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Dialettica Spleen e idèal in Baudelaire nei fiori del male




Conosciamo meglio un autore che per anni è stato censurato, giudicato immorale e bandito dai programmi di studio. Baudelaire nel 1856 pubblica la famosa raccolta di poesie ” Les fleurs du mal” e, una settimana dopo, il tribunale gli condannerà l’opera per immoralità. Questa condanna è rimasta legata al suo nome tutt’oggi, anche se pochi conoscono la sua vera poetica o, comunque, quando la apprendono, ne restano delusi perché pensano di trovare qualcosa di più torbido e perverso. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza e di dimostrare come stanno le cose.

Baudelaire è un uomo infelice, assediato dai creditori, dilaniato dal rapporto di profondo odio con il patrigno, il generale Opic, e da un sentimento di amore odio nei confronti della sua città sintetizzato nel verso del projette d’epilogue “Je t’aime, ô capitale infâme!”. Ma non è tutto: come ogni uomo egli è affetto da spleen, anche detto “Ennui”, che in lingua francese prende il significato di “la noia”.

Più genericamente, lo spleen è un termine inglese, e non prettamente francese, che rimanda alla milza, organo che, secondo la medicina dell’epoca, secerne la bile, un liquido che, se posseduto in quantità eccessive, rende gli uomini malinconici. Esso è il male di vivere, l’insufficienza esistenziale, da lui definito in au lecteur il vizio “plus laid, plus méchant, plus immonde”. Contrapposto a questo stato di torpore troviamo l’Idéal, ovvero la cosìdetta “harmonia mundi”; uno stato di beatitudine, di serenità e di pace dominato dall’eternità.

Sarebbe bellissimo poter vivere per sempre in tale condizione, peccato che non sia possibile, perché “l’Idéal est n’importe où hors le monde”, ovvero è ovunque tranne che in questo mondo. L’uomo, quindi, non può essere felice, ma può solo continuare a bramare il raggiungimento di questo stato. Quanto maggiormente non sia l’animo fine ed emotivamente attento, tanto più l’animo stesso si volgerà affannamente in direzione “dell’Idèal”, e di conseguenza aumenterà ancora l’insoddisfazione quando non sarà possibile raggiungere proprio questo “ideale” ( Baudelaire, nella poesia “élévation”, scrive che “Heureux celui qui peut d’une alle vigorose, s’elencer vers le champs lumineux et sereni”; peccato che nessuno si trovi in questa condizione).

Come possiamo, quindi, vivere in un mondo maligno dominato dallo spleen? Possiamo trovare una consolazione nell’arte, sia come fruitori che come produttori. l’arte, infatti, ricostruisce la perduta armonia del mondo e consacra all’eternità ogni bene di cui parla, con cui entra in contatto. C’è solo un problema; la sospensione dello stato spleenetico è momentanea e non è neppure garantita sempre. Ci sono artisti che hanno perso l’ispirazione, altri che non l’hanno mai trovata, altri che non hanno la possibilità di fruire dell’arte o che, comunque, quando si distaccano da essa risentono, forse in modo più atroce, il peso della spleen. Ed ecco, allora, l’invito amorale che Baudelaire esortando ad avvicinarsi alle droghe e all’amore perverso come forme artificiali in grado di trasportare in una dimensione parallela in cui si può sospendere lo stato spleenetico.

Ricordiamo che Baudelaire, pur di raggiungere “l’idèal”, non si subordina alla morale, ma ritiene che, detta comunemente, il fine giustifichi i mezzi (d’altronde “Enfer o ciel, qu’importe?”, come lui stesso scrive in “Le Voyage”); Baudelaire rileva subito come queste dimensioni portino ad un benessere momentaneo e illusorio che, con il tempo, si trasforma in malessere per aver fallito l’obiettivo. Questo capitolo, quindi, è marginale nel complesso dell’opera e da lui stesso ritenuto fallimentare. L’unica via, probabilmente, è quella della morte! (“Au fond de l’inconnu pur trouver de nuoveau”, scrive sempre in “Le Voyager”, ovvero “Alla fine dello sconosciuto per trovare il nuovo”).

Baudelaire rende allegoria la morte con l’immagine di una spettrale ballerina in una poesia poco letta, chiamata “Danse macabre”. Dopo aver descritto nel dettaglio la danzatrice terribilmente bella, irresistibile, incurante, lusinghiera e onnipresente, si rivolge al lettore e senenzia: “La mort t’admire, en te contorsions, risibile Humanité”. Proprio nel nome della morte si chiude la raccolta, per riaprirsi nel 1861, con la seconda edizione in cui viene effettuata l’aggiunta più significativa: “i tableuax parisiens”.

Leggete, quindi, questo poeta a partire dalle sopraddette considerazioni e vedrete che non vi deluderà, anzi vi inebrierà.

“Enivrez-vous […] du vin, de poésie ou de vertu, à votre guise” come diceva Baudelaire negli “Spleen de Paris”.


Autore dell’articolo: Ary93msc

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