Il cane nella letteratura italiana (riassunto e appunti)

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Il cane è l’animale da sempre più legato all’uomo; vi sono tuttavia delle contraddizioni e contrastanti

dinamiche: sin dall’antichità il cane era depositario di funzioni sacre particolarmente connesse a riti

di passaggio dalla vita alla morte; è associato ai binomi amore e paura, affetto e disprezzo,

commozione e crudeltà gratuita, fedeltà e dedizione assolute. Già nel VIII secolo a.C. nell’Odissea

di Omero, il cane di Ulisse, Argo, riconosce il padrone al suo ritorno a Itaca (Ulisse piange per la

morte del piccolo cane, immagine contrastante dell’eroe valoroso). Omero ne celebra fedeltà e

fierezza, complicità affettiva e avventurosa tra uomo e cane. Il cane entra protagonista

nell’antropologia, nella letteratura per infanzia, pupillo di ricchi e signore, contraltare del cane da

caccia o da guerra, compagno per eccellenza dei cavalieri. In Parini rappresenta la duplice valenza

della natura e della ferinità che vi è connessa – nelle Metamorfosi di Ovidio sono i cani di Atteone e

su questo modello Boccaccio riprende la ferinità del cane pronto a straziare i peccatori. Il Medioevo

conosce il culto del santo levriero, il cane che aveva salvato il figlio del padrone da un serpente,

morto per un fraintendimento: la tomba divenne meta di pellegrinaggi. Nel Rinascimento gli

umanisti preferirono riprendere il lascito dell’Odissea nel rapporto uomo-cane. Molte sono le

composizioni, spesso in latino, in morte di cani amati, simbolo di una natura umana spesso ben più

positiva della ferocia umana – Cane dell’Alberti, Ariosto nel Furioso, Tasso, Marino.

Ne Il cane di Diogene (1687-89) di Francesco Frugoni mostra i latrati del cane che riportano

l’immagine irriverente e straniata dei molti vizi e delle poche virtù della società umana al declino

dell’ancien regime, delle sue ipocrisie e convenzioni. Tra Otto e Novecento il cane è da compagnia

nei salotti, in campagna, da coccolare come da usare per scopi pratici, terapeutici e sociali.

L’immagine della cagna viene ripresa – come materna dolcezza – solo nel Novecento se si pensa ai

cartoons, ai fumetti, alle serie televisive. Nel secolo passato si ha questo approdo nell’intimità degli

affetti familiari e dell’infanzia ovvero al cuore stesso della formazione e della crescita dei piccoli

umani. In D’Annunzio campeggia ancora essenzialmente il cane di razza pregiata, il levriero

soprattutto, in Saba i paragoni animali sono legati alla familiare dolcezza e ferocia della cagna in

una dimensione simbolica a sua moglie; il bassotto Ottimo Massimo del Barone Rampante di

Calvino. Nella Morante, invece, il rapporto con il cane implica la naturalità degli affetti primordiali

e ineludibili come la gioia o la sofferenza che accomunano uomo e cane. La Capria, invece,

consacra l’ingresso nella letteratura italiana del bastardo, da sempre icona negativa di randagismo,

trovatello ma intelligentissimo. Ha la consapevolezza di essere ultimo tra gli ultimi. Alberto Asor

Rosa ha collocato al centro gli animali, quasi ultimo baluardo di salvezza per un’umanità

sconsacrata e inattendibile.

 

 

Riassunto, rielaborato ed inviatoci da uno studente; per leggere un approfondimento completo di questo appunto vi invitiamo a comprare il libro di G.M. Anselmi, Animali della letteratura italiana (per niente costoso e molto interessante).

   
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