Decadentismo – simbolismo – letteratura e Baudelaire analisi sull'anima decadente

Il termine “decadentismo” originariamente indicava un determinato movimento letterario sorto nella Parigi della seconda metà del 1800, chiamato appunto “decadentismo” per la piega dispregiativa che prese in Italia, ma negli altri paesi sono preferite altre denominazioni come “simbolismo“.

I maggiori decadentisti italiani furono Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio.

Al simbolismo appartiene il rifiuto totale del positivismo per arrivare all’ irrazionale spiccato capace di riconoscere la realtà ritenuta più vera: l’anima decadente è sempre protesa verso il mistero nascosto dietro la realtà visibile.

Mentre nel positivismo è ferrea la convinzione che la realtà sia un complesso di fenomeni materiali, regolati dalle leggi fisiche tramite cui si possa conoscere la realtà e ottenere il dominio dell’uomo sul mondo, il l’artista simbolista dubita della ragione e della scienza.

Per il decadentista l’inconscio è una risorsa preziosa e fondamentale, che i romantici avevano già intuito ma mai respirato a pieni polmoni come invece fa l’anima decadente che ne esplora il fondo irresistibile e misterioso da cui si lasciano inghiottire volentieri distruggendo ogni legame con il razionale.

Le navi con cui approdare a questa conoscenza più vera sono gli stati d’animo irrazionali dell’esistere (sono la pazzia, la malattia, il sogno, l’incubo, la nevrosi e il delirio) ma anche le droghe come l’oppio, l’assenzio, la morfina, l’hashish e naturalmente l’alcol che tra l’altro erano già stati in parte utilizzati da romantici come Colderidge o Thomas de Quince.

Baudelaire (1821 – 1867) fece largo uso di queste sostanze e nell’opera “I paradisi artificiali” (Les Paradis artificiels) descrisse gli effetti delle droghe e da un’iniziale elogio della droga proprio come strumento umano per soddisfare il “gusto dell’infinito” si passa ad una irrimediabile condanna: Baudelaire afferma che “orrenda è la sorte dell’uomo la cui immaginazione, paralizzata, non sia più in grado di funzionare senza il soccorso dell’hashish o dell’oppio“.

« Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi tiene a terra, dovete ubriacarvi senza tregua. Ma di che cosa? Di vino, poesia o di virtù : come vi pare. Ma ubriacatevi. E se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull’erba verde di un fosso, nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate perché l’ebbrezza è diminuita o scomparsa, chiedete al vento, alle stelle, agli uccelli, all’orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è; e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, l’orologio, vi risponderanno: “È ora di ubriacarsi! Per non essere gli schiavi martirizzati del Tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre!Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare. » (C. Baudelaire, Lo Spleen di Parigi.)

La droga quindi nell’ambito romantico-decadentista è vista come un mezzo per aprire la mente, per potenziare all’infinito le facoltà umane e per spalancare completamente gli orizzonti infiniti e appassionati che ci mettono al contatto con l’assoluto.

Questo concetto verrà ripreso fino ai nostri giorni come per esempio dagli autori della Beat Generation.

Baudelaire

Baudelaire è il tipico decadentista che descrive l’inquietudine, l’apprensione e il rovello del suo tempo, descrivendo queste attraverso la forma più elegante possibile : quella classica,  prima fra tutti il sonetto di cui Baudelaire diceva essere dotato di una bellezza pitagorica.

Sempre restando a Baudelaire avremo lo Spleen e l’Ideal nella prima parte della sua opera (I fiori del male, opera divisa nelle sue sezioni Spleen et ideal, Quadri Parigini, Les fleurs du mal, La revolte, Le vin e La mort); lo spleen non è altro che il malessere romantico, un termine inglese che sta a indicare la bile, l’umore atrabiliare, l’umore nero. L’umore che possiede l’uomo e ne fa un estraneo all’uomo stesso, lo troveremo nelle sue poesie, in particolare in Spleen, una poesia descrizione della depressione che fa intendere Baudelaire, assieme all’albatros, come un esiliato dalla terra.

