Come fu davvero l’infanzia di Guglielmo Oberdan?

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Una foto di Guglielmo Oberdan

Riguardo all’infanzia di Guglielmo Oberdan si può dire che non sia stata idilliaca: figlio illegittimo di una domestica di origini slovene (Genoveffa Maria Oberdank) e del fornaio Valentino Falcier, che venne ben presto arruolato all’interno dell’esercito austro-ungarico.

Su wikipedia viene riportato questo:

Non fu riconosciuto dal padre naturale e venne registrato all’anagrafe come Wilhelm Oberdank (Oberdan è un’italianizzazione che adottò successivamente). A quattro anni dalla nascita la madre si risposò con Francesco Ferencich, capofacchino del porto di Trieste dal quale ebbe altri quattro figli. Il patrigno instaurò con il giovane Oberdan dei buoni rapporti e tentò di legittimarlo iscrivendolo con il proprio cognome al censimento del 1865 e alle scuole elementari.

Eppure non si è del tutto sicuri di questo affetto, almeno a leggere l’inizio del volume d’epoca “La vita e il martirio” di Guglielmo Oberdan (A.Annunziata), il cui testo è parzialmente riassunto (in alcuni casi usando le stesse parole del libro) nelle righe sottostanti:

L’infanzia di Guglielmo Oberdan inizia dalla sua culla, dove si trova non certo circondato da sorrisi. La sua nascita ebbe un baliatico di angoscia e di lacrime. Oberdan nacque il primo febbraio 1858 a Trieste. Suo padre era un italiano: ma egli, Oberdan, non lo conobbe mai, non ne seppe mai il nome. Era con venerazione e con fierezza intima che egli portava il cognome della propria madre Giuseppina, goriziana, di famiglia Siana.
La madre di Oberdan, che peccò d’amore, di fiducia e di passione, trovò, dopo alcuni anni, vissuti coraggiosamente e penosamente, un uomo che le dette il proprio nome.
Si chiamava Ferencisch ed era capofacchino al molo. Il patrigno, di bassa estrazione e rozzo di modi, non volle legittimare né adottare il piccolo Guglielmo; quest’ultimo venne su fino a sette anni, malaticcio e gracile, tra i baci spesso furtivi e l’immensa rassegnazione materna.

A sette anni, iI fanciullo assai pallido, dotato di sensibilita ed una intelligenza precoce, attraverso uno scoppio d’ ira brutale del padrigno, comprese. La sua piccola anima fu ferita e sanguinò. Fuggi di casa e vagò per ore ed ore per i campi. La notte non gli incusse spavento. Nell’ aurora, un grosso carro carico di legna tirato da buoi cigolava per una strada solitaria. Due contadini russavano, lasciando ai buoi candidi la lenta fatica di percorrere la via abituale. Giunti al villaggio, i due  ebbero una sorpresa. Sopra un sacco, sullo stesso carro, dormiva beato un bambino. I due uomini ruvidi rimasero, per qualche istante, perplessi. Poi lo scossero e gli chiesero chi fosse ma parlavano una lingua straniera ed il ragazzo non li capiva. I carrettieri lo presero per mano e lo portarono dai curato che lo ebbe in consegna. Dopo due o tre giorni di affannose ricerche, la madre potette coprirlo di singhiozzi, di baci, di lacrime. Alle domande insistenti, ai rimbrotti di cui fu fatto segno, il ragazzo non rispose siliaba. Tacque, di faccia alla madre, il segreto intuito, più che appreso, della sua fuga.

   
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1 Comment

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  1. È difficile da dire anche perché il libro citato probabilmente deriva dalla tradizione della prima guerra mondiale dove il personaggio veniva rielaborato spesso anche per motivi di propaganda nella guerra. Ad ogni modo ho sempre pensato a una parte dell’odio di Oberdan spiegata anche dall’abbandono del padre che entrò nell’esercito austriaco…

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