I libri di Fernanda Romagnoli: prezzi consigliati per l’acquisto online

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Idi di Marzo da Il tredicesimo invitato

Giunte a coppa mani di nebbia
in vetta ai rami difendono
prematuri lucignoli di gemme.
Vento di sottobosco fa comizi
proclamando la rotta dell’inverno,
seppure retroguardie
di nevi dureranno restie
a consegnarsi sui colli, e le vie
della città son pallide da piangere.

Io passo, e vedo, e tocco questi innumeri
prodigi certi – questi malcerti indizi.
Idi di marzo. La luce ha fronte accesa
ma labbra ghiacce: « È presto
per nascere ». E spegne i bocci nella nebbia
con soffi come baci. L’innocente
strage degli innocenti!
Anche di questo
dovrò chiederti conto, mio Tutto,
mio Nulla, mio Chi – illegalmente
nominato in me Dio.

Di Fernanda Romagnoli (Roma, 1916 – 1986), poetessa della quale poco è stato scritto sia in vita che in morte, ci rimangono quattro opere pubblicate col suo beneplacito (Capriccio nel 1943, Berretto rosso nel 1965, Confiteor nel 1973 e Il tredicesimo invitato nel 1980), nonché un esiguo numero di poesie inedite sparse in due raccolte postume (Mar rosso nel 1997 e Il tredicesimo invitato e altre poesie a cura di Donatella Bisutti nel 2003). Con l’avanzare degli anni notiamo che la scrittura della Romagnoli concede uno spazio sempre maggiore alla tematica religiosa: il giovanile nonché vagamente d’annunziano senso panico della prima raccolta cede il passo a un immaginario esistenziale e poetico sempre più ossessionato dai dilemmi della propria tormentata cristianità, fino a sviluppare per questa via una vera e propria vocazione al misticismo. Il verso accoglie e mette in scena il dramma di un’ascensione continuamente minacciata da improvvise cadute, una volontà di conoscenza del divino mai appagata, costretta a un continuo e doloroso rigenerarsi nella ricerca. Costituisce un esempio di quanto appena affermato la lirica Idi di marzo[1]. Le idi di marzo nel calendario romano erano dedicate a Marte, e non a caso la prima strofa, pur descrivendo uno scenario naturale, fa uso di terminologie ed espressioni appartenenti al linguaggio militare («difendono», «proclamando», «retroguardie», «consegnarsi») per dare al lettore il senso di una realtà tanto pragmatica (e in questo senso romana, se vogliamo, non toccata da cristiana compassione) quanto crudele: l’inverno è duro a morire, le nevi tarderanno a consegnarsi, illumineranno ancora la città del proprio triste pallore nonostante il vento proclami con tirannica prepotenza la nuova rotta della stagione morente. Nella seconda strofa la poetessa fa il proprio ingresso sulla scena per toccare la ‘certezza’ di questi prodigi («tocco questi innumeri / prodigi certi»), insistendo sulla loro realtà materiale e ‘positiva’, per definirli subito dopo «malcerti indizi» – di cosa? È forse la traccia di un deus absconditus che si cela oltre le durezze del gelo? Nella nebbia che le proteggeva le gemme muoiono perché venute al mondo troppo presto, e «l’innocente / strage degli innocenti» (innocente non perché impietosa, ma precedente alla pietà) è quella operata dalla Natura, la fredda dittatrice che pur di assecondare le proprie dinamiche non esita a sopprimere chi si è appena affacciato alla vita – quella ‘vita’ in cui pur dolcemente si spengono «i bocci nella nebbia / con soffi come baci», ma che resta scandita dall’incessante e violenta marcia delle stagioni senza avere in sé impressa l’impronta di un Dio caritatevole. Partendo da queste premesse possiamo comprendere il senso della sofferta invocazione finale: non tanto una preghiera quanto un’accusa nei confronti di quel divino che ci si ostina ad affermare pure nell’evidenza del Male, un ‘restituire il biglietto’ sulla falsariga del biblico Giobbe, o (con più aderenza alla metafora appena utilizzata) del dostoevskjiano Ivan Karamazov. Ma a differenza di quest’ultimo, la Romagnoli non vuole erigersi puntando tragicamente il dito contro i cieli, anzi: chiude la sua voce in un sussurrio doloroso, come rivolta a una persona amata che l’abbia fatta soffrire tanto da costringerla a domandarsi chi veramente sia – «Anche di questo / dovrò chiederti conto, mio Tutto, / mio Nulla, mio Chi» – e contrariamente anche a quanto accade nel Libro di Giobbe, l’interrogativo sottinteso in questi versi resta senza risposta.
Quel «Dio» con cui lapidariamente la lirica si conclude non può che essere «illegalmente / nominato» nella poetessa, e non perché impunemente ‘sfidato’ a render conto del proprio oscuro disegno: di fronte a un Ordine che pare escluderlo dal suo statuto, ovvero quello dell’innocente ‘oggettiva’ ferocia della vita che non riconosce la legittimità di un divino mosso a compassione, è solo nell’ostinata sensibilità del singolo che quel Dio altrimenti assente può continuare a essere chiamato in giudizio dagli uomini, serbandosi, paradossalmente tramite il più cocente dei dubbi, dalla vanificazione.

