Filippo – Analisi della tragedia di Vittorio Alfieri

_______

Filippo è una tragedia in versi ispirata al Tiberius di Tacito, ideata nel 1775 da Vittorio Alfieri e pubblicata nel 1783, dopo una lunga serie di travagliate revisioni e ritocchi da parte dell’autore, che ne ridussero la mole da oltre 2000 a meno di 1400 versi

Ecco un insieme di appunti che saranno sicuramente di grande utilità per analizzare l’opera tragica del Filippo di Alfieri.

Alfieri scrisse la tragedia “Filippo” dopo la prova andata male della “Cleopatra”.

La tragedia “Filippo”, come vedremo presto nella nostra analisi, contiene delle innovazioni rispetto alla tragedia tradizionale: la tragedia settecentesca importante era quella straniera. Il vero teatro dal ‘700 non è italiano ma piuttosto Shakespeariano. Alfieri invece ne rimane immune, sebbene in realtà sia stato influenzato invece dal filone francese, anche se Alfieri questo non lo ammise. Sicuramente Alfieri prende le distanze maggiormente dagli autori italiani. Dal punto di vista dello stile, la tragedia era scritta in decasillabi sciolti: da quando si legge il greco, si hanno delle traduzione di Aristotele e quindi si capisce che bisogna scrivere dei poemi e delle tragedia, il problema è che ogni opera va calibrata nella società in cui viene introdotta. In Italia si punta per esempio al poema di Ariosto, poi c’è il Tasso. Quando Trissimo nella seconda decade del ‘500 decise di scrivere una tragedia decide come verso il decasillabo sciolto. La tragedia in se era ideologicamente improponibile.
Il personaggio alla fine non regge allo scacco e si uccide, e con la morte mostra il valore dei suoi ideali. Questo nell’ottica cristiana non funziona, quindi da un lato c’era un problema ideologico, quindi aggiravano il suicidio e la disperazione, e privilegiavano donne perchè la cosa si spostava, non era l’ eroe che combatteva per ideali, ma era la donna vittima di ingiustizia, abbiamo anche personaggio postivi non positivi perchè in questo periodo c’è un’ottica maschilista. Molte di queste tragedie venivano messe in scena a corte, venivano finanziati da mecenati. Dall’altra parte avevamo un linguaggio poetica di tipo petrarchesco: linguaggio selezionassimo e molto ristretto e non si adattava molto alla tragedia che punta a un confronto dialettico: il dialogo pone nelle fasi cruciali della tragedia l’opposizione tra l’eroe e l’antieroe, e il loro dialogo non può essere qualcosa di costruttivo, per cui spesso l’eroe quando soccombe dice che non accetta il linguaggio dell’altro. Il linguaggio petrarchesco che puntava sull’interiorità non si adattava molto.
L’operazione di Alfieri consiste in un rifiuto di uno stile troppo facile, pronto per essere offerto al pubblico,il decasillabo non sia molto dolce e melodioso, e la collocazione delle parole deve risultare un po’ faticosa al lettore, perchè nella tragedia alfieriana comincia a prevalere quello che era nella tragedia alta, cioè l’argomentazione, il ragionamento. La tragedia non deve essere l’espansione di sentimenti, ma un dialogo serrato con opposizioni estreme di due o più personaggi che fin dall’inizio si escludono l’un l’altro, quindi ci deve essere un vincitore e un vinto. Questo porta alla rivalutazione del personaggio negativo: il portatore del male è forte dal punto di vista dell’azione perchè ha il potere assoluto, ma detiene anche un’altra capacità, manifesta un’esigenza di dominio completo di chi gli sta intorno. Non è solo dominare e impedire azioni negative su di lui, ma è anche una volontà di dominio psicologico. Il tiranno alfieriano vuole sapere quello che c’è nelle teste, vuole un potere assoluto; il suo piacere è quello di vedere la sofferenza soprattutto morale, è una volontà di rendere l’esistenza dell’avversario dolorosa, e di prolungare il più possibile il dolore. Questo comporta un altro elemento: la necessità di includere un personaggio femminile che entri in questo gioco e lo complichi, perchè anche questo deve fatalmente subire questa volontà distruttrice, nefasta, che il tiranno possiede, di insinuarsi nelle menti e di colpire profondamente. Questo non avviene in tutto le tragedie, ma nel Filippo si.
Filippo è il re di Spagna. Si parla, nella tradizione, di un figlio di Filippo,Carlo al quale era previsto un matrimonio con una principessa francese. In realtà Filippo la sposa, e fu anche un matrimonio felice.
