I gabbiani della fragilità – racconto di Asia Tamburrni

I gabbiani della fragilità racconto parigi

Parigi è nostalgica. Le luci di Natale, sono state da poco rimosse e questo lunedi mattina, per le vie, poca gente passeggia. Sotto Notre-Dame, una simpatica donna canta Edith Piaf e più in là, sulla Senna, gabbiani bianchi volano e volteggiano nel cielo grigio di una normale giornata invernale. Inizia a piovere, prima lentamemte, poi forte, incessantemente ed io, come sempre, non ho un ombrello. Nel quartiere latino c’e un negozio vintage, che amavamo, mi rifugio lì e aggiungendo melanconia ad un’atmosfera malinconica, la radio passa “Wish you were here”, il sommo capolavoro indiscusso. “Vorrei che fossi qui”.

Si, proprio qui.

Vicino a me. Guardando la gente che passa, la pioggia che scende, la senna sormontata da gabbiani e decidendo se comprare o meno una graziosa gonna a pois anni ’60.

Non ci sei, questo è scontato e superfluo da precisare.

Esco dal negozio, la gonna l’ho comprata, quella sua stravaganza e raffinatezza ricordano la città ai quali tanti si ispirarono per comporre capolavori straordinari, la magnifica e triste Paris. La Parigi di Victor Hugo o di Honorè de Balzac, la Parigi che ospita, riceve ed accetta, tante anime in cerca di bellezza o di calore.

“Wish you were here”, era la canzone perfetta nel momento perfetto. Grigio, triste, asettico. Momento puntuale per ricordare la tua assenza, per sentire la tua penetrante assenza, che ogni giorno mi logora.

Ieri, mi hanno annunciato che allestiranno una mia mostra, la prossima settimana. Non ci credo ancora, ma senza te, tutto è più nullo, povero, futile.

La allestano o meno, manchi tu a guardarla, ad osservare ogni mio maledetto quadro, a trovare il difetto che riferendomelo, mi fa innervosire, urlare e scacciarti.

Manchi tu a guardarmi con quegli occhi grandi e a dirmi che sono brava, che me lo merito, che in quello che faccio ci metto l’anima. Manco io a risponderti arrossendo, con un bacio veloce sulla guancia.

Manco io.

Non ci metto più l’anima, perché ora ne ho un quarto, gli altri tre quarti eri tu ad alimentarli e se non ci sei tu, non hanno vita. Io non ho vita, se non ci sei tu. Come la mia anima. Come i miei quadri. Come la mia quotidianità che, tra un caffè, un libro, una frase e un pennello, scorre lenta, agonizzante, fragile.

Domani saranno due anni, forse per quello Parigi, senza te, oggi, sembra ancor più crudele del solito. Due anni che “I wish You were here”.

Non dimenticherò mai quella notte, mai.

Ti aspettavo, con ansia, non vedevo l’ora di vederti, di assaggiare la tua pelle stanca e di dormire appoggiata alla tua spalla, sentendo il rumore della Senna e il soffio del vento tra i buchi delle persiane. Passava il tempo e tu non arrivavi, facevo fatica ad addormentarmi perché ero tanto in ansia di vederti arrivare, in punta di piedi, per paura di svegliarmi.

Non riuscii in alcun modo a prender sonno, eri in ritardo. L’aereo atterrava a mezzanotte. Calcolando il tempo neccessario per arrivare anche con il traffico, saresti dovuto essere a casa alle due. Erano le tre e quarantacinque e tu non arrivavi. Ti chiamai ventisei volte quella notte, le ho contate. Ma nulla. Nessuno rispondeva e quello squillo freddo e vuoto, aumentava la mia preoccupazione. Mi sentivo impotente, stupida, nervosa.

Chiamai l’aeroporto per controllare se il volo fosse atterato e se non ci fossero stati problemi. Cosi mi dissero. Chiesi se tu avessi preso il volo e anche questo mi fu confermato. Non capivo.

Ero confusa, stanca, agitata, quando alle 5 mi arrivò una chiamata.

La chiamata più brutta della mia vita, le parole più gelide mai sentite, quelle più agghiaccianti, nocive, distruttrici.

Il taxi che doveva portarti a casa, quella notte, si scontrò con un’altra vettura.

Il tassista ne uscì indenne, il conducente dell’altra macchina con diversi traumi, tu, non c’eri più.

Morto sul colpo.

Trentaquattro anni di vita qualcuno aveva preservato per te. Non un minuto in più. Non uno in meno. Solo trentaquattro fottutissimi anni, solo trentaquattro fottutissime candeline.

Ricordo com’eri vestito, quando partisti per l’Italia. Tua mamma ti aspettava, stava poco bene e tuo padre ti aveva chiamato per dirti che voleva tu andassi a trovarla. Per la voglia di tornare nella nostra bella Italia, dimenticasti a casa i biglietti e tornando dovesti cambiarti perché, bevendo il caffè, ti sporcasti tutto. Mettesti il maglione che ti avevo regalato io per il tuo ultimo compleanno, nero e bianco a strisce, un pantalone nero stirato un po’alla buona come solo io, inesperta casalinga, potevo stirare e un cappotto grigio e nero a quadri. Avevi, poi, una valigetta nera da perfetto dottorino, meticoloso e pignolo, come solo fu potevi essere, in cui non mancavano mai penne e fogli per scrivere quel che la mente suggeriva. Ero al telefono quando te ne andasti e ti salutai con un bacio da lontano.

Uno squallido bacio da lontano. Un saluto che durò per sempre. Un ultimo saluto, triste quanto il mare d’inverno. Quel mare che adoravi, quello della tua bella Sicilia. Blu come i miei e i tuoi occhi.

Come noi.

È fredda Parigi. Fortunatamemte ha smesso di piovere e posso continuare la mia passeggiata, ma non ne ho più voglia.

Non ho più voglia di nulla, senza te.

Il tè, senza te. Il letto, senza te. È nullo. Una casa vuota. Un frigo, un giardino, tutto catastroficamente vuoto. Inesorabilmente anonimo. Grigio. Povero. Inanimato.

Oggi, mi ha costretto Juliette ad uscire. Sono stata con lei a teatro, non volevo andarci. Non voglio più prendermi cura di me, della mia vita, ormai insensata. Non avrebbe davvero senso, curare la mia vita, se da un giorno all’altro essa ti sorprende. Ti stravolge, cambiando tutti i tuoi programmi, le tue aspettative. Meglio non aspettarsi niente, cosi da non rimanere delusi. Meglio non aspettare che la vita scorra, se tu non vorresti viverla. Essa va vissuta tutta d’un fiato e se non è cosi che riesci a trascorrere i tuoi attimi, non vale la pena. No di certo.

La notte ancora più triste sta scendendo. Parigi, per me, senza il tuo sorriso è spoglia. Senza il nostro amore, non reggerà. Come la mia anima. Lei non ce la fa più a reggere e sorreggere questo peso, la tua assenza, la tua deleteria assenza, che ora dopo ora, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo, mi pone davanti alla solitudine.

Tutto è calmo, per ora o sono io a vedere Parigi quieta, priva di carattere. Non so.

Sono sul ponte dove scattammo la nostra prima foto. Piango. Da sola. Davanti al mio incondivisibile dolore.

Prendo un respiro, salgo sul braccio del ponte. Nulla ha piu senso. Voglio abbracciarti, baciarti, raggiungerti. Voglio lasciarmi andare, essere tranquilla, venendo da te.

Voglio volare, come i gabbiani sulla Senna.

 

 

 

 

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