Baudelaire ha un occhio aperto e lucido sulla sensibilità del suo tempo che ci fa pensare a Balzac; Baudelaire è un poeta cristiano che morirà bestemmiando nell’ospedale in cui era stato ricoverato tanto che le suore dovranno cacciarlo.

Aveva un profondissimo senso di pietas e commozione per una popolazione ai margini della società, nel 48 Baudelaire sarà sulle barricate, sono le povere vecchie, i mendicanti, i saltimbanchi, gli zingari, gli uomini a cui va il suo amore in strano contrasto con il suo elitarismo, con quella aristocraticità che gli deriva dal voler essere dendie, che oggi si confonde con la figura dell’essere elegante, il dendie era un asceta, un monaco del bello che lottava contro la società borghese dell’utile e del commercio.

In una lettera del 52 baudelaire scriveva a un amico “come volete che si diano delle notizie biografiche volete forse mettere che sono nato a Parigi nel 21 e che ho fatto molti viaggi nei mari dell’india? Io non credo che si debbano mettere cose del genere.” ma aprire la pagina di wikipedia della sua biografia, peraltro molto bella, per rileggerla con più attenzione non costa niente.

Baudelaire nasce nello stesso anno di Gustave Flaubert, di Dostoevskij e nello stesso anno muore napoleone Bonaparte, a cui Manzoni dedica la poesia il 5 Maggio. Con Baudelaire la modernità entra nella poesia.

L’albatross (poesia dei fiori del male) è una lettura fondamentale per capire Baudelaire, quasi un biografia che descrive la trasformazione del poeta stesso, perchè è un allegoria del contrasto tra poeta e società.

Saranno le condizioni espresse in questa poesia a fargli abbracciare il dendismo, a fargli scegliere di essere un monaco del bello nemico dei “borghesi”. L’albatross è il poeta che perdendo il cielo e costretto a cadere a terra e smarrisce il senso di guardare il mondo dall’altro, all’inizio sembra che il poeta e il volgo possano convivere pacificamente ma la seconda strofa smentisce subito questa affermazione: appena a terra viene posto ai sollazzi del volgo e sembra cristo quando viene stuzzicato con la pipa.

Nel simbolismo l’io e il mondo non sono distinti e possiedono una loro identità comune: l’individuo può annullarsi nella vita del tutto confondendosi nelle nuvole, nei corsi d’acqua e nei fili d’erba potenziando all’infinito la propria vita rendendola divina: si tratta del panismo, una fusione tra l’elemento naturale e quello più specificamente umano.

Il male ha un suo fascino, praticare il male dà piacere. Vi ricordate il romanticismo? Il romanticismo porta avanti tutte le tematiche negative, ora, le tematiche sviluppate nei “Fiori del male” sono esattamente le stesse però amplificate, portate alle stesse conseguenze.

Qual’è la conseguenza che traiamo? Che il romanticismo fu così forte come movimento culturale che arrivati a un certo punto esso ebbe la forza per rigenerarsi, per riscrearsi attraverso nuove forme.

Il conflitto costante tra ennuie e ideal che anima questi scrittori nel quale non ci sono mezze misure, c’è una situazione di esaltazione mistica o il baratro, questi poeti oscillavano costantemente tra l’esaltazione e la forte depressione.

Dovevano vivere costantemente sotto adrenalina.

L’ennuie è la situazione di profonda e cupa disperazione, il pericolo di vedere sprofondare il mondo in uno sbadiglio.

Vedere al di là della realtà sensoriale è il secondo aspetto che caratterizza Baudelaire.

Al di là della natura sensoriale c’è una realtà più profonda e magnifica che si cela dietro le cose materiali, la realtà, appunto, del simbolismo.

Solo il poeta è in grato di penetrare questa realtà e questi simboli e attraverso il linguaggio poetico decifrare questi simboli per la massa.

 

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Simone Puligheddu

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