Qua invece si opta per un’altra leggenda che era seducente, che presentava un triangolo nel quale Carlo si innamora di questa donna che diventa la sua matrigna, dall’altra parte c’è un padre che diventa consapevole di questo e diventa anche geloso del figlio. Al centro vi è un forte conflitto tra padre e figlio sulla concezione del potere. Alfieri attribuisce a Filippo tutto il negativo del tiranno, mentre a Carlo attribuisce i valori positivi del sovrano bello e buono. Le accuse che il padre rivolge al figlio sarebbero che Carlo avrebbe dato ascolto ai ribelli delle Fiandre, ed è una colpa grave, non solo dal punto di vista oggettivo, ma poi Filippo arriva ad accusare il figlio di aver attentato alla sua vita. E’ un accumularsi di aggressività nei confronti del figlio che nasconda l’altra vera colpa che è indicibile, cioè il fatto che Isabella e Carlo si amano. All’inizio della tragedia siamo in medias res: c’è il conflitto in alto molto forte. Il personaggio di Filippo è ostile e negativo, quindi dirige l’attenzione del lettore su Carlo, che esprime delle sentenze di assoluta maturità, ma la presenza scenica di Filippo è tale che l’autore addirittura da il titolo al protagonista malvagio. Vicino c’è Isabella che riceve da parte del marito dei dialoghi indagatori, però lei reagisce positivamente.
Nell’atto secondo vi è una scena a quattro: Filippo, Carlo, Isabella e Gomez (che fa il lavoro sporco di Filippo).
Il padre accusa il figlio senza precisare per cosa. Filippo vuole solo far soffrire profondamente il figlio (“duol profondo”). Punto cruciale: il tiranno dice di sapere il pensiero. Ciò che è fondamentale è il fatto di supporre che dentro la mente di Carlo ci siano dei pensieri ostili a lui, e siccome non può essere dimostrato Filippo si astiene da dire le accuse (Carlo prova amore per la moglie del padre). Il potere si estende dall’estensione fisica dei territori, dalle azioni compiute di chi vive nel territorio, al fatto che i personaggi che ruotano intorno al principe devono dare garanzie dei loro pensieri, e non essendo questo possibile nasce il conflitto. Le tragedia ha dei fatti oggettivi, dall’altra parte non si può dire quello che prova l’altro, ma questo sarà il motore della scena finale. Carlo ribatte e fa una dichiarazione di principio in cui si parla di pietà, di potere giusto, e si fa un elenco di principi ideali che l’eroe proclama ad alta voce.
C’è una differenza tra colui che è in alto e colui che deve subire. Il ragionamento politico di Filippo potrebbe anche avere ragione, lui che vede dall’alto la situazione ritiene che coloro delle Fiandre devono essere trattati così, e il figlio non ha voce in capitolo.
Qui comincia l’inganno: Filippo dice che la regina gli ha ammesso che è colpevole e vuole che tra padre e figlio regni la pace. Se Isabella viene coinvolta di fronte al marito non può dare ragione a Carlo, ma non vuole dare nemmeno ragione al marito. Isabella è in una situazione delicata: non può fare una scelta, deve solo predicare una pace, e l’astuzia sta in Filippo che non la fa nemmeno parlare. Filippo dice al figlio che deve parlare con la matrigna che gli farà capire quello che vuole lui. E’ un modo per smascherare quello che sta accadendo: se è vero che tra loro sue c’è qualcosa lui li spinge a stare più insieme così potrà coglierli sul fatto. E’ una volontà da parte di Filippo di individuare chi potenzialmente sia un ostacolo, che poi i due siano bravi o traditori diventa secondario. L’analisi che vuole fare Alfieri è una fenomenologia di colui che detiene il potere. Il problema è quello del controllo dell’opposizione. Il potere si preoccupa di tenere sotto controllo di chi gli sta intorno, organizzando un consenso del potere, con una doppia morale: amo il popolo ma allo stesso tempo ho un’esigenza prioritaria di allargare il potere anche dal punto di vista delle occupazioni delle menti, cioè distorcere, depistare gli oppositori, nascondendo i crimini e malefatte, ma allo stesso tempo dando una figura diversa di se, dissimulando quello che si vuole fare veramente.
Alfieri fa questo non nei confronti del popolo, anche se ci sono delle tragedie in cui il popolo interviene.
Filippo fa uscire Carlo e Isabella e rimane solo con Gomez: ormai non serve più niente mentire, può essere se stesso. Nel dialogo con Gomez usa un verso spezzato. Il pubblico non amava molto questi giochi, ma Alfieri lo usa per una decisione: lo sguardo indagatore di Filippo, guardando i due personaggi uno che parla e uno sta zitto, capisce che tra i due c’è feeling. Il protagonista negativo è colui che sospetta sempre, e il sospetto deve agganciarsi alla realtà e verificare, ma qui non c’è una verifica perchè il protagonista pensa di poter capire il pensiero, a questo punto si deve agire. La soluzione non si può trovare a livello formale, ma è possibile accusare i due di adulterio. Alla fine c’è una sorta di inganno vero e proprio: