Il procedimento dell’appello – appunti procedura civile

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Diritto-commerciale-appunti

Ecco alcuni appunti su cos’è il procedimento d’appello e su come si svolge, buona lettura:

Volendo capire come si sviluppa il procedimento di appello, nell’ambito del processo civile la corte
d’appello è composta da 3 Sezioni (più una IV che si occupa di famiglia). Nel processo ordinario la citazione deve essere notificata alla controparte (rappresentata dall’avvocato) nel domicilio eletto dall’avvocato nel corso del processo di primo grado, oppure nel nuovo domicilio indicato dall’avvocato nella relata di notifica; dopo la notifica ci sono 10 gg per costituirsi in cancelleria (come nel processo di primo grado), in seguito l’avvocato formerà il fascicolo di parte, nel quale si dovrà inserire il fascicolo del primo grado e la copia della sentenza che si vuole impugnare, iscrivendo così a ruolo la causa. A questo punto è opportuno distinguere tra l’attuale procedura davanti alla corte d’appello e quella c.d. di vecchio rito: nella procedura di vecchio rito esisteva ancora una dicotomia tra il consigliere istruttore ed il collegio, per cui veniva designato il consigliere istruttore, davanti al quale avveniva la trattazione della causa e l’eventuale istruzione integrativa (ove fosse ammissibile), ed in seguito si arrivava all’udienza di discussione davanti al collegio. Oggi invece la situazione è diversa perché tendenzialmente il processo scorre tutto davanti all’organo collegiale, non essendoci più la designazione della figura del consigliere istruttore (se non per situazioni eccezionale), ma viene semplicemente nominato un consigliere relatore, fermo restando che la
gestione del processo rimane collegiale; tuttavia la L. 183/2011 ha previsto la possibilità per il Presidente del collegio, nell’ipotesi piuttosto rara in cui sia ammesso un supplemento istruttorio in appello, di delegare per l’assunzione dei mezzi di prova eventualmente ammessi uno dei suoi componenti (generalmente il consigliere relatore): la ratio di questa disposizione è quella di non appesantire eccessivamente l’attività dell’intero collegio.

Arriviamo così alla prima udienza e, stando al meccanismo di citazione ad udienza fissa, è l’appellante a dettare i tempi: ciò fa capire che, in linea di massima, l’inizio effettivo della trattazione del processo è più veloce quando l’atto introduttivo assume la forma della citazione. Alla prima udienza (ex art. 350 c.p.c, l’udienza di trattazione) si arriva davanti al collegio: essa è (almeno potenzialmente) un’udienza ricca di contenuti; in primo grado (ex art. 183) il giudice è chiamato alle verifiche preliminari per fare in modo che, dal punto di vista processuale, il processo sia correttamente incardinato prima della trattazione vera e propria e dell’eventuale istruzione: allo stesso modo anche la corte d’appello è chiamata ad una serie di VERIFICHE PRELIMINARI.

