Il pasto nudo (William Seward Burroughs): prezzo d'acquisto del libro online

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Il pasto nudo, ovvero il romanzo che nel 1959 rese William Seward Burroughs famoso in tutto il mondo, il capolavoro salutato dai ribelli della Beat Generation come faro per i giovani naviganti-scrittori – fu proprio Kerouac a suggerirne il titolo e a incoraggiare l’autore perché ne terminasse la stesura – ispiratore negli anni novanta dell’omonimo film di David Cronenberg, è in realtà un brutto libro; e non per via della cupa scabrosa chimica ambientazione da enfer artificiel, né per la torrenziale orrifica pornografia o le sanguinose umide allucinazioni che ci sommergono appena se ne apre a caso una pagina. Il problema è un altro: il Tipico-Stracitato-Lettore-Medio e le Menti-Dagli-Appetiti-Più-Raffinati di tutti i tempi si trovano d’accordo nel liquidarlo come un libro senza senso. Polverizzata la tradizionale linearità spaziotemporale del romanzo – e scardinata talvolta anche la sintassi – ci troviamo di fronte a un universo in cui tutto sembra accadere senza nessun motivo; frammenti irriconoscibili di trama, quasi corpi estranei che si schiantano sul lettore e lo trascinano suo malgrado in un carosello di aberrazioni che non può comprendere, un mostruoso cosmico inaccettabile Anarchismo.

Cosa ha reso Il pasto nudo così letto e allo stesso tempo così illeggibile?

Burroughs è noto anche per aver applicato in tutte le sue sfaccettature la tecnica del cut-up assieme al poeta e pittore Brion Gysin. Si tratta di una pratica non nuova nella storia della letteratura (la ricetta dadaista di Tristan Tzara è solo uno degli illustri precedenti) che consiste nel tagliare un testo scritto di qualsiasi provenienza e incollarlo a casaccio per creare nuove associazioni di parole. Il pasto nudo, come quasi tutti i romanzi che lo seguono, è stato composto seguendo queste indicazioni.

Quello che potrebbe sembrare a prima vista nient’altro che un divertissement letterario o uno sperimentalismo senza tante pretese è in realtà preceduto e accompagnato da una precisa elaborazione teorica, un consapevole tentativo di indagine e una netta presa di posizione di fronte all’enigma della Parola scritta. Per capire i motivi che rendono necessario questo radicale stravolgimento dobbiamo rivolgerci al Burroughs saggista – il quale, pur senza raggiungere i picchi di violenta incomunicabilità dell’alter ego romanziere, non smette mai il suo costume da incendiario e neppure risparmia dal saccheggio del cut-up la produzione teorica.

«Gli scrittori lavorano con le parole e le voci proprio come i pittori lavorano con i colori; e da dove vengono queste parole e voci? Da molte origini». Non solo le idee per un’opera di letteratura, ma nemmeno l’uso di certi termini e certe espressioni sono farina del nostro sacco: un numero infinito di influssi esterni condizionano il parlare e lo scrivere. Da tali premesse ne consegue che nessun romanziere o poeta, in modo più o meno conscio, utilizza le sue proprie parole. Queste parole inoltre, secondo Burroughs, per quanto riguarda la letteratura, sono imprigionate nella camicia di forza del romanzo tradizionale, in cui il lettore viene preso per mano e condotto lungo una serie di avvenimenti sequenzialmente concatenati tra loro secondo uno schema assolutamente antirealistico. La nostra coscienza quotidiana è invece un cut-up. Mentre scrivo nella monumentale sala-studio vorrei percepire soltanto i due saggi dell’autore de Il pasto nudo e lo schermata di Word; ogni influsso esterno deve uniformarsi necessariamente al ritmo dettato dalle dita sulla tastiera, e invece muri, scalinate che delimitano il mio spazio, lampade calate dal soffitto, vetrate oltre le quali insensatamente sciamano ragazze nella luce instabile di un prossimo tramonto, la batteria quasi esaurita, presa di corrente al tavolo dove un conoscente mi saluta, musica sparata a tutto volume dalle cuffie del vicino, Matteo dice che è ora di andare, una persona o due irrintracciabili, la folla pronuncia frasi senza nessuna coerenza, il supermercato, sigaretta insipida sopra lo scalino, volti insostenibili del diurno decifrati coi caratteri dell’inconfessato, la notte sopra il lucore intravisto dell’antenna remota del Nerone, profili d’abisso oltre la sala studio coi due saggi e la schermata di Word, lampade accese una sì e una no illuminano i pavimenti lucidi e sbigottiti di trenta o quarant’anni fa. Per Burroughs la scrittura non ha nulla a che fare con l’originalità, e anzi: si configura apertamente e dichiaratamente come un plagio (lui stesso ammette di aver ‘incollato’ nei suoi romanzi interi brani di grandi autori) e se veramente deve ‘imitare’ i meccanismi reali della nostra percezione, è costretta a farsi incomunicabile, rinunciando ad ogni sorta di coerente e/o coesa concatenazione.

