Guido Gozzano: vita e opere del poeta italiano (riassunto letteratura)

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« La Vita si ritolse tutte le sue promesse. Egli sognò per anni l’Amore che non venne, sognò pel suo martirio attrici e principesse ed oggi ha per amante la cuoca diciottenne. »

(Guido Gozzano, Totò Merumeni)

 

Guido Gozzano nasce a Torino nel 1883 e quando si inizia il nuovo secolo ha 17 anni. Nasce da famiglia borghese agiata, padre ingegnere, madre figlia di un senatore d’Italia, era donna di cultura. Egli ha un’educazione classicheggiante ma è anche un uomo sportivo, si da al pattinaggio su ghiaccio, alla boxe, finchè non si ammala di tubercolosi, malattia molto comune a fine 800, prima degli antipirotici. Si iscrive alla facoltà di giurisprudenza ma non si laureerà mai (viene soprannominato amichevolmente “l’avvocato”).

Spesso invece che andare a seguire le sue lezioni, andava a seguire quelle di letteratura italiana tenute da Arturo Graf (fondatore della rivista Giornale storico della letteratura italiana). Verso il 1904, Gozzano inizia a pubblicare delle poesie. Le pubblica sparsamente su riviste e stringe amicizia con poeti piemontesi del tempo. Si lega in una relazione d’amore con una poetessa di toni dannunziani, Amalia Guglielminetti, che era più vecchia di due anni. Nel frattempo Gozzano fa molti viaggi, molti per cercare un clima migliore rispetto a quello torinese per la sua malattia (India), ma anche per il gusto dell’esotico.

Nel 1912, aggravatosi il suo stato di salute, il poeta decise di compiere un lungo viaggio in India per cercare climi più adatti. La crociera, durata dal 6 febbraio 1912 fino al maggio seguente, compiuta in compagnia del suo amico Garrone, non gli diede il beneficio sperato ma lo aiutò, comunque, a scrivere, con l’aiuto della fantasia e di molte letture, gli scritti in prosa dedicati al viaggio. Tuttavia, i versi scritti durante il viaggio furono distrutti per ordine di Guido, perché da lui ritenuti osceni (si salvarono soltanto Ketty e Natale sul picco d’Adamo). Le lettere dall’India uscirono su La Stampa di Torino, e furono in seguito raccolte in volume e pubblicate postume nel 1917, presso l’editore Treves, con il titolo “Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India (1912-1913)”, con prefazione di Giuseppe Antonio Borgese.

Nel marzo 1914 pubblicò su “La Stampa” alcuni frammenti del poemetto le Farfalle, detto anche Epistole entomologiche, rimasto incompiuto. Nello stesso anno raccolse nel volume I tre talismani, sei deliziose fiabe che aveva scritto per il Corriere dei Piccoli. Si dimostrò sempre interessato al teatro e alla cinematografia lavorando alla riduzione di alcune novelle da lui scritte. Nel 1916, anno della sua morte, lavorò alla sceneggiatura di un film, che non vide mai la luce, su Francesco D’Assisi. Aveva già lavorato, testimonianza del suo interesse per l’arte cinematografica, nel 1911 al soggetto e alle didascalie del documentario scientifico del regista Roberto Omegna, La vita delle farfalle.

La sua salute peggiora, lui continua a scrivere poesia ma anche pezzi giornalistici e un soggetto cinematografico “San Francesco”. Nel 1916, a 33 anni, muore.

Ci ha dato una produzione poetica con tre raccolte poetiche, due portate a stampa e una incompiuta. La prima è del 1907 e si intitola “La via del rifugio”, nel 1911 pubblica “I colloqui”. La raccolta incompiuta si intitolava “le farfalle”, dove la poesia è molto lunga e la narrazione in versi, che aveva un soggetto appunto entomologico.

Opere di Gozzano

Accanto alla Torino gozzaniana viene proposto dal poeta il vicino ambiente canavesano, dove si ritrovano fondamentali immagini di contemplazione paesista e dal quale scaturiranno l’estremo mito lirico incarnato dal mondo della natura, che poteva dargli, come egli dice “la sola verità buona a sapersi” e le ultime “persone” della sua poesia, “l’archenio del cardo, la selce, l’orbettino, il macaone” e infine tutte le farfalle del suo poema incompiuto che gli faranno ritrovare la sua “grande tenerezza per le cose che vivono”, non ultimo il fanciullo che era “tenero e antico”.