La prima di queste operazione è la verifica di procedibilità dell’appello, ed a tal proposito l’art. 348 c.p.c
contiene due ipotesi di improcedibilità, e cioè: • L’appello è dichiarato improcedibile se l’appellante non si costituisce nel termine di 10 gg; • Se l’appellante non compare alla prima udienza benchè si sia costituito, il collegio, con ordinanza non impugnabile, rinvia la causa ad una prossima udienza, della quale il cancelliere dà comunicazione all’appellante, e l’appello è dichiarato improcedibile se l’appellante non compare anche a questa udienza. L’appellato invece si deve costituire 20 gg prima dell’udienza prevista nell’atto di citazione (e non dall’udienza effettiva); se anche l’appellato è soccombente (soccombenza reciproca), l’art. 343 c.p.c dispone che egli deve proporre l’appello incidentale, da proporsi entro gli stessi termini dell’impugnazione
principale, e se per lui i termini sono già scaduti gli egli può fare l’appello incidentale tardivo, che deve
essere proposto nella comparsa di risposta; se l’interesse all’impugnazione deriva non dall’impugnazione principale, ma da quella incidentale, l’appello si propone alla prima udienza (stiamo parlando comunque di ipotesi particolari). Nel processo del lavoro invece l’appellante si costituisce depositando il ricorso nella cancelleria (quindi certamente non si pone un problema di improcedibilità per mancata costituzione), la causa viene iscritta a ruolo ed il presidente della corte d’appello sezione lavoro fissa l’udienza, e ricorso e decreto devono essere comunicati dalla cancelleria al ricorrente, affinchè quest’ultimo li notifichi all’appellato; il soggetto a cui viene notificata l’impugnazione, se non propone impugnazione incidentale, si deve costituire con una memoria 10 gg prima, mentre se l’appellato vuole proporre impugnazione incidentale, deve farlo nella memoria difensiva, ma in più ex art. 436 c.p.c, l’appello incidentale deve essere notificato all’appellante in via principale (mentre nel processo ordinario l’appello principale si deposita soltanto).
Seconda operazione da svolgere è la verifica della regolarità del contraddittorio (verifica fatta anche in
primo grado, ex art. 183), e questo è un tipico esempio di verifica fatta su sollecitazione di parte (perché la maggior parte delle volte il giudice non arriva in udienza avendo già studiato la causa): se si riscontra che non si è costituito qualcuno degli appellati e non si ha la certezza del regolare perfezionamento del procedimento notificatorio (ad es. manca l’avviso di ricevimento della raccomandata), il collegio dovrà ordinarne la rinnovazione; il rischio più grave è che non ci accorga di questa irregolarità nella prima udienza, bensì nell’udienza di precisazione delle conclusioni (che di regola è fissata a circa 4 anni di distanza dall’udienza di trattazione): in tal caso bisognerà comunque rimettere in carreggiata il processo, ed il più delle volte la corte emana un’ordinanza con cui da un lato ordina la nullità della notificazione, e dall’altro lato fissa all’appellante un termine perentorio per rinnovarla, fissando contestualmente una nuova udienza.

Nei processi con pluralità di parti (ad es. nel caso in cui ci sia una pluralità di convenuti appellati) i problemi di incompletezza della documentazione probatoria della regolarità della notifica a taluno dei convenuti appellati spesso, in base alla giurisprudenza della Cassazione, si accompagnano all’utilizzo dell’art. 331 c.p.c, l’integrazione del contraddittorio: nel caso di cause inscindibili, dice la Cassazione, qualora l’impugnazione risulti proposta nei confronti di tutti i legittimati passivi (nel senso che l’appellante li abbia individuati ed indicati come destinatari dell’impugnazione) ma poi, in relazione ad uno o alcuni di essi la notifica sia rimasta comunque inefficace o non ne venga dimostrato il perfezionamento (ad es. manca l’avviso di ricevimento della raccomandata), deve trovare applicazione l’art. 331, in ossequio al principio del giusto processo in ordine alla regolarità del contraddittorio ex art. 111 Cost, da ritenersi prevalente, di regola, rispetto al principio della ragionevole durata del processo; di conseguenza in tale circostanza il giudice deve ordinare l’integrazione del contraddittorio, non potendo dichiarare inammissibile l’impugnazione. Tuttavia all’udienza di trattazione la corte deve dichiarare la contumacia degli appellati nei cui confronti ci sia prova di regolare notificazione dell’atto di impugnazione. Un aspetto particolare riguarda l’intervento di un terzo nel processo di appello, e nel processo del lavoro l’art. 404 c.p.c dà la possibilità di proporre opposizione di terzo a quei terzi che dovevano partecipare al processo e che non hanno partecipato, e quindi essenzialmente il litisconsorte necessario, il pretermesso, il titolare di un diritto autonomo incompatibile; invece nel processo ordinario l’art. 344 c.p.c dispone che “nel giudizio di appello è ammesso soltanto l’intervento di terzi che potrebbero proporre opposizione a norma

