Ghermita al core (incipit) del libro – romanzo online campagna

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Oggi riportiamo l’incipit di un vecchio libro scritto nei primissimi anni del 1900 da Casu Pietro, un autore sardo, riportando l’incipit e scrivendolo per la prima volta in caratteri al computer.

Titolo: Ghermita al core
Autore: Casu Pietro

 

La fattoria del monte, un casone mezzo rustico a un piano attorniato da varie altre capanne, tra orti, chiusi e lecceti, s’era destata da poco al festoso affacedio del mattino. I pastori erano intenti alla mungitura, e tutto l’altipiano selvoso e roccioso era vivo di canti, di rintinni, di gridi. Zio Pascali Luna, il vecchio, mungeva le vacche, dentro alla gran mandra murata: il figlio maggiore, Girominu, le capre, dentro il recinto dall’alta siepe di rami forcuti infissi nel suolo: Malcu, il minore, le pecore stipate dentro un addiaccio limitato da fascine di cisto. I servi legavano e slegavano i lattonzoli, che si lamentavano con mugli pietosi quando venivan strappati violentemente dalle poppe materne e gorgogliavano appagati quando potevano abbandonarsi, scodinzolando, a succhiar gli avanzi del latte, che le dita adunche del padrone non avevano potuto spremere. Spiranza e Filumena, due delicate bellezze in fiore, prendevano i secchi di lamiera, di legno, di sughero, ricolmi di latte, dalle mani del padre e dei fratelli, e li porgevano alla mamma, zia Francisca Ciudeddhu, che le attendeva sulla soglia della capanna del cacio, o li votavano esse stesse nei paioli capaci, collocati su cércini di fronde. La poesia del maggio si diffondeva sulle frasche occhiute di corolle, tra nodi di granito, sui valloncelli, sui poggi, deliziando persone e cose, svanendo in dolce armonia di luci e di voci versola cima del Limbara che si ergeva nel cielo di cobalto. Ed ecco un avviso d’allarme giunge inaspettato dal pollaio.

Un bruscolo nero macchia improvviso la purezza della distesa opalina: un bruscolo vagante, che si libra in direzione della vetta e le s’aggira d’intorno, e scende e sale senza costanza, come menato da possa capricciosa. Uno dei pastori l’à scorto, l’à accennato con clamore e meraviglia:

– Zio Pascà, guardate in alto! Anche le aquile trincano, ora, che Dio ci salvi! È certo un aquilastro ubriaco! Se ci viene a tiro! Oh! ohe!

Spiranza trillò come calandra sfuggita all’insidia battendo le mani infantilmente. Sul viso serafico di Filumena passò una lieve nube di pallore – Vergine Maria! – mormorò zia Francisca, guardando paurosamente il pollaio.

Zio Pascali, crollando le spalle, si ricurv sotto le turgide poppe di Stelladiana, la vacca rossigna, e continuò la faccenda. I figli e i servi, a una sua voce, si rimisero mal volentieri all’opera. Per poco non s’udì altro che lo sfrusciare dei zampilli di latte dentro i secchi, e qualche  mugghio o belato, qualche dindondio di campani.

Ma dopo qualche istante l’aria fu solcata da un rombo, e tutto uno scompiglio febbrile turbò la calma del cascinale. I cavalli bradi, le criniere al vento, annitrirono nella fuga precipitosa; le vacche e i bovi mugghiarono cupamente, agitandosi nella chiusa; le capre si buttarono a corpo morto, urtandosi alla cieca, sui rami della siepe; le pecore si fogarono contro le fascine, scotendo in disperato arruffio i sonagli; i mastini s’azzarono a gara con rabbiosa canizza; il pollame fu disperso da un vento di follia. I cristiani, che sulle prime avevano cercato di dominar la confusione con gridi e gestacci e granfiate, sentendo ognora incupire la romba, che propagava contagiosamente il terrore, guardarono il mostro che a vista d’occhio s’ingigantiva, varcaron muri e frascati senza vedere, colti da timor panico, e si ricoverarono a passi precipitati nella capanna più vicina. Spiranza più non trillava; Filumena si acchiocciolava nel canto più scuro; e la vecchia scongiurava la tentazione con segni di croce. Anche i cuori maschili davano rulli violenti.