La via del rifugio 1907: si presenta come un’antologia della produzione giovanile di Gozzano, ne sceglie alcune e le pubblica. La sua preoccupazione nello scegliere le poesie è quella di non apparire troppo dannunziano, perchè lui sapeva bene che tendeva a riflettere la poesia di D’Annunzio. La novità rispetto a D. è una novità di lessico e sintassi, Gozzano punta su lessico quotidiano, domestico. Lui vuole abbassare i toni rispetto a D’Annunzio. E poi la sua è una sintassi narrativa, le sue poesie sono racconti in versi. Inoltre è capace di inserire improvvisamente delle citazioni da poeti italiani come Dante, Petrarca e Leopardi. Ci si ritrova queste citazioni lasciate tali e quali però inserite in un contesto che è di solito quotidiano e che all’interno di quella atmosfera poetica stonano un po’.
Ne “la via del rifugio” ci sono tentativi di carattere filosofeggiante, attraverso questa poesia parlata,
che vuole apparire dimessa (ma non lo è), ci sono delle ambizioni di poter meditare su cosa sia la vita, la morte, l’infinito.

I colloqui 1911: sempre una antologia, dove sceglie delle poesie scritte tra il 1907 e il 1911 e qualcuna di prima, e divide questo libro in tre parti intitolandole:
1. Il giovenile errore: dal Canzoniere di Petrarca, primo sonetto, dove lui lo intendeva come peccato, il peccato di amare, Gozzano lo riprende sia perchè ci crede e sia perchè ci sorride
su, c’è in lui una giovanile fiducia sulla possibilità di amare, un errore tipico dei giovani ma i giovani possono farlo.

2. Alle soglie: per lui la soglia è quella della morte, cioè tra la vita e la morte. Quando scrive queste poesie dei colloqui la sua malattia è molto avazata.

3. Il reduce: il reduce è colui che ha fatto la guerra ma è tornato vivo, è un sopravvissuto. E lui si sente un sopravvissuto nonostante la giovane età, e vive in attesa della morte con il solo conforto della sua poesia.

I colloqui è un libro di poesia narrativa e la sua struttura in tre parti è una struttura molto compatta, parliamo di “macrotesto” (una singola poesia è un microtesto). Un macrotesto è la somma di più
poesie, più un qualcosa in più, che viene proprio dal fatto di essere messe insieme.

Quindi il macrotesto aggiunge qualcosa ai singoli testi. Protagonista dei colloqui è Gozzano, l’io lirico, ma più che coincidere con l’autore coincide con quello che Gozzano chiama “lo spettro ideale di me”,
cioè quello che appare è una sorta di fantasma dell’autore, c’è una sorta di sdoppiamento tra l’autore e l’io lirico che emerge dal libro. La materia della poesia dei colloqui è blandamente autobiografica. Elemento fondamentale di tutta la poesia di Gozzano è l’ironia, egli sa essere autoironico.

Tra i primi critici di Gozzano troviamo Montale. Egli dice di lui che non ha uno spessore culturale grandissimo ma sicuramente ha letto molto, è un ottimo conoscitore dei suoi limiti ed è naturalmente dannunziano e ancora più naturalmente disgustato del dannunzianesimo. Egli fu il primo poeta del 900 che riuscì ad attraversare D’Annunzio, per approdare in un territorio suo come a suo tempo Boudelaire aveva attraversato Rimbaud per gettare le basi di una nuova poesia. È stato il primo a fare scintille facendo cozzare l’aulico col prosaico, cioè usare un linguaggio alto per una materia bassa. Egli mantiene una forma classicheggiante, non ripudia le forme poetiche della tradizione cioè il verso endecasillabo o settenario o le forme strofiche che usavano i poeti precedenti. Mantiene una metrica tradizionale. Ha poi un atteggiamento di ambiguità nei confronti della poesia, lui sarebbe stato naturalmente dannunziano ma non crede come lui nella poesia come opera d’arte e quindi che la vita deve diventare tale, lui si rende conto che il rapporto tra poeta e poesia è un rapporto ormai malato, per questo delle volte si rifiuta di chiamarsi poeta.

Gozzano è stato inserito in un contesto di poeti che si chiamano crepuscolari: il crepuscolo è quella parte del giorno che precede il tramonto, la luce inizia a declinare ma non è ancora sera. D’Annunzio esaltava il mezzogiorno, il sole che batte forte. I crepuscolari non amano la troppa luce dannunziana ma nemmeno il troppo buio (i futuristi esalteranno la luna). Questi sono poeti che amano le sfumature, i mezzi toni. Sono caratterizzati dal rifiuto della poesia.

La sua poesia insiste su alcuni elementi che tornano quasi ossessivamente: l’idea dell’inventario (poesia fatta da un elenco di cose), la tecnica retorica usata è quella dell’accumulazione, dove si aggiungono cose su cose.

Un altro elemento retorico sintattico tipico è quello dell’uso della frase nominale, cioè in questi elenchi mancano i verbi. Frasi nominali senza verbi accumulate l’una vicino all’altra. Dopo la fase futurista, Govoni rimane fedele a se stesso, semmai diventa più essenziale e abbandona in parte il sentiero del catalogo. Egli è stato fondamentale per la poesia successiva, per molti poeti che hanno letto le sue poesie e hanno imparato varie cose da lui, come il repertorio delle immagini, il fatto che nella poesia ci siano molte cose, cose e non sentimenti.

   
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