Nel mondo in cui Burroughs istituisce il suo principio di realtà tutto avviene per caso. Ne consegue un rifiuto della secolare tendenza occidentale di fondare un rapporto d’identità tra parola e cosa; i rapporti logici, comunicativi ed espressivi tipici della sintassi estraniano l’uomo dalla vera (caotica) percezione dell’oggetto; parlando, o ancor peggio, scrivendo, non si fonda nessuna realtà, ma piuttosto si distorce e si allontana quella in cui abitiamo. Il concetto stesso di Identità com’è inteso dalle lingue occidentali è per Burroughs una dannosa invenzione linguistica: dire che qualcosa è qualcos’altro significa costringere l’inarrestabile divenire dell’esistenza in schemi che non le appartengono. A meno che non si riscriva l’alfabeto della lingua da noi conosciuta, la tecnica del cut-up costituisce l’unico strumento utile a neutralizzare la parola nel suo potere di castrazione della vita umana.

Nel polimorfo universo in cui ci siamo inoltrati nulla è una cosa soltanto, ma forse è proprio col tanto osteggiato principio d’Identità che si può far coincidere quella sfuggente, quasi sovrasensibile e onnipotente entità che il Burroughs saggista e non saggista combatte e interroga letteralmente in più occasioni.

A questo proposito: nel racconto E’ arrivato Ah Pook il perfido Mr. Hart mira a divenire il dio maya Hunab Ku, l’Uno Divino non rappresentabile dalla realtà che governa – l’incarnazione pura e semplice del Controllo, colui che si affretta a ottenere il monopolio della stampa ed esige che nessuno dei suoi ospiti nomini la Morte in sua presenza. La parola sembra qui essere uno strumento a cui il Controllo stesso ricorre per porsi in essere; e da Esso la parola deriverebbe quasi biblicamente, pronta non questa volta a redimere l’uomo, ma a infettarlo, come deduciamo dall’ipotesi secondo cui sarebbe un ospite estraneo alla nostra natura: «La mia teoria generale fin dal 1971 è stata che la Parola è letteralmente un virus, e che non è stata riconosciuta come tale perché ha raggiunto uno stato di relativamente stabile simbiosi con il suo ospite umano (…)».[4]

Il Controllo, da entità sovrasensibile e (in senso lato) divina qual è, può facilmente ‘incarnarsi’ nel Potere inteso nel senso politico e sociale del termine: nel saggio La rivoluzione elettronica, Burroughs mostra come il continuo sottofondo mediatico a cui siamo esposti (e ancora erano solo gli anni ’70) contribuisce a creare subliminali associazioni di parole che indirizzano la nostra coscienza; il cut-up, il Caso, ancora una volta, smontando e rimontando la catena sintattica, è l’unico rimedio in grado di purificare la lingua da questi subdoli condizionamenti.

In sostanza, l’auspicio di W. S. Burroughs è quello che l’umanità si liberi del Controllo, che tagli definitivamente i ponti con il Verbo e rinunci a dar senso tramite la discorsività alla realtà in cui vive, accettando il silenzio come la migliore delle condizioni. Questa soluzione può benissimo essere respinta come irrealizzabile, folle e nichilista, ma dobbiamo riconoscere un grande merito – per nulla scontato tra gli scrittori di ogni epoca – all’autore de Il pasto nudo: quello di aver compreso che il mondo come quotidianamente lo concepiamo è fondato dalla parola. Non possiamo prescindere dall’interrogarci sul senso e sulla provenienza del nostro nominare, come non possiamo ignorare l’influenza che il linguaggio esercita su tutti noi.

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Fonte: laresistenzadellapoesia

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