Differenza tra compatibilità diretta e indiretta nel diritto (appunti giurisprudenza)

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L’incompatibilità è di due tipi: incompatibilità diretta e incomparabilità indiretta;
La incompatibilità diretta è la relazione che sussiste fra due situazioni giuridiche di tipo assoluto che vengono affermate nello stesso momento temporale da due diversi soggetti sullo stesso bene, es. il diritto di proprietà sul fondo x, di cui si ritengono titolari sia Alfa che Beta; è la classica relazione di incompatibilità, perché sappiamo che situazioni di questo tipo non possono sussistere due volte, tra gli stessi soggetti nello stesso arco temporale; il carattere assoluto che connota la struttura di queste situazioni giuridiche impedisce di ritenere possibile questa coesistenza; allora, qui si parla di incompatibilità diretta, quindi due domande avente ad oggetto lo stesso petitum, in questo caso, sarebbero incompatibili.
Poi, c’è la incompatibilità indiretta, che corre fra l’oggetto di una domanda e il presupposto logico dell’altra; quindi si rientra nell’ambito della connessione per pregiudizialità di pendenza tecnica; pensate all’esempio fatto ieri: il diritto al risarcimento del danno con riferimento ad un bene che è stato danneggiato; il diritto al risarcimento del danno, subito dal bene, ha per presupposto il diritto di proprietà, di colui che richiede il risarcimento sul bene stesso; questo è il presupposto logico del rapporto pregiudiziale; l’incompatibilità indiretta sussiste fra la domanda avente ad oggetto il diritto dipendente, diritto al risarcimento del danno, e la domanda con cui il convenuto, ovvero il soggetto contro cui la domanda risarcitoria è proposta, si afferma lui stesso proprietario del bene danneggiato; quindi, l’incompatibilità corre, non tra l’oggetto mediato delle due domande, ma tra l’oggetto della seconda domanda e il presupposto logico della prima.

Come ci regoliamo in tema di limiti oggettivi del giudicato? Con riferimento alla incompatibilità diretta, la domanda che si pone è quella relativa al se, laddove sia stata proposta un’azione avente ad oggetto un diritto di proprietà su un certo bene, e laddove questa domanda sia stata accolta, quindi il giudice abbia pronunciato l’esistenza del diritto di proprietà sul bene, la parte contro cui è stato emanata la sentenza, quindi il convenuto, possa aprire un secondo processo deducendo in giudizio il proprio diritto di proprietà sullo stesso bene, quindi il problema che si pone è quello relativo al se il giudicato copre anche il diritto che è direttamente incompatibile con quello oggetto del giudicato stesso; e qui la risposta è positiva, nel senso che è pacifico che il giudicato copre, non soltanto il rapporto oggetto del processo, ma anche il rapporto direttamente incompatibile con il rapporto oggetto del processo; per cui se l’attore propone una domanda giudiziaria avente ad oggetto il suo diritto di proprietà su un determinato bene, implicitamente è come se fosse dedotto in giudizio, anche, il rapporto direttamente incompatibile con questo, facente capo al convenuto, quindi alla parte nei cui confronti la domanda è stata proposta; quindi proposta, azione di accertamento del diritto di proprietà su un certo bene, una volta che questa domanda è stata accolta e una volta che su questa sentenza si è formato il giudicato, è sicuro che il convenuto non è legittimato ad aprire un secondo processo, avente ad oggetto il proprio diritto di proprietà sullo stesso bene, quindi un processo in cui viene proposta una domanda di accertamento del proprio diritto di proprietà sul medesimo bene; ecco perché questo diritto è un diritto che rientra nei limiti oggettivi del primo giudicato, e quindi il problema non si pone.

Diversa è invece la soluzione che deve essere offerta nell’ipotesi di incompatibilità indiretta, perché in tale ipotesi si rientra nell’ambito della connessione per pregiudizialità di pendenza tecnica, quindi si applica l’art. 34 c.p.c.

