procedimenti sommari, perché la cognizione è sommaria in contrappunto alla cognizione piena.
La prima caratteristica è quella relativa alla predeterminazione a livello legale circa le forme ed i termini di svolgimento di questo processo. Vuol dire che noi troviamo nel codice la disciplina di tutti i poteri, doveri e facoltà appartenenti ai protagonisti di questo processo, che sono le parti: attore, convenuto e giudice nelle ipotesi semplici ma in verità nel processi complessi le parti sono molto più numerose. Vedremo che il codice detta in maniera minuziosa tutte le regole volte ad individuare i poteri, doveri e facoltà appartenenti a questo soggetto, le modalità in cui questi poteri devono essere esercitati ed i termini. Questa predeterminazione riguarda tutte le fasi del processo : la fase introduttiva, la fase di trattazione (quella centrale), la fase decisoria ed in particolare riguarda la fase istruttoria (che si colloca all’inizio della fase di trattazione). Vedremo che la legge individua in maniera molto precisa le fonti di prova, i soggetti su iniziativa dei quali le prove possono essere assunte, le modalità di assunzione delle prove ed i termini entro cui le prove devono essere richieste. Questa regolamentazione così minuziosa non è soltanto un appesantimento ma è una garanzia per le parti, perché questa disciplina così minuziosa è garanzia di controllabilità.

Dal momento in cui la legge mi detta in maniera specifica le regole di svolgimento di questo procedimento, le parti hanno la possibilità di chiedere ad un giudice diverso, rispetto a quello che ha seguito il processo, un controllo circa il rispetto da parte del giudice precedente di questa minuziosa regolamentazione. Tale regolamentazione, certamente, viene predisposta da parte della legge per dare attuazione a quelli che sono i principi fondamentali del processo. In modo particolare il principio del contraddittorio, principio costituzionale enucleato all’art. 111Cost, che indica l’esigenza che le parti siano sempre poste in una condizione di parità e quindi abbiano sempre la possibilità di esprimere entrambe le proprie ragioni.

Il contradditorio nel processo a cognizione piena

La seconda caratteristica è l’attivazione piena ed anticipata del contraddittorio. Vedremo che nel processo a cognizione piena la domanda giudiziale viene portata fin da subito a conoscenza del suo destinatario. L’iter varia a seconda che si versi nell’ipotesi di processo a cognizione piena secondo il rito ordinario o rito lavoro, però in ogni caso la domanda viene immediatamente portata a conoscenza del destinatario. Questo, segna la differenza rispetto ai riti speciali, perché ci sono una serie di procedimenti speciali con riferimento ai quali il contraddittorio non viene attivato immediatamente ma viene attivato in via posticipata. Attenzione, il principio del contraddittorio è un principio costituzionale, non potrà mai essere derogato a pena di incostituzionalità della legge, però si ammette che il legislatore può, in considerazione di talune particolari esigenze (la nostra costituzione lo consente e la corte costituzionale lo ha riconosciuto), acconsentire ad una attivazione posticipata del contraddittorio. Avremo modo di verificare che ci sono una serie di procedimenti speciali, i quali passano prima attraverso una fase che si svolge inaudita altera parte, quindi in presenza del solo attore, dopo tale momento viene attivato il contraddittorio. Un Esempio: procedimento di ingiunzione, art 633 ss c.p.c., che è il procedimento speciale più importante. Notate che vengono emanate in Italia un numero di decreti ingiuntivi che è di gran lunga superiore a quello delle sentenze emanate alla fine di processi a cognizione piena.

La stabilità del provvedimento nei processi a cognizione piena

La terza caratteristica riguarda la stabilità del provvedimento. Il processo a cognizione piena si chiude con un provvedimento, che generalmente ha la forma della sentenza, e se le cose vanno come vanno andare, ha attitudine ad acquistare l’autorità di cosa giudicata (il cui referente normativo è l’art. 2909 cc). Questo segna molto bene la differenza rispetto ai procedimenti speciali ed in modo particolare rispetto ad una classe importantissima di procedimenti speciali che sono i provvedimenti cautelari (le misure cautelari), i principali sono: il sequestro conservativo, il sequestro giudiziario, il provvedimento urgente ( art. 700cpc).

La caratteristica strutturale di tali provvedimenti è la provvisorietà, cioè la loro non attitudine ad acquistare l’autorità della cosa giudicata. Infatti l’art 669-decies c.p.c prevede che il provvedimento cautelare può essere sempre revocato e modificato dal parte del giudice che lo ha emanato.

Questa regola di revocabilità e modificabilità, senza limiti di tempo, da parte del giudice che ha emesso il provvedimento cautelare, segna molto bene la distanza rispetto alla sentenza che chiude il processo a cognizione piena perché, per definizione, il giudice che ha emanato la sentenza non può più toccare la materia oggetto della sentenza, lo potrà fare eventualmente un giudice superiore se vengono esperiti i mezzi di impugnazione. Questa sentenza ha in genere l’attitudine a dettare la disciplina definitiva della situazione giuridica controversa.

Scopri le “regole” del processo a cognizione piena >>

 

Fonte articolo: appunti universitari di giurisprudenza e diritto gentilmente condivisi (2017)

   
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