Francesco Guicciardini: vita, politica e pensiero (riassunto)

Francesco Guicciardini (Firenze, 6 marzo 1483Arcetri, 22 maggio 1540) è stato uno scrittore, storico e politico italiano.

Analisi del pensiero di Francesco Guicciardini

Francesco Guicciardini ritiene che l’uomo possa adeguarsi alla realtà piuttosto che modificarla radicalmente e che l’oggettività degli eventi possa essere condizionata ma non mutata dalla volontà dei soggetti; tuttavia è in sintonia con Machiavelli in merito all’importanza della necessità di analizzare la realtà per come essa è. Questa è uno scorrere di momenti singoli, per ciascuno dei quali occorre dare una risposta specifica, senza capirne le dinamiche, muovendosi con prudenza e discrezione (come allude nei Ricordi). In Guicciardini vi è l’accettazione di una realtà entro cui l’uomo può e deve destreggiarsi, tenendo conto delle sue radici biologico-istintuali fortemente volte a un’egoistica volontà di possesso e prevaricazione. Deriva, inoltre, da una famiglia aristocratica: dunque non è causale la sua diffidenza verso il mutamento. Il suo governo ideale è quello oligarchico, rappresentato dal modello di Venezia. Data l’impossibilità per l’uomo di modificare a fondo l’ingiustizia della realtà, occorre affidarsi a forme di governo che siano il più possibile garanti di stabilità duratura. Anche in Guicciardini è importante la politica che parta dalla propria esperienza personale, legata ai grandi mutamenti storici della città, mostrandosi con maestria nell’analisi dell’uomo, sulle sue ambizioni e frustrazioni.

Il testo politico ed il pensiero di Guicciardini

Il testo politico dell’autore è Storia d’Italia, volendo cogliere le radici e le tappe di una crisi, politica e sociale. Delinea una tecnica narrativa innovativa, partendo dalla sua autobiografica esperienza delle cose: da qui la sua visione pessimistica (non parla con ottimismo dell’Italia ma delle profonda crisi che il Paese sta attraversando). La lingua è il volgare; peraltro non voleva che le sue opere venissero pubblicate, infatti la redazione dei Ricordi giungerà nel 1530. I Ricordi vanno innanzitutto ricordati come un colloquio che l’autore fa con sé stesso come primo fruitore; inoltre consentono di focalizzare il rifiuto guicciardiano delle regole e delle teorizzazioni generali e la sua risposta ai tempi difficili che si trova a vivere. Scaglia, all’interno del testo, un’invettiva contro i preti, i quali pretendono di vivere nell’autorità (come preti) mantenendo i vizi (tipici degli uomini). Vi è, poi, la volontà dell’autore di riportare i singoli fatti alla loro particolarità, allo specifico dal quale hanno preso origine. Rifiuta, al contrario di Machiavelli, di porre esempi per una misura di contemplazione distaccata. Riprende e condivide da Machiavelli il pessimismo antropologico, la dialettica fra fortuna e virtù e l’esperienza personale. Ha uno stile incisivo e persuasivo, caratteri dello storico moderno che sa sviluppare la propria analisi conoscitiva.

Vita di Francesco Guicciardini (riassunto)

Francesco Guicciardini nacque a Firenze il 6 marzo 1483, terzogenito dei Guicciardini, famiglia tra le più fedeli al governo mediceo. Dopo una prima formazione umanistica in ambito familiare dedicata alla lettura dei grandi storici dell’antichità (Senofonte, Tucidide, Livio, Tacito), studiò a Firenze giurisprudenza, seguendo le lezioni del celebre Francesco Pepi. Dal 1500 soggiornò a Ferrara per circa due anni, per poi trasferirsi a Padova per seguire le lezioni di docenti di maggior importanza. Rientrato a Firenze nel 1505, vi esercitò, sebbene non fosse ancora laureato, l’incarico di istituzioni di diritto civile; nel novembre dello stesso anno ottenne il dottorato in ius civile ed iniziò la sua carriera forense.

Nel 1506 si concluse la sua attività accademica; nel frattempo, contrasse matrimonio, contro il volere paterno, con Maria Salviati, figlia di Alamanno Salviati e appartenente ad una famiglia politicamente esposta ed apertamente contraria a Pier Soderini, all’epoca gonfaloniere a vita di Firenze. Guicciardini si curò poco di queste rivalità, in quanto il suo interesse principale era avere un futuro ruolo politico, alla luce soprattutto del prestigio di cui godeva la famiglia della moglie, che avrebbe potuto avere per lui un effetto positivo.

Questo matrimonio infatti funse per lui da trampolino di lancio, garantendogli una brillante e rapida ascesa politica: con l’aiuto del suocero fu nominato tra i capitani dello Spedale del Ceppo, una carica non molto significativa di per sé, ma prestigiosa in quanto a membri insigniti dell’onorificenza. Nel 1508 curò l’istruttoria contro il podestà Piero Ludovico da Fano, iniziando la stesura delle Storie fiorentine e delle Ricordanze. Esattamente dieci anni prima, ossia con l’anno 1498, si chiudono quelle Cronache forlivesi di Leone Cobelli che espongono le premesse degli avvenimenti riguardanti Caterina Sforza[1] e Cesare Borgia di cui Guicciardini si occupa, nelle sue Storie, per i notevoli riflessi che hanno sulla politica fiorentina.