Art 34 c.p.c: “Accertamenti incidentali. Il giudice, se per legge [124 c.c.] o per esplicita domanda di una delle parti è necessario decidere con efficacia di giudicato [324; 2909 c.c.] una questione pregiudiziale (1) che appartiene per materia o valore alla competenza di un giudice superiore, rimette tutta la causa a quest’ultimo, assegnando alle parti un termine perentorio [153] per la riassunzione della causa davanti a lui [50, 307 3; disp. att. 125] (2).”

è un’ipotesi in cui si tratta della relazione che intercorre fra l’oggetto di una domanda e il presupposto logico della stessa domanda e quindi la disciplina applicabile, e che si desume dall’articolo 34, è quella cui accennavamo nella lezione di ieri: il giudice, adito con riferimento al rapporto dipendente, accerta il rapporto pregiudiziale, senza autorità di cosa giudicata, “incidenter tantum”: accerta il rapporto pregiudiziale, ove controverso tra le parti del processo, ai soli fini della sentenza emessa sul rapporto dipendente, e quindi il rapporto pregiudiziale non è coperto dalla autorità della cosa giudicata; questo significa che il convenuto, nell’ipotesi che vi facevo prima, è legittimato ad aprire un secondo processo, in cui deduce il diritto che è indirettamente incompatibile con quello oggetto del primo giudicato, quindi proposta, domanda di risarcimento del danno, per i danni riportati su un certo bene, il giudice si pronuncerà con autorità di cosa giudicata in ordine all’esistenza o non esistenza del diritto al risarcimento del danno, ma come regola generale accerterà il diritto di proprietà sul bene danneggiato incidenter tantum, senza autorità di cosa giudicata; quindi, il convenuto, siccome l’accertamento, relativo al rapporto pregiudiziale, non è coperto dall’autorità della cosa giudicata, potrà aprire un secondo processo, avente ad oggetto il proprio diritto di proprietà sullo stesso bene, quindi un diritto indirettamente incompatibile con quello oggetto del primo giudicato, e il secondo giudice non sarà vincolato all’accertamento compiuto dal primo giudice, perché l’accertamento sul rapporto pregiudiziale compiuto dal primo giudice, è un accertamento che non è coperto dall’autorità della cosa giudicata, quindi non fa stato tra le parti; il rischio che si corre, in questa seconda ipotesi, è che il secondo giudice pervenga a una soluzione difforme rispetto a quella a cui è pervenuto il giudice di primo grado: il giudice di primo grado, avendo accertato, incidenter tantum, che il bene appartiene all’attore, condanna il convenuto al risarcimento del danno, mentre il secondo giudice, andando di contrario avviso al primo, afferma che la proprietà è della parte che, originariamente nel primo processo, era convenuta, e che invece nel secondo processo è attrice; il rischio è che si creino due sentenze che sono logicamente contraddittorie, perché l’oggetto della seconda sentenza è in contraddizione con il presupposto logico della prima sentenza; ma questo è un rischio che l’ordinamento accetta, accetta perché per evitare questo rischio l’ordinamento processuale dovrebbe imporre al giudice di accertare tutti i rapporti pregiudiziali, con autorità di cosa giudicata, e ciò avrebbe come conseguenza un grosso costo, perché lo svolgimento di un processo complesso, che ha ad oggetto più rapporti sostanziali è particolarmente grave e costoso; quindi in nome di una evidente esigenza di economia processuale, il legislatore ha accolto una nozione ristretta dei limiti oggettivi del giudicato, aprendo al rischio che vengano emanate sentenze logicamente contraddittorie, e che quindi possano convivere, nello stesso ordinamento, giudicati logicamente contraddittori; ma questa è una scelta del legislatore, scelta che troviamo sintetizzata nell’articolo 34 c.p.c., per cui non ci possono essere dei dubbi a riguardo.

 

Fonte: appunti di giurisprudenza condivisi

   
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