questi dialoghi dovevano venire non da soli, ma alla presenza di qualcuno, ma l’anima nera di Gomez dice alla regina che Filippo ha fatto imprigionare Carlo, e Isabella che ama Carlo non capisce che è un inganno e Gomez gli dice che deve correre da lui e convincerlo a chiedere perdono al padre. Ma quando Isabella rimane sola con Carlo, arriva Filippo e li accusa di adulterio, e Filippo dice che in questo modo si sono accompagnati a morte entrambi. Nel personaggio di Isabella avviene un cambiamento: di fronte all’accusa parla, e dice si, dice che ama Carlo, anche se non ha mai accettato di trasformare il sentimento in qualcos’altro, e gli ha fatto amare Carlo il confronto tra lui e il padre, la differenza abissale tra bene e male la porta ad amare di più Carlo. Questo è assolutamente nuovo per l’Italia: era impossibile che una donna potesse assurgere ad eroina, perchè così facendo la protagonista diventa pronta per il supplizio, fa un salto di livello, cambia lo statuto di personaggio. Prima era moglie e segretamente innamorata di Carlo, ma non aveva mai parlato, anzi cercava di sanare il conflitto tra padre e figlio, mentre qui il personaggio femminile arriva a livello di quello maschile: lei gli rivolge l’accusa del potere assoluto, del sospetto, dell’entrare nelle menti. Questo ha un’efficacia drammatica che i discorsi di Carlo che si ripetono non sono mai in grado di attingere. Questa svolta avviene alla fine della tragedia e per questo la catastrofe finale colpì molto gli spettatori. Qui il personaggio rivendica la sua purezza ma afferma che dal punto di vista morale, il suo marito si è comportato in modo negativo. Qui l’oppositore al tiranno diventa doppio: Carlo e la figura femminile. Filippo vuole farli morire. Arriva Gomez con l’annuncio che l’amico che aveva difeso Carlo è stato assassinato a tradimento, e questo viene detto anche a Carlo che reagisce (atto V). Filippo ha offerto ai due una morte diversa: il figlio si deve uccidere con il pugnale, ed è pronto anche un nappo, cioè un calice dove c’è il veleno (che verrà scelto dalla donna). A questo punto la scena è pronta: nella scena classica il sangue non poteva scorrere sulla scena, perchè si diceva che era troppo forte, avrebbe provocato un tale coinvolgimento emotivo che avrebbe tralasciato la valutazione critica (dobbiamo mantenere una capacità critica che ci faccia valutare al meglio l’opera). Colui che muore deve dire le ultime parole estreme, il suo testamento spirituale.
Carlo afferra il pugnale dove c’è ancora il sangue di Perez e si uccide in scena (grande innovazione), in sangue scorre in scena. Alfieri ritiene che la degradazione che circonda il potere è tale che bisogna far scorrere il sangue in scena, perchè è un impatto violento, che ha sul momento il dominio della scena, ma lo spettatore è in grado poi di recuperare in un secondo momento, quando diminuisce la tensione drammatica. Non è finita: Filippo ha detto che devono morire tutti è due, ma è una finzione perchè non vuole che la protagonista vuole, perchè se il tiranno uccide entrambi viene a mancare l’oggetto del suo piacere, ed egli deve vedere la sofferenza e il pianto, deve prolungare il dolore in Isabella. Lei devi vedere Carlo che si è ucciso, ma dovrà. chiusa nelle sue stanze, soffrire per un determinato periodo che solo il tiranno decide, come conferma il suo potere assoluto, che è spettacolare: far vedere le cose e poi tenere in sospeso. Alfieri aveva intuito la spettacolarità dell’orrore. Isabella invece non può suicidarsi con il veleno, però può prendere il pugnale di Carlo e suicidarsi anche lei in scena. Analizziamo il fatto: è la prima volta che abbiamo due morti in scena ed è la prima volta che abbiamo un suicidio femminile. Prima di morire ricorda il suo amore per Carlo.
L’ultima battuta tocca al tiranno, che aveva organizzato la scena, ma qualcosa non è andato come voleva. E’ una vittoria per Filippo che ha ottenuto quello che voleva ma non come lo voleva. Ha eliminato i due personaggi ma è rimasto senza niente. Si chiede se è felice: il problema della felicità era molto dibattuto in questo periodo. Qui il piacere è quello di esercitare il potere e di poterlo mettere in scena. La domanda rimane senza risposta. Tutto questo deve rimanere segreto perchè il potere non può mostrare questo lato, perchè è un esercizio del potere senza alcun valore di fondo. Alla fine il problema del tiranno è quello di mantenere la propria fama. I due alla fine sono uniti da un patto di paura: il tiranno ha paura che Gomez dice quello che ha fatto e l’altro ha paura di essere ucciso. Il finale è sorprendente. E’ la tragedia di un giovane.

