Emile Durkheim e la Sociologia Classica Francese – riassunto

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Emile Durkheim e la Sociologia Classica Francese

Emile Durkheim si colloca all’ origine dell’ antropologia sociale ed è il fondatore della Sociologia Classica Francese. Altri esponenti di spicco di questa scuola sono: Lucien Levy-Bruhl, Robert Herzt, Marcel Mauss ed Arnold Van Gennep.

Emile Durkheim spiega i fatti sociali a partire da essi ed in questo risulta debitore di William Robertson Smith, il quale ravvisa un errore metodologico nell’ evoluzionismo. Lo studioso sostiene che non ha senso interrogarsi sull’ origine della religione, come aveva fatto Tylor, perché potremmo solo ipotizzarla, non avremmo prove certe. E’ utile, invece, guardare ai riti concretamente agiti. Il fenomeno religioso è un fatto sociale che ci impone di guardare nel concreto gli individui quando si riuniscono nella celebrazione di un rito, invece di ipotizzare.

Nel suo libro Le regole del metodo sociologico (1895), Durkheim scrive che “i fatti sociali vanno trattati come cose e non possono cambiare per la volontà del singolo, sono dei modi di agire o pensare che esercitano un’ influenza coercitiva sulla coscienza individuale”.

Lo studioso francese sostiene che le rappresentazioni collettive, che rientrano nel novero dei fatti sociali in quanto stati di coscienza collettiva che si impongono alla coscienza individuale in maniera inconscia ed apparentemente automatica, sono particolarmente dominanti nelle società semplici. Queste ultime sono caratterizzate da una solidarietà di tipo meccanico, in virtù della quale coscienza individuale e coscienza collettiva sono sovrapponibili per cui quando si verifica una violazione delle norme si mette in crisi l’ intero sistema. Nelle società più articolate, invece, si ha una solidarietà di tipo organico per cui coscienza individuale e coscienza collettiva non sono perfettamente sovrapponibili e l’ individuo ha un margine di libertà che gli consente di discostarsi dalla norma senza mettere in crisi l’ intero sistema.

Tutta l’ opera degli esponenti della scuola sociologica francese rappresenta il passaggio da una problematica evoluzionista ad una funzionalista nello studio dei fenomeni sociali. Il loro obiettivo è stato quello di comprovare l’ ipotesi secondo la quale le forme di pensiero e di socialità affermatesi nell’ Europa moderna erano il risultato dell’ evoluzione di forme più semplici di cui la sociologia doveva ricostruire i meccanismi e le tappe. Questi studiosi insistettero sulla natura sociale dei meccanismi di organizzazione della conoscenza.

Ne Le forme elementari della vita religiosa (1912), Durkheim si occupa delle origini e della natura della religione. Anche in questo caso era necessario condurre un’ analisi su fatti, per cui lo studioso prese in considerazione le società semplici degli aborigeni australiani. Durkheim affermò che le credenze religiose si fondano su un’ opposizione irriducibile, fondativa della realtà stessa, che caratterizza tutte le società arcaiche, ossia l’ opposizione tra il sacro ed il profano, sulla quale si fonda il sistema delle classificazioni duali. E’ sacro tutto ciò che non è profano e viceversa. Durkheim non individua contenuti specifici, ma una dimensione speciale a partire dai riti in cui accade qualcosa di diverso dal solito.

Altro esponente della scuola sociologica francese è Lucien Levy-Bruhl, il quale ne Le funzioni mentali nelle società inferiori (1912) avanzava la tesi secondo cui la mentalità dei primitivi sarebbe caratterizzata da principi di associazione dei fenomeni diversi da quelli logici di identità e non contraddizione. Lo studioso sostenne che il pensiero primitivo era prelogico ed istituiva connessioni tra i dati dell’ esperienza secondo il principio di partecipazione mistica per cui tutto è in contatto con tutto. Secondo Levy-Bruhl, infatti, il primitivo non distingue tra realtà sensibile e realtà ultraterrena, ma la realtà tutta si compone di livelli interconnessi in cui agiscono forze. Il primitivo non ha sviluppato la dimensione dell’ individualità e non riesce a distinguere il soggetto dall’ oggetto.

Nei suoi Quaderni, pubblicati postumi (1949), Levy-Bruhl rettifica la sua posizione affermando che non esiste una mentalità primitiva che si distingua dalla mentalità moderna razionale per il fatto di essere mistica e prelogica, ma nei primitivi è più facile osservare una forma di mentalità mistica presente in ogni mente umana di tutti i tempi e tutti i luoghi. Comunque Levy-Bruhl si sforza di rintracciare uno spazio differenziale dei primitivi con procedure altrettando valide quanto quelle dell’ uomo moderno, logiche nei termini del pensiero simbolico.

Anche Robert Herzt rientra nel novero degli antropologi appartenenti alla scuola sociologica francese. Muore giovane nella prima guerra mondiale, ma lascia due saggi molto importanti: La preminenza della mano destra e Studio sulla rappresentazione collettiva della morte.

Nel primo saggio Hertz sottolinea come la mano destra sia preminente sulla mano sinistra in termini di considerazione sociale. La mano destra è una vera e propria istituzione sociale che gode di considerazione positiva al pari di tutto ciò che è riconducibile al lato destro delle cose.