dell’art. 404”.
Queste che abbiamo detto fino ad ora sono le attività più di routine che il collegio può compiere, ma
affianco ad esse si collocano attività più particolari, sulle quali occorre porre attenzione: particolare
importanza riveste la disciplina della provvisoria esecutività. In linea di massima l’esecuzione della
sentenza di primo grado NON è sospesa per effetto dell’impugnazione, infatti l’art. 282 c.p.c dispone che “la sentenza di primo grado è provvisoriamente esecutiva tra le parti”: la vaghezza di questa formula ha suscitato non pochi problemi, ma alla fine la Cassazione ha affermato il principio secondo cui SOLO i capi condannatori di una sentenza sono provvisoriamente esecutivi. Di conseguenza quando l’art. 283.1 c.p.c (con riferimento al processo ordinario) dispone che “il giudice di appello può, su istanza di parte proposta con l’impugnazione principale o incidentale, sospendere in tutto o in parte l’esecuzione della sentenza di primo grado quando ricorrono gravi e fondati motivi, anche in relazione alla possibilità di insolvenza di una delle parti, con o senza cauzione”, si evince che la corte d’appello potrà pronunciare l’inibitoria (cioè la sospensione della provvisoria esecutorietà) SOLO in relazione ai capi condannatori della sentenza di primo grado. In quanto questa norma fa riferimento a “gravi e fondati motivi”, è necessario esaminare il fumus boni iuris ed il periculum in mora: devono esistere entrambi per concedere l’inibitoria; il problema è che la corte d’appello difficilmente troverà una causa in cui sono consistenti entrambi gli elementi, ma nella maggior parte dei casi ci si troverà di fronte ad ipotesi intermedie in cui varia lo spessore tra fumus e periculum: • Se il fumus è più consistente del periculum, l’appello si presenterà manifestamente fondato, ed i giochi si svolgeranno sul periculum: la corte d’appello di Bari si presenta più tollerante sul periculum, e
di conseguenza quando il fumus assume una consistenza particolare, essa tende a non essere “severa” sull’apprezzamento del periculum. • Se il periculum è più consistente del fumus, la Corte di appello di Bari tende a considerare se i capi condannatori involgono MODIFICAZIONI PRESSOCHE’ IRREVERSIBILI DELLO STATO DEI LUOGHI (e quindi dello status quo ante): se ad es. la parte soccombente in primo grado eseguisse un capo che ordina la demolizione di una parte di edificio, anche vincesse l’appello l’esecuzione di quel capo condannatorio renderebbe irreversibile la situazione ed impossibile il ripristino dello stato dei luoghi; di conseguenza alla corte basta rilevare la serietà e la obiettiva incontrovertibilità delle questioni poste con l’atto di appello: se sussistono questi caratteri, il collegio è indotto a spostare l’asse della gravità sul periculum dell’irreversibile modificazione dello stato dei luoghi, tendendo a concedere l’inibitoria. • Se la corte d’appello rileva che andrà a riformare almeno parzialmente la sentenza di primo grado, in quanto
l’appello involge delicate e serie questioni di fatto e di diritto la cui valutazione rende oggettivamente
incontrovertibile la decisione, sia in punto di accertamento della responsabilità (cioè relativamente all’an), sia in relazione al quantum, essa opterà per la sospensione parziale dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado; si pensi, ad esempio, ad un’ipotesi di sinistro stradale in cui l’assicurazione è stata condannata in primo grado al pagamento di una certa somma (es. 900.000 euro), ed essa ha anticipato una somma considerevole (es. 400.000 euro): se la stessa assicurazione (con riferimento all’an, al fumus) mette in discussione in sussistere della responsabilità esclusiva del proprio assicurato, affermando invece il sussistere di un concorso di colpa ex art. 1227 c.c, e considerato anche il rilevante ammontare della somma
liquidata, la corte di appello, sul presupposto che andrà comunque a riformare almeno parzialmente la
sentenza di primo grado, tenderà ad optare per la sospensione parziale dell’efficacia esecutiva della
sentenza di primo grado per gli importi eccedenti quelli parziali messi a disposizione dei ciascun
danneggiato. Invece, per quanto riguarda il processo del lavoro, l’art. 431 c.p.c tratta differentemente la sentenza esecutiva di primo grado a seconda che sia a favore del lavoratore o del datore: se è a favore del lavoratore, il datore può chiedere la sospensione solo se fornisce la prova che gli scaturisce un gravissimo danno, mentre se la sentenza è a favore del datore, affinchè il lavoratore possa chiedere la sospensione è sufficiente che provi gravi motivi (neanche fondati).

