I dipinti fiamminghi alla pinacoteca di Brera

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In queste sale, volutamente di piccole dimensioni per accompagnarsi al formato dei dipinti, sono raccolte opere che testimoniano l’evoluzione delle scuole fiamminga e olandese tra Cinquecento e Seicento. In area fiamminga (I paesi bassi meridionali, in parte coincidenti con l’odierno Belgio), dall’inizio del Quattrocento si sviluppò una pittura che valorizzava la possibilità della tecnica ad olio di riprodurre gli effetti cromatici e luminosi più complessi. A tale tecnica si sposava una resa attenta dei particolari più minuti, dell’individualità di ogni singolo oggetto o materiale, che mirava a raggiungere un effetto di verità e verosomiglianza spaziale con mezzi diversi da quelli matematici preferiti in Italia. I dipinti della sala XXXII, con un’unica eccezione, appartengono al secolo successivo, quando numerosi artisti dei paesi bassi avevano conosciuto il rinascimento italiano, e ne avevano accolto almeno alcuni aspetti esteriori.

Eccezionale è, per una collezione italiana, la presenza di ben due opere attribuibili al raro artista fiammingo Jan de Beer attivo dal 1504 ad Anversa. Questa città, importante centro economico e culturale dei Paesi Bassi Meridionali (Brabante), nel corso dei primi decenni del secolo, grazie alla presenza determinante di Rubens, Van Dyck e Joardaens, attivi anche in Italia o al corrente di quanto vi si produeva, ed esponenti ai massimi livelli di una pittura dai caratteri “internazionali”, apprezzata presso la committenza colta di tutta Europa.

Meno documentata è la pittura olandese, cioè quella che nel XVII si sviluppò nelle Provincie Settentrionali dei Paesi Bassi, continuando, con caratteri originali, le tendenze realistiche che erano state tipiche della tradizione fiamminga. Poiché il calvinismo – radicato in quelle zone – condannava l’uso delle immagini nelle chiese, venne meno la committenza ecclesiastica, sostituita dal collezionismo-diffusosi capillarmente anche nelle classi medie. Proprio a motivo di questa destinazione privata i dipinti si ridussero di dimensioni e si arrivò alla specializzazione dei vari artisti in singoli “generi”. Il quadro, da oggetto elitario, divenne parte comune nell’arredo delle case; si creò così un mercato assai attivo, di varia qualità, che predilisse temi profani riprodotti con attenzione naturalistica.

Hermen Rode  (notizie tra il 1485 ed il 1504) – “Ritratto d’uomo in preghiera” (olio su tavola cm 35 x 27)

Il dipinto pervenne in Pinacoteca con il legato Oggioni (1855) ed è opera dell’artista tedesco Hermen Rode, vissuto a più riprese nei Paesi Bassi, dove ebbe modo di conoscere la pittura di alcuni dei maggiori maestri della fine del XV secolo (Dirk Bouts, Hans Memling) come testimoniano la finezza dei dettagli nel ritratto di Brera. Quest’opera, databile intorno al 1485-86 è sicuramente la parte destra di un dittico, la cui valva sinistra doveva presentare un’immagine sacra verso la quale il giovano si rivolgeva in preghiera.

Jan de Beer (Anversa 1475 – 1535) e collaboratori “Adoratori dei Magi, Natività, Riposo dalla fuga in Egitto”

(olio su tavola cm 156 x 123 pannello centrale, 157 x 56, 159 x 58 – pannelli laterali

Il trittico fu realizzato per una chiesa veneziana non ancora identificata, da cui pervenne a Brera nel 1808, probabilmente nel secondo decennio del cinquecento, quando Jan de Beer, pittore ormai famoso, si avvaleva di collaboratori per ultimare i suoi lavori. In quest’opera una partecipazione della bottega può essere individuata nei brani di paesaggio dei pannelli laterali, eseguiti con una pennellata più sciolta e morbida, ma l’impaginazione e l’uso sapiente della luce per creare effetti quasi fiabeschi sono idea di Jan de Beer. La fusione tra il realismo degli infiniti, minutissimi particolari – la cesta ai piedi della Vergine o il paesaggio che sprofonda, popolato da miriadi di figurine – e suggestioni del Rinascimento italiano, percettibili sopratutto nei motivi ornamentali delle architetture, è tipica del maestro e di una parte della pittura fiamminga di primo Cinquecento.

Jan de Beer (1535) – San Luca dipinge la Vergine col Bambino – tempera su tela cm 93,5 x 145

L’opera, giunta per cambio dalla collezione del Cardinale Monti nel 1896, raffigura un tema molto amato e diffuso nella pittura tardogotica e rinascimentale del Nord Europa; San Luca intento a ritrarre, come racconta una leggenda aposcrifa, la Vergine ed il Bambino. Proprio per questo l’evangelista fu considerato patrono dei pittori. Il dipinto è una tempera su tela, tecnica assai diffusa nelle Fiandre tra Quattrocento e Cinquecento ma molto fragile. È infatti evidente la consunzione della materia pittorica che in più parti ha annullato i chiaroscuri ed i contorni delle figure. Tuttavia si può ancora apprezzare la finezza virtuosistica del disegno, la cura con cui sono riprodotti, ad esempio, gli strumenti di lavoro del pittore o gli oggetti appesi alle pareti.

   
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