Nel secondo saggio, lo studioso riflette a partire dal fatto che nonostante la morte sia un fatto naturale, tutti i gruppi umani non si sono limitati ad accettare il fatto che la vita abbia una fine ma hanno sentito l’ esigenza di marcare quest’ evento. Hertz s’ interroga sulla rappresentazione collettiva della morte, su cosa significhi morire. La morte non si limita a mettere fine ad un’ esistenza biologica, ma ad una dimensione sociale che va ripristinata. Presso una popolazione del Borneo, Hertz osserva un rito che corrisponde a quello delle seconde esequie di individui di un certo rango. Si tratta di un secondo funerale ed è solo alla fine di esso che si pone realmente fine al periodo di lutto. La morte di coloro i quali nel panorama sociale hanno una collocazione rilevante crea un vulnus nel corpo sociale , un vuoto che deve essere colmato. Ma non subito. E’ necessario che la società elabori il lutto ed arrivi gradualmente alla nuova configurazione della rete di relazioni sociali. La morte è, dunque, un fatto naturale che viene fatto oggetto di un trattamento culturale sia per il morto sia per la società. La transizione deve avvenire in certi tempi, che variano a seconda delle circostanze. E’ una cosa che si vede anche in certe pratiche rituali, come quelle di iniziazione degli adolescenti all’ età adulta.

In questa cornice Arnold Van Gennep elabora la nozione di riti di passaggio. Lo studioso individuava uno schema tripartito alla base di molti riti attraverso i quali si rappresentano passaggi sia di natura sociale (es. riti d’ iniziazione all’ età adulta) sia cosmologica (es. avvento di un nuovo anno). I riti di passaggio si presentano articolati in una sequenza di atti ed operazioni, in cui ad una prima fase di separazione dalla condizione che si abbandona, segue una fase di margine, alla fine della quale avviene l’ aggregazione alla nuova condizione. Victor Turner, della Scuola britannica, parla di fase preliminare, fase liminare e fase postliminare.

Il continuatore più noto e originale dell’ indirizzo durkheimiano è Marcel Mauss, che si preoccupa di esaminare le ragioni del funzionamento sociale.

Il suo lavoro più influente è Saggio sul dono (1923-24) in cui parla di varie forme di dono, tra cui il kula dei Trobriandesi descritto da Bronislaw Malinowski ed il potlach descritto da Franz Boas. Lo studioso sostenne che il donare, lungi dall’ essere un atto gratuito e volontario, risponde al principio della reciprocità per cui all’ atto del donare segue quello di ricevere e, in seguito, quello di contraccambiare il dono. Il dono è allora un meccanismo di integrazione sociale a mezzo del quale si stringono alleanze di varia natura. E’ un esempio di fatto sociale totale, ossia un fenomeno che mette in moto tutte le istituzioni della società e cementa la coesione globale.

Il kula è uno scambio di collane e braccialetti di conchiglie rosse o bianche che si muovono le une in senso orario gli altri in senso antiorario nelle isole Trobriand compiendo un circolo e tornando al punto di partenza. Si tratta di uno scambio di ordine simbolico dal valore incommensurabile. Una volta entrati nel circolo non si può uscire, “una volta nel kula, per sempre nel kula” dicono i Trobriandesi. Parallelamente al kula si svolge il gimwali, un commercio vero e proprio. Questo sistema di transazioni mette in moto una grande macchina organizzativa. I beni vengono trasportati con canoe accuratamente scolpite e dipinte, specificamente deputate al kula. Tutta la comunità concorre alla realizzazione dell’ evento. Il destinatario non può trattenere gli oggetti oltre un certo tempo per non scatenare lo hau, una forza impersonale che diventerebbe negativa e si rivolterebbe contro chi ha trattenuto gli oggetti oltre il tempo previsto. Quest’ ultima è la spiegazione che gli attori sociali danno, ma Claude Levi-Strauss rimprovera a Mauss di essersi fermato a livello della spiegazione consapevole che gli stessi attori sociali si danno. Secondo l’ antropologo strutturalista, infatti, lo hau altro non è che la ragione cosciente sotto al quale gli uomini hanno colto una necessità la cui ragione sta altrove. Questa ragione, dice Levi-Strauss, è un principio fondativo dell’ ordine sociale, un principio di reciprocità di ordine strutturale immediatamente dato. Questo discorso si lega alla questione della proibizione dell’ incesto, che Levi-Strauss riconduce al sociale portando così a compimento al massimo grado la riflessione della sociologia classica francese. La proibizione dell’ incesto riguarda tutti i gruppi umani di tutti i tempi e tutti i luoghi, per questo motivo potremmo collocarla a livello della natura. Tuttavia è una regola per cui afferisce all’ ambito della cultura. La proibizione dell’ incesto ha consentito il passaggio dalla natura alla cultura. Risponde al principio di reciprocità come principio strutturale immediatamente dato che sta alla base dello scambio di beni, di donne e di parole, che garantisce alla società di sopravvivere. Così lo hau costituisce la ragione dello scambio. Il dono sta alla base del sociale.

   
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