Frasi, citazioni e aforismi di Quinto Ennio (239 a.C. – 169 a.C) [poeta romano]

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In questa pagina puoi trovare citazioni e frasi di Quinto Ennio, senz’altro definibile come uno dei padri della letteratura latina. Per aggiungere frasi al nostro elenco puoi segnalare la tua usando i commenti alla fine della pagina; inoltre ti saremmo grati se specificassi l’opera di Ennio dove è situata la stessa frase.

Elenco frasi, aforismi e citazioni di Quinto Ennio

  • Far del bene a chi non lo merita è cosa medesima al fare il male.
  • Coi re non vi è né inviolabile alleanza né fedeltà.
  • Chi vince non si sente vincitore se non lo ammette chi è vinto
  • Volo vivo tra le bocche degli uomini.
  • È sapiente invano il sapiente che non sa giovare a sé stesso.
  • Un amico sicuro si riconosce nella fortuna incerta.
  • Tutti gli uomini desiderano essere lodati.
  • La potenza romana poggia sui costumi e gli uomini antichi.
  • “Non mi abbandono mai alla poesia, a meno che non sia a letto coi reumatismi.”
  • Colui che si teme, lo si odia, e chi uno odia brama che muoia
  • Per quanto mi riguarda ho sempre affermato e affermerò l’esistenza della stirpe degli dèi del cielo, ma non credo che si occupi di ciò che fa la stirpe degli uomini infatti se se ne occupasse, ai buoni andrebbe il bene, ai cattivi il male, mentre adesso è così affatto.
  • La mente oziosa non sa ciò che vuole.
  • Nessuno deve restare ad onorarmi con lacrime e funebri omaggi: io resto saldamente vivo sulle bocche degli uomini.
  • Detto fatto: così agisce il tuo uomo di valore.
  • Un solo uomo, prendendo tempo, rialzò le nostre sorti. (pare sia riferito a Quinto Fabio Massimo, che veniva detto anche “il temporeggiatore”)
  • Vinto da un sonno dolce e tranquillo, mi sembrò che mi venisse davanti Omero il poeta.
  • Nessuno guarda a cosa c’è davanti ai suoi piedi: tutti guardano alle stelle

[Sulle specie di pesci] … come a Clipea, la lampreda marina è superiore a tutti, ad Ainos ci sono i topi di mare, ad Abido moltissime telline scabre. A Mitilene e a Caradra, presso i confini di Ambracia, c’è il pettine. A Brindisi son buoni i sarghi: prendine, se li trovi grossi. Il pesce cignalino sappi che è ottimo a Taranto; a Sorrento cerca di comprare del pesce spada, presso Cuma del pesce blu. Perché trascurare lo scaro, ché quasi come il cervello del supremo Giove (lo si pesca grosso e buono presso la patria di Nestore [Pilo, città della Messenia]), e il melanuro, il tordo e il merlo di mare e l’ombrina marina? A Corcira c’è il polipo, le grasse teste di labro, le porpore, i murici, i topi marini e anche i dolci ricci. (da Hedyphagetica, Del mangiar bene; citato in Apuleio, Sulla magia e in sua difesa, p. 217, EDIPEM, 1973)
Io sono cittadino di Roma, io che un tempo fui cittadino di Rudiae. (1996)

Nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini. (525 Skutsch)

(Citazione del lamento di Andromaca)

O padre, o patria, o casa di Priamo!
Sacra dimora chiusa da cardini altisonanti,
io ti vidi, quando ancora era in piedi la potenza barbarica,
con i soffitti intarsiati e intagliati,
regalmente adorna d’oro e d’avorio.
Tutto questo ho visto incendiato,
la vita a Priamo strappata via con violenza,
l’altare di Giove insozzato di sangue. (1996, 41 Traglia)

Una citazione dell’Eumenides

… il cielo risplendere, le piante metter fronde,
le viti rigogliose sbocciare di pampini,
i rami incurvarsi per l’abbondanza dei frutti,
i campi produrre messi in gran copia, tutta la natura fiorire,
le fonti zampillare, i prati rivestirsi di erbe… (1996, 75 Traglia)