Riguardo il procedimento, con riferimento al processo ordinario su di esso è intervenuto nel 2011 il
legislatore, con la ratio di cercare di limitare le istanze di sospensione, andando ad aggiungere l’art. 283.2 c.p.c, il quale dispone che “se l’istanza prevista dal comma precedente è inammissibile o manifestamente infondata, il giudice, con ordinanza non impugnabile, può condannare la parte che l’ha proposta ad una pena pecuniaria non inferiore a 250 euro e non superiore a 10.000 euro. L’ordinanza è revocabile con la sentenza che definisce il giudizio”. Una volta che si propone l’istanza di sospensione, il giudice, ex art. 351 c.p.c (in parte modificato nel 2011), può decidere in due diversi modi: • Si decide sull’istanza di sospensione alla prima udienza, ed il giudice decide con ordinanza non impugnabile (quindi sulla questione non si potrà più discutere); • Alla prima udienza può accadere (ai sensi del 4° comma) che il giudice ritenga la causa matura per la decisione: in tal caso si arriva alla decisione applicando l’art. 281-sexies c.p.c, cioè a
seguito di trattazione completamente orale; di conseguenza la modifica del 2011 consiste nell’ammettere tale possibilità anche per le cause di appello (che sono cause collegiali); nel silenzio dell’art. 351.4, è da ritenere che anche in questo caso le parti possono chiedere di rinviare ad un’altra udienza per la trattazione orale. Tuttavia può anche accade la parte appellante voglia che la causa sia decisa subito, in virtù di una sua eventuale urgenza, ed allora egli può chiedere al presidente della corte d’appello o di sospendere l’efficacia esecutiva con un decreto in audita altra parte, oppure di fissare un udienza solo per la decisione sull’istanza di sospensione: nel primo caso il presidente della corte d’appello dovrà fissare un’udienza affinchè il collegio decida con ordinanza sull’istanza di sospensione, oppure il presidente fisserà un’udienza per la
discussione sulla sospensione prima della prima udienza (cioè prima dei 90 gg a difesa); altri problemi
sussistono se la corte d’appello dovesse ritenere la causa matura per la decisione: in tal caso, essendo stata fissata l’udienza prima dei 90 gg a difesa, è possibile che l’appellato si sia difeso esclusivamente sull’istanza di sospensione (e per lui non sono ancora scaduti tutti i termini per presentare la comparsa di risposta), di conseguenza in tal caso il giudice non potrebbe decidere ex art. 281-sexies, ma l’ultima parte dell’art. 351.4 afferma che il giudice deve fissare una nuova udienza nel rispetto dei 90 gg. La medesima disciplina è prevista con riferimento al processo del lavoro, ma qui tuttavia non si applica l’art. 281-sexies (in quanto se il giudice dovesse ritenere la causa matura per la decisione, nel processo del lavoro il meccanismo è diverso). Volendo, infine, capire come il giudice di appello decide la causa, bisogna distinguere due diverse ipotesi di
decisione: • La decisione da parte della corte d’appello; • La decisione da parte del tribunale. La regola è che vi è un’udienza di precisazione delle conclusioni, quindi il giudice rinvia la causa per la precisazione delle conclusioni, le parti precisano le conclusioni, e da quel momento scatta il triplo termine (60 gg per le comparse conclusionali, 20 gg per le memorie di replica, e nei 60 gg successivi il giudice di secondo grado dovrà depositare la sentenza. Anche in questo caso è prevista la richiesta di una discussione orale: l’art. 352 c.p.c prevede che questa richiesta deve essere avanza al momento della precisazione delle conclusioni e, se poi viene confermata al momento delle repliche, il presidente della corte d’appello deve fissare l’udienza per la discussione orale: la richiesta di discussione orale non comporta la perdita delle repliche (ed in questo senso la disciplina è uguale a quella che abbiamo visto per il tribunale collegiale). Se invece ci troviamo davanti al tribunale, se una delle parti richiede la trattazione orale si perdono le repliche, quindi ci sarà soltanto il deposito delle comparse conclusionali, l’udienza di discussione orale, e poi la sentenza (ed in questo senso la disciplina è uguale a quella che abbiamo visto per il tribunale in composizione monocratica).

   
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