I suoi libri da leggere:

Di questo angoscioso e conflittuale rapporto con la propria religiosità la Romagnoli ha fatto uno dei punti cardine della sua vicenda personale e lirica. Soprattutto a partire da Confiteor, si fa sempre più forte la tensione ‘verticale’ verso un irraggiungibile Assoluto. A ostacolare e insieme mantenere viva l’ascesa è ancora una volta il dubbio, come testimonia il breve componimento intitolato Per assurdo[2]. Immediatamente escluso non è solo il raggiungimento dell’Assoluto, ma addirittura la volontà, qualora fosse possibile, di capire nel senso più o meno etimologico del termine (dal latino capio, prendere, far proprio) la dimensione della Totalità. Condizione necessaria della presenza di Dio non è quindi la sua tangibilità fattuale o intellettuale, ma, al contrario, la sua inafferrabilità che spinge Fernanda a una continua e travagliata ricerca, come appare chiaro dai versi di un’altra poesia della stessa raccolta, intitolata Senza requie[3]: «Senza requie, senza requie, Signore, / il Tuo giungere a me. Senza fine, / senza fine, Signore, / il mio perdere Te». Altre volte a inceppare l’ingranaggio della rivelazione interviene la stessa corporeità della Romagnoli, vissuta in maniera sempre più tragica con l’avanzare degli anni e il peggiorare delle condizioni di salute. Il corpo viene più volte descritto nel corso dell’opera della poetessa come una sorta di prigione che l’anima si vorrebbe scrollare di dosso (un tema ricorrente già dall’opera prima, Capriccio, la cui copertina non a caso raffigura una fanciulla dalle vesti ariose portata via dal vento), colto nella sua imbarazzante debolezza e caducità, involucro in balìa dello scorrere del tempo, spesso in aperto e insanabile conflitto con la realtà ultraterrena, come possiamo leggere nella lirica Anime: «Verso il mattino, / quando i sogni si fanno verticali / per leggerezza, io sono d’un tessuto / trasparente; nelle mie vene l’alba / beve il suo fresco vino. / Ma subito, al risveglio, con un muto / grido di metamorfosi, la carne / ha già escluso la luce»[4].

Diversamente significativa è la poesia Preghiera:[5] il corpo in quest’ottica, in quanto forma ma anche filtro dell’anima nei confronti della realtà oggettiva, uso alle privazioni, ai compromessi e alle sconfitte – l’insistenza anaforica della seconda strofa rivela come su di esso gravino patimento, fatica e bisogno – diviene luogo privilegiato di quell’urgenza fondante la ricerca mistica della poetessa («Ma non con la mia anima tiranna / Ti pregherò, Signore. / Con questo corpo / nutrito dalle briciole cadute / all’orgoglio dell’anima, con questo / portatore di pena // con questo muratore senza tetto / con questo domatore di demòni  / con questo letto di vene / con questa miniera accecata / che invoca barlumi,  / con questo informe mugolìo di fiamma / che tenta canzoni: // col corpo mio Ti pregherò, Signore»). L’anima è ‘orgogliosa’ perché pura, non dubitosa del divino, e proprio per la sua vicinanza all’Assoluto le è impossibile tessere i fili di una preghiera; solo in quella parte di sé digiuna di Totalità – e per questo anche la più incline a rigettarla e a desiderarla – Fernanda Romagnoli può edificare il tempio di una fede tormentata, sì, ma continuamente messa alla prova e rinnovata.

Confronto prezzi dei libri di Fernanda Romagnoli:

Fonte: laresistenzadellapoesia

   
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