Altre citazioni di Quinto Ennio

  • Amicus certus in re incerta cernitur. (da Ecuba, 116 Traglia)
Il vero amico si rivela nella situazioni difficili.[1]
L’amico sicuro si riconosce nell’incerta fortuna.
  • Il sapiente che non è in grado di giovare a se stesso, inutilmente sa. (1996, 138 Traglia)
  • Io sempre ho affermato e affermerò che esiste la stirpe degli dèi celesti,
    ma non credo che si occupi di ciò che fa la stirpe umana;
    infatti se se ne occupasse, ai buoni andrebbe bene, ai cattivi male, mentre ora non è affatto così. (1996, 170 Traglia)
  • La potenza romana poggia sui costumi e gli uomini antichi. (1996, dagli Annales, 156 Skutsch)
  • Odiamo chi ci incute timore; ciascuno desidera con ardore che coloro che odia muoiano. (Ex incerta fabula, 17 Traglia)
  • Ritengo che le buone azioni mal collocate siano cattive azioni. (1996, 23 Traglia)
  • Tutti gli uomini desiderano essere lodati.
Omnes mortales sese laudari exoptant. (citato in Sant’Agostino, Epistula 231, 3)
  • Tutti gli uomini desiderano essere lodati. (574)
  • Muse, che percorrete il grande Olimpo danzando… (1976, 1 Skutsch, Vahlen)
  • Avvinto da un sonno |dolce e tranquillo…
    mi sembrò che mi venisse davanti il poeta Omero. (1976, 2-3 Skutsch; 5-6 Vahlen)
  • Fra innumeri genti, per vasti continenti, i miei poemi
    risuoneranno famosi… (1976, 4 Skutsch)
  • E svelta, con mani tremanti, la vecchia portò un lume.
    Ilia, allora, destatasi dal sonno sconvolta, fa in lacrime questo racconto:
    «Figlia di Euridice, che fu da nostro padre amata,
    le forze m’abbandonano, la vita stessa abbandona il mio corpo.
    Mi sembrava che un uomo, molto bello, mi trascinasse
    tra i salici d’un bosco delizioso, per rive e luoghi sconosciuti:
    e poi, così da sola, mi sembrava, sorella, di vagare,
    di seguire a fatica le tue tracce, di cercarti
    senza riuscire nel mio cuore a prenderti: non c’era sentiero a rendere il passo sicuro.
    Ed ecco mi sembra che il padre mi chiami e mi dica:
    “Figlia mia, dovrai prima patire sofferenze,
    ma poi ritornerà per te, dal fiume, la fortuna”.
    Dopo queste parole subito, sorella, si ritrasse
    né più si offrì allo sguardo e al desiderio del mio cuore,
    benché piangendo più volte tendessi le braccia
    al vasto azzurro del cielo e dolcemente l’invocassi.
    Il sonno mi ha lasciata appena, con il cuore angosciato». (2003, 34-50 Skutsch; 35-51 Vahlen)
  • Allora la lupa li guarda attentamente, li osserva tutti;
    poi, percorso per breve tratto il campo con passo veloce,
    si ritira nel bosco. (1996, 66-69 Skutsch)
  • Allora pieni di ardore nella speranza del regno
    s’accingono ambedue a trarre l’auspicio e l’augurio.
    … Si volge Remo all’auspicio e va solitario a osservare
    gli uccelli propizi. Ma Romolo bellissimo sale
    sulla cima dell’Aventino e di là osserva gli altivolanti uccelli.
    Contendevano come chiamare la città, se Rèmora o Roma.
    Teneva in ansia i loro compagni chi ne sarebbe il capo.
    Attendono, come quando il console s’appresta a dare
    il segnale e tutti impazienti fissano le porte del recinto,
    dalle cui bocche variopinte sta per lanciare i cocchi.
    Così attendeva il popolo, l’occhio fisso agli eventi,
    a chi dei due andrebbe la vittoria per il grande regno.
    Frattanto la luna sparve nei suoi recessi notturni,
    quindi la candida aurora si mostrò, sospinta dai raggi del sole;
    ed ecco sú nello spazio, il più bello d’ogni altro, propizio,
    un uccello volò da sinistra. Ma, allorché il sole sorge,
    dodici sacri corpi di uccelli discendono dal cielo
    e volano in direzione felice e favorevole.
    Da ciò si accorge Romolo che il trono e il regno,
    in virtù dell’auspicio, sono concessi a lui. (1976)
Curantes magna cum cura cumcupientes
Regni dant operam simul auspicio augurioque.
… Remus auspicio se devovet atque secundam
solus avem servat; at Romulus pulcher in alto
quaerit Aventino, servat genus altivolantum.
Certabant, urbem Romam Remoramne vocarent;
omnibus cura viris uter esset induperator.
Exspectant, veduti consul cum mittere signum
volt, omnes avidi spectant ad carceris oras,
quam mox emittat pictis e faucibus currus:
sic exspectabat populus atque ore timebat
rebus, utri magni victoria sit data regni.
Interea sol albus recessit in infera noctis.
Exin candida se radiis dedit icta foras lux,
et simul ex alto longe pulcherruma praepes
laeva volavit avis. Simul aureus exoritur sol,
cedunt ce caelo ter quattuor corpora sancta
avium, praepetibus sese pulchrisque locis dant.
Conspicit inde sibi data Romulus esse priora,
auspicio regni stabilita scamna solumque.
(citato in Cicerone, De divinatione, I, 107)
  • O re Tito Tazio, tu grandi dolori hai sofferto. (1976, 104 Skutsch; 109 Vahlen)
  • Nei cuori c’è il rimpianto, e insieme fra di loro
    così vanno dicendo: «Romolo, divino Romolo,
    quale custode della patria ti generarono gli dèi!
    Nostro padre e creatore, stirpe discesa dagli dèi,
    tu ci hai condotto nelle regioni della luce!».[4] (2003, 105-109 Skutsch; 110-114 Vahlen)
  • Avanzano tra gli alberi, incidono le cortecce con le scuri;
    atterrano le grandi querce, tagliano il leccio,
    spezzano il frassino, abbattono l’alto abete,
    travolgono i pini più elevati. Ogni albero risuonava
    per lo schianto della selva frondosa. (1976, 175-179 Skutsch)
  • Non chiedo oro per me, non voglio compensi da voi;
    non come mercanti di guerra, ma come guerrieri,
    col ferro non con l’oro decideremo della nostra vita e della vostra.
    Che cosa riservi la sorte sovrana, se voglia me sul trono oppure voi,
    dobbiamo sperimentarlo col valore. Ecco la mia risposta:
    poiché la fortuna di guerra ha rispettato il loro valore,
    anch’io rispetterò la loro libertà: così è deciso.
    Io li offro a voi: conduceteli via; ve li do col favore degli dèi. (2003, 183-190 Skutsch; 194-201 Vahlen)
  • Altri in quei versi,
    che un tempo recitavano fauni e profeti, questa guerra hanno cantato,
    quando ancora nessuno tentava la scalata agli alti monti delle Muse,
    né v’era chi cercasse, avanti a me, un elevato stile.
    Noi abbiamo osato dischiudere la via. (1976, 206-210 Skutsch; 213-217 Vahlen)
  • Nessuno ha mai veduto in sogno la sophía, che si dice «sapienza» in latino, prima di avere cominciato a studiarla. (2005, 218-219 Vahlen)
  • Con un sasso spezzò il cervello in due.
Saxo cere comminuit brum. (citato in Servio, Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, I, 416)
  • Un uomo, da solo, con il suo temporeggiare risollevò il nostro stato.
    Lui non anteponeva le dicerie alla nostra salvezza;
    per questo la gloria di quell’uomo già subito dopo la sua morte,
    e ancor più oggi, rifulge. (2003, 363-365 Skutsch; 370-372 Vahlen)
  • Il buon oratore viene disprezzato, l’orrido soldato viene amato.