Il mostro immane pareva si trastullasse di quello scombussolio e quanto più lo smarrimento cresceva, tanto più s’accaniva il suo tremito sordo, il suo ansimo bramoso, la sua minaccia bieca. Sicchè in breve tutto l’altipiano divenne il più strano formicolìo d’esseri in pena: vacche mungane, cavalli, pecore, capre, porci – attirati, respinti, sbatacchiati, avvolti da un turbine, – riempivan l’aria d’una scapigliata implorazione.

– Babbo! – piagnucolava la figlia minore dalla sua cuccia.

La vecchia, che s’era messa a sbisoriare dondolandosi seduta sullo scannello di férula, interrompeva l’attonita preghiera. – Figlia mia! – biascicava. Anche il vecchio imprecava a denti stretti.

– Babbo! Babbo!

– Ziatta là, lucertola senza sangue! – impose pallida Spiranza. Poi si sentì rivoltare a causa della pusillanimità dei fratelli, che ascoltavano ancora allibiti. – Già veramente à ragione! Vedete che razzi di paladini abbiamo! Ih! Femminuccie in calzoni!

Girominu si sentì fustigato dall’invettiva. Balzò verso la parete, strappò dal cavicchio il fucile del capo pastore. – Vediamo!  ruggì.

– Santa Maria, che vui fare? – implorò la madre a mani giunte. E Mena abbandonò d’un salto il suo covo per aggrapparsi alla falde della giacca paterna. – Gesù! Gesummaria!

– Va! – gridò imperiosamente Spiranza – Se non ài coraggio, dà qui! – E si slanciò per strappargli lo schioppo.

Il giovane avvampò, passò la soglia a volo e non udì neppure la raccomandazione di zio Pascali: – Ragazzo,non perder la testa!

Eh sì! C’era proprio da perderla affatto, invece. Il volatile misterioso s’era ingrandito a dismisura, frullava più rovinoso, rombava più cupo: pareva si beffasse spavaldamente di quei cuccioli rintanati. Protendeva le sue smisurate alacce, annaspava, con certi artigli coruscanti, ruttava tutto il fiato del suo corpaccio, correva più del vento. Non era certo cosa naturale! Il diavolo in persona s’era cacciato in quella massa spaventosa per atterrir la contrada. E come l’atterriva! Da ogni fil d’erba pareva uscisse un gemito: ogni voce era un lamento. Precipitava l’ora del giudizio!

– Babbo! Babbo mio! – s’udiva ancora dalla capanna, con eco d’altri pianti. Giurominu si sentì ebbro, volle colpire il mostro nel core.

La coppiola ritornò nella vastità tumultante, esasperò la cagnara. Parve che il mostro fosse ferito, perchétraballò un attimo, sussultò, tacque. Ma tosto novella possa l’animo, lo trasse sicuro nell’ardito volo. Fremette vittorioso. Frufrufrù… Tratrà!

Il pastore si sentì sfidato, e scaricò l’arma un’altra volta, rabbiosamente. Bum! Bum! Allora una voce umana s’udì fioca in mezzo a quell’annaspio, e a mano a mano che la diavoleria calava calava, diveniva grido, lamento. Il tiratore arretrò davanti all’incanto infernale, si salvò nel tugurio, urtando alla cieca la sorella, che l’aveva aizzato dalla porta e fuggiva anch’essa alla cieca. In tutti quei rustici dominò il terrore: tutti i corpi s’aggrovigliarono in un grappoo palpitante. Si udì uno sfascio a pochi passi dalla capanna; un gemito: e poi fu silenzio; silenzio di malia o di morte. Soltanto i cuori eran vivi, nel palpito di patimento.

I cani squittirono come se braccheggiassero il cinghiale. Poi l’abbaiata inviperì ancora, come se la fiera si rivoltasse e i mastini non osassero azzannarla.


Attualmente è fino a pagina 5, in seguito potremmo aggiungere alcune pagine.


 

 

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