Nel 1509, in occasione della guerra contro Pisa, venne chiamato a pratica dalla signoria, ottenendo, grazie all’aiuto del Salviati, l’avvocatura del capitolo di Santa Liberata. Questi progressi portarono il Guicciardini anche ad una rapida ascesa nella politica internazionale, ricevendo dalla Repubblica Fiorentina l’incarico di ambasciatore in Spagna presso Ferdinando il Cattolico nel 1512. Da questa sua esperienza nell’attività diplomatica nacque la Relazione di Spagna, una lucida analisi delle condizioni socio-politiche della Penisola Iberica e anche il “Discorso di Logrogno”, un’opera di teoria politica in cui Guicciardini sostiene una riforma in senso aristocratico della Repubblica fiorentina.

Nel 1513 fece ritorno a Firenze, dove da circa un anno era stata restaurata la signoria medicea con l’appoggio dell’esercito ispano-pontificio. Dal 1514 fece parte degli Otto di Guardia e Balia e nel 1515 entrò a far parte della signoria, divenendo, grazie ai suoi servigi resi ai Medici, avvocato concistoriale e governatore di Modena nel 1516, con la salita al soglio pontificio di Giovanni de’ Medici, col nome di Leone X. Il suo ruolo di primo piano nella politica emiliano-romagnola si rinforzò notevolmente nel 1517, con la nomina a governatore di Reggio Emilia e di Parma, proprio nel periodo del delicato conflitto franco-imperiale. Fu nominato nel 1521 commissario generale dell’esercito pontificio, alleato di Carlo V contro i francesi; in questo periodo maturò quell’esperienza che sarebbe stata cruciale nella redazione dei suoi Ricordi e della Storia d’Italia.

Alla morte di Leone X, avvenuta nel 1521, Guicciardini si trovò a contrastare l’assedio di Parma, argomento trattato nella Relazione della difesa di Parma. Dopo l’assunzione al papato di Giulio de’ Medici, col nome di Clemente VII, venne inviato a governare la Romagna, una terra agitata dalle lotte tra le famiglie più potenti; qui Guicciardini diede ampio sfoggio delle sue notevoli abilità diplomatiche.

Per contrastare lo strapotere di Carlo V, propagandò un’alleanza fra gli stati regionali allora presenti in Italia e la Francia, in modo da salvaguardare in un certo qual modo l’indipendenza della penisola. L’accordo fu sottoscritto a Cognac nel 1526, ma si rivelò ben presto fallimentare; di questo periodo è il Dialogo del reggimento di Firenze, in due libri, scritti fra il 1521 e il 1526, in cui si ripropone il modello della repubblica aristocratica; nel 1527 la Lega subì una cocente disfatta e Roma fu messa al sacco dai Lanzichenecchi, mentre a Firenze veniva instaurata (per la terza ed ultima volta) la repubblica. Coinvolto in queste vicissitudini, e visto con diffidenza dai repubblicani per i suoi trascorsi medicei, si ritirò in un volontario esilio nella sua villa di Finocchieto, nei pressi di Firenze. Qui compose due orazioni, l’Oratio accusatoria e la defensoria, ed una Lettera Consolatoria, che segue il modello dell’oratio ficta, nella quale espose le accuse imputabili alla sua condotta con le adeguate confutazioni, e finse di ricevere consolazioni da un amico. Nel 1529 scrisse le Considerazioni intorno ai “Discorsi” del Machiavelli “sopra la prima deca di Tito Livio”, in cui accese una polemica nei confronti della mentalità pessimistica dell’illustre concittadino. In questi mesi completa anche la redazione definitiva dei Ricordi.

Dopo la confisca dei beni, nel 1529 lasciò Firenze e ritornò a Roma, per rimettersi di nuovo al servizio di Clemente VII, che gli offrì l’incarico di diplomatico a Bologna. Dopo il rientro dei Medici a Firenze (1531), fu accolto alla corte medicea come consigliere del duca Alessandro e scrisse i Discorsi del modo di riformare lo stato dopo la caduta della Repubblica e di assicurarlo al duca Alessandro; non fu tenuto tuttavia in altrettanta considerazione dal successore di Alessandro, Cosimo I, che lo lasciò in disparte. Guicciardini allora si ritirò nella sua villa di Santa Margherita in Montici ad Arcetri, dove trascorse i suoi ultimi anni dedicandosi alla letteratura: riordinò i Ricordi politici e civili, raccolse i suoi Discorsi politici e soprattutto scrisse la Storia d’Italia. Morì ad Arcetri nel 1540, quando da circa due anni si era ormai ritirato a vita privata.

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