[…] spernitur orator bonus, horridus miles amatur (Libro VIII, 5)

 

Riassunto vita di Quinto Ennio

Quinto Ennio, spesso citato semplicemente come Ennio (239 AC – 169 AC) è stato un poeta considerato fra i padri della Letteratura latina. Scrisse opere teatrali, un poema epico (gli Annales) ed altre opere di vario genere. Nacque a Rudiae, una cittadina presso Lecce, nella regione chiamata dai Romani Calabria (non l’attuale Calabria, ma la Puglia a sud di Taranto). L’area era storicamente occupata dalla civiltà dei Messapi, forse di origine illirica ma di cultura greca.

Svetonio definisce Ennio un semigraecus, ossia un italo-greco, e il poeta stesso amava sottolineare la sua natura “trilingue”, divisa fra latino (la lingua del suo essere letterato), greco (la lingua della sua formazione culturale), e Osco (la lingua più parlata nell’Italia meridionale non colonizzata dai Greci).

Probabilmente, Ennio si formò nel raffinato ambiente di Taranto, il polo economico e culturale più vicino a Rudie, città d’origine di Livio Andronico. Ennio giunse a Roma ormai in età matura, nel 204 AC, durante la seconda guerra punica, quasi settant’anni dopo la venuta di Andronico. Secondo la tradizione, Catone, che nel 204 AC era questore in Sicilia e in Africa, durante il viaggio di ritorno, sostando in Sardegna, incontrò Ennio e lo condusse con sé a Roma.

Nel trentennio successivo, Catone, divenuto “Censore” nel 184 AC, fu a volte su posizioni culturali molto diverse dal poeta, e politicamente ostile agli Scipioni, suoi illustri mecenati. A Roma Ennio svolse l’attività di insegnante, ma presto (entro il 190 AC) si affermò come autore scenico. Allusioni alle tragedie di Ennio sono riscontrabili nelle più tarde commedie di Plauto.

Nel 189-187 AC, lo scrittore accompagnò il generale romano Marco Fulvio Nobiliore in Grecia, con l’incarico di illustrare nei suoi versi la campagna militare culminata nella battaglia di Ambracia. A questa vittoria (189 AC) Ennio dedicò un’opera, probabilmente una praetexta (tragedia di ambiente romano). L’iniziativa propagandistica di portare uno scrittore al seguito dell’armata romana fu duramente criticata da Catone.

Negli anni seguenti, Ennio fu favorito e protetto dalla famiglia di Nobiliore e dagli Scipioni, inoltre ricevette, come pubblico riconoscimento dei suoi meriti, la concessione della cittadinanza romana. Nell’ultima parte della sua vita (morì nel 169, durante i ludi Apollinares) si dedicò alla stesura degli Annales, il poema epico che gli diede fama perpetua. Suo nipote, Pacuvio, ne ereditò il ruolo di guida nella poesia scenica romana. Dei testi di Ennio restano solo frammenti di tradizione indiretta. Certamente, il poeta cominciò a scrivere assai presto e continuò sino agli ultimi anni a comporre e rappresentare tragedie di successo, l’ultima fu il Thyestes, la cui “prima” risale al 169 AC, anno della morte dell’autore.

   

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