Essere e tempo – Heidegger – appunti spiegazione di filosofia

Essere e tempo spiegazione appunti filosofia

Ecco alcuni appunti di filosofia riguardanti la spiegazione di “Essere e tempo“, il ben noto scritto di Heidegger.

Essere e tempo” era stato scritto una decina di anni prima ed era il libro a cui era dovuta la fama di
Heidegger; anche Beaufret comunica con lui sulla base di quel libro.
“Essere e tempo” è considerato uno dei più importanti libri di filosofia del XX secolo, ed ebbe all’epoca
un’enorme risonanza. L’idea di Heidegger era quella che, contrariamente a quello che la filosofia aveva fatto nell’epoca
tradizionale, bisognava partire per porre gli interrogativi filosofici basilari (che ruotano tutti intorno al
senso dell’essere) dalle forme concrete di esistenza nella media quotidianità, cioè la
vita quotidiana così come si presenta nella sua forma media, quindi la più comune.
Questa è una cosa di cui la filosofia non si era mai occupata. Per definizione la filosofia si occupa delle
cose fondamentali, universali, sublimi, è quindi il tessuto della vita quotidiana fatto di paure, di
sentimenti e di piccoli progetti non c’è.
In “Essere e tempo” Heidegger dice che prima di tutto dobbiamo scoprire in che consiste l’esistenza
nella sua forma media, generica per poi capire come e perché quest’esistenza può far maturare degli
interrogativi filosofici.
La prima cosa che lui scopre all’interno di quest’analisi dell’esistenza quotidiana, è che innanzitutto la
nostra esistenza (quello che lui chiama il Dasain), si dà in una forma inautentica che è caratterizzata
dal fatto di fuggire, di sottrarsi alla propria verità: viviamo in modo da nascondere quello che
propriamente siamo.

La modalità più radicale di questa cosa è il nostro atteggiamento nei confronti della
morte, perché se c’è una struttura basilare dell’esistenza è la nostra mortalità. Anche se la morte arriva solo alla fine, la
possibilità di morire è una cosa che ci segna dall’inizio: tutto quello che noi facciamo, progettiamo nei
confronti della vita è in qualche modo intriso di questo fatto.

La vita media e quotidiana è costruita nel senso di rifiutarsi di vedere ciò che costituisce il suo stesso
senso, tant’è vero che una delle prime esigenze dell’esistenza inautentica è sfuggire l’isolamento, la
singolarità; anche questo è un paradosso perché noi siamo qualcosa di singolare, ma cerchiamo di
creare contesti numerosi in modo che sia più facile distrarsi e non pensare a quello che è la verità,
come la nostra finitezza. La struttura basilare dell’esistenza inautentica è il divertimento.

Divertirsi significa distrarsi, guardare da un’altra parte rispetto alle cose serie, alla verità. Heidegger afferma che questa tendenza all’inautenticità è radicata nel profondo dell’esistenza, perché l’esperienza della verità genera angoscia, intesa come la paura di un che di indistinto.
Ci sono dei momenti in cui uno si rende conto che il fatto stesso di stare al mondo ha dei tratti
inquietanti e in quei momenti, che sono quelli in cui uno per un attimo coglie il senso dell’esistenza
come tale, si genera l’angoscia. Il fatto che poi uno cerca di distrarsi e divertirsi è comprensibile.
Questa strategia esistenziale è una cosa che non funziona e non va bene; questo volersi distrarre e
guardare altrove rispetto al senso e alla verità dell’esistenza, produce una progressiva decadenza
civile che si riflette anche nelle istituzioni, nella corruzione all’interno dello stesso apparato sociale.
L’uomo (a differenza degli animali) è caratterizzato dal fatto che può alzare lo sguardo all’intero
orizzonte dell’esistenza e prendersi cura del fatto dell’esistenza come tale.

In un certo senso non può fare a meno di farlo perché il paradosso è che, anche chi si diverte, chi si ostina a non alzare lo
sguardo e guardare sempre altrove, è come se avesse poi scelto di divertirsi; come se in questo non
voler vedere avesse già visto: c’è sempre un non voler vedere la verità dell’esistenza perché si è visto
abbastanza da sapere che non ne vuole vedere più. Il compito filosofico consiste nel fatto di attraversare questa inautenticità, non liquidarla ma interrogarsi sulle sue ragioni cercando di coglierne il senso, e ricostruire le condizioni e le possibilità
invece di questo sguardo esistenziale più ampio e di prendersi cura dell’essere stesso.

Ritornare quindi all’autenticità dell’esistenza pensandola, cogliendone il senso, e deve essere un operazione che non è semplicemente un’acquisizione di nozioni. Questo tipo di concezione ebbe un successo enorme perché in quell’epoca la cosa di cui la gente più sentiva il bisogno era qualcosa di simile: non tanto un nuovo sapere nel senso di una nuova dottrina, ma di un tipo di pensiero che creasse le condizioni per una trasformazione del proprio vivere, del proprio esistere. Era un’epoca in cui la gente iniziava ad avvertire che le grandi macchine sociali li spingevano verso  una vita in fondo priva di senso, inautentica, e molte persone ritenevano di doversi opporre.

Com’è noto la battaglia poi fu persa nel senso che allo stato attuale delle cose, la stragrande maggioranza delle persone (soprattutto giovani) non solo vivono in una condizione di sostanziale divertimento, di inautenticità, ma rispetto all’epoca passata dove le persone erano avvilite da questo fatto e volevano cercare un modo per cambiare le cose, adesso tendenzialmente non ce ne importa.
Una delle ragioni per cui la filosofia europea non si è ancora ripresa da questa sconfitta e si trova in una situazione di difficoltà è che non è chiarissimo perché le cose siano andate così.

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