Alfieri procede sempre in modo originale: dov’era la tradizione riprende temi classici, però già nella vita parla di un francese importante che aveva tradotto le grandi tragedie greche. All’inizio fa quattro tragedie: due del ciclo orestea (Agamennone e Oreste) e due del ciclo tebano (Pollimice e Antigone). Non prese il modello e lo imita, ma apporta delle variazioni. Il drammaturgo di questo periodo doveva misurarsi su questi modelli, aveva una sfida da accettare. Nell’Antigone da più rilievo al personaggio del figlio di Creonte che è il tiranno. Antigone commette una colpa, ma si appella ai valori famigliari, deve prevalere il legame di sangue. Se questo è il conflitto di base Alfieri fa un’operazione per cui Antigone non è solo un’eroina chiusa nel legame famigliare, ma subisce il fascino del figlio che si dichiara a lei, Antigone non dice di amarlo, ma è quello che prova: le attribuisce una affettività e capacità di provare sentimenti che non son esplicitati. Questo non cambia la sostanza della tragedia, alla fine muore Antigone, però è importante questa novità di Alfieri perchè rimanda alla progressiva attenzione che lo scrittore da al personaggio femminile. Questi personaggi analizzati nelle pieghe della loro interiorità introducono qualcosa di innovativo (di solito c’è una netta separazione tra buoni e cattivi), ma ciò che è significativo è l’attenzione al personaggio femminile, e ha una ragione più ampia: era un personaggio che la tragedia precedente un po’ trascurava, la tragedia italiana l’aveva recuperata, però quando Alfieri si trova davanti alla tradizione non ha i problemi dei primi tragediografi italiani, inoltre lui è ateo, ma ciò che importa è cogliere la possibilità di non privilegiare solo il conflitto ideologico tra due personalità (eroe e tiranno), ma lo scrittore si accorge che questo non è più possibile, bisogna scavare nei personaggi. In alcune tragedie si comincia a constatare che l’interesse dello scrittore va anche alla complessità del personaggio. Questa ricerca si sposta nella psiche del personaggio. Il passaggio successivo poi è un altro, si farà quando si passa dal teatro al romanzo nel corso dell’800. Quest’operazione nel teatro non è così facile: questi momenti di crisi sono segnalati dal fatto che il personaggio sembra, qualche volta, cadere in una specie di delirio, di non essere padrone di se. Il delirio può essere uno stato di esaltazione mentale, che può essere momentaneo, può avvenire in determinati momenti, quando non riesca a tenere sotto controllo la situazione esterna. Alfieri allora punta su personaggi che passando momenti di delirio. Questo ha una spiegazione di carattere strutturale: inventare il delirio giustifica l’atto compiuto (esempio Oreste che uccide la madre). E’ un caso in cui Eros è un demone che oscura la capacità reattiva del personaggio che subisce questo attacco e questa schiavitù. L’operazione più importante però è nel finale della sua attività: il Saul e la Mirra. E’ una scelta audace: per il primo per il fatto che lui non essendosi mai confrontato con la Bibbia, sceglie Saul perchè vuole trovare un nuovo equilibrio tra i contendenti di questa tragedia (David è l’eroe puro, ma non ha tanto rilievo nella tragedia).

— Vorresti imparare la trama senza faticare? Se hai un po di tempo ti consiglio di guardare la tragedia di Filippo direttamente da youtube tramite il canale del Teatro Franco Parenti che ha pubblicato l’opera recitata gratuitamente, potete vederla direttamente dal video sottostante.

 

   
_______

Altri articoli da leggere:

More Like This


Categorie


letteratura letteratura italiana Università

Tag


Add a Comment

Your email address will not be published.Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Categorie




Questo sito partecipa al Programma Affiliazione Amazon Europe S.r.l., un programma di affiliazione che consente ai siti di percepire una commissione pubblicitaria pubblicizzando e fornendo link al sito Amazon.it