Capitolo VI Arrivano i Lituani – storia medievale russa – “Le montagne Russe”

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Medioevo granducato-di-lituania

Un libro di Aldo C. Marturano
LE MONTAGNE RUSSE

Capitolo VI Arrivano i Lituani

Lo scompiglio che i Tatari avevano portato in Europa aveva fornito la prova evidente
dell’altero compiacimento di cui tutto l’Occidente, in special modo, aveva goduto anche dopo
che non era riuscito a riconquistare le posizioni politico-religiose che l’Islam aveva abbattuto
nel Mediterraneo.
I territori cristianizzati si erano già ristretti nel continente con l’espansione di al-Andalus
quasi oltre i Pirenei e, a parte lo zoccolo duro costituito da Francia, Germania e Italia,
grandissima parte dell’Europa era ancora da evangelizzare. Inoltre con la caduta di
Costantinopoli in mano latina, si era persino chiuso il più grande mercato compratore del
mondo occidentale.
E ora improvvisamente dopo il ciclone musulmano del VII sec. d.C. erano apparsi pure i
Tatari!
Certi sbilanciamenti nel commercio internazionale erano rimbalzati fino in Europa dopo
essere stati avvertiti nella Rus’ di Kiev e in Galizia, ma non avevano messo troppo in allarme
le istituzioni che diffondevano e riaffermavano il potere attraverso lo sfarzo dello spettacolo
ossia la chiesa e le corti signorili che vivevano di quei traffici. Né c’erano molti che avessero
mai pensato che ciò fosse dovuto proprio agli eventi che accadevano in quegli anni a oltre
5000 km di distanza. Se in più teniamo presente che la politica dei Tatari nelle loro scorrerie
nel fare prigionieri non era quella di ucciderli in massa, come constaterà pure il messo papale
Giovanni di Pian del Carpine, ma era di selezionare accuratamente specialisti e artigiani nei
territori conquistati, le menti migliori della società medievale locale, per portarseli a lavorare
nei loro centri della Mongolia. In tal maniera c’era stato un notevole impoverimento
scientifico e tecnologico nel Centro Asia e si annunciava quindi un’analoga dura recessione
culturale nel cuore dell’Europa che con questa parte del mondo aveva intensi scambi da secoli
ormai…
Dopo quanto abbiamo detto fin qui, la Chiesa di Roma dovette urgentemente correre ai
ripari e il papa Innocenzo IV, credendo (forse ingenuamente) nella sua reale potenza come
rappresentante diretto del dio cristiano sulla terra, tentò la carta del confronto benevolo, pur
minacciando terribili punizioni divine allo stesso tempo al popolo tataro-mongolo intruso, e
cioè quella di parlamentare alla pari col potere supremo tataro nella capitale in Mongolia per
impedire che ci fosse il temutissimo loro ritorno, effettivamente ancora prevedibile, e che ne
seguissero ulteriori distruzioni.
Di conseguenza nel 1245 si compone una prima missione del papa in Mongolia capeggiata
dal sopra nominato francescano Giovanni di Pian del Carpine, superiore provinciale di
Germania, Spagna e Sassonia, latore di un lungo messaggio scritto per il Gran Khan dei
Tatari. Il monaco parte da Lione (il papa era a Avignone) e una delle prime soste dopo
Breslavia è, come è logico dal punto di vista della sicurezza personale fin dove è possibile, a
Vladimir-di-Volynia. Qui vi trova Vasilko che lo accoglie con tutti gli onori in una città mezzo
devastata, ma dai cui discorsi il monaco riesce a sortire molto poco quanto a informazioni sul
viaggio, sui Tatari e sulla situazione di Kiev e dei suoi colleghi ortodossi. Qualche mese dopo
arriva a Kiev (inverno 1246) dove pure regna la desolazione più nera tanto da far restare
sgomento il francescano davanti alle rovine della grande città nella quale solo la Cattedrale di
Santa Sofia si è salvata e in parte. Mentre prosegue il viaggio a cavallo nella steppa ucraina,
incontra Danilo e si scambiano alcune informazioni. Il messo papale racconta dello scopo
della sua missione e Danilo a parole è d’accordo con il compito a lui affidato, ma insiste sulla
necessità di mettere insieme tutte le forze disponibili e opporsi alle soperchierie dei Tatari
perché gli affari stanno andando male. E’ sicuro che ciò sia fattibile con lui a capo.
Danilo era corso a Sarai per farsi garantire da Batu che lo avrebbe riconosciuto come unico
signore della Galizia e della Volynia e qui aveva probabilmente ricevuto la prima concessione
di potere detta in turco jarlyk, e non di buona voglia, se dobbiamo credere alle Cronache di Halič.
Leggiamo: “O male dei mali è questo onore tataro (il jarlyk)! Danilo figlio di Romano era
un grande principe e insieme ai fratelli governava la Terra Russa: Kiev, Vladimir-di-Volynia
Halič e ora è in ginocchio e non può esser chiamato che schiavo del tataro che gli chiede un tributo…”
La Galizia-Volinia e le terre russe vicine (compresa Kiev), ormai piegate dall’assalto tataro,
ora volevano riprendersi e Danilo si era eletto unico mediatore politico per la rinascita di tutta
la Pianura Russa pur avendo accettato la sottomissione a Batu.
E’ una situazione che Danilo spera provvisoria giacché è difficile da sopportare e da gestire
e cerca perciò un aggancio col papa e con le potenze cattoliche vicine. Il papa sembra
rispondergli nel senso voluto giacché attraverso missioni e missive (bolle papali) invita al
progetto Crociata contro i Tatari i re e reucci di Moravia, Boemia, Pomerania, Livonia fino a
Alessandro Nesvkii, lontano cugino di Danilo, nel nordest russo. L’interesse del papa, nel caso
di Alessandro, però è duplice: farlo partecipare alla Crociata contro i Tatari, ma soprattutto
interrompere le sue azioni militari contro i Cavalieri Teutonici e Livonici sulle coste baltiche
che in tale Crociata non sono “invitati”. In quegli anni infatti Alessandro ha un contratto
d’ingaggio a Novgorod mentre suo padre sta consolidando i contatti con i Tatari.
Ad ogni buon conto alle sollecitazioni del papa le risposte furono o evasive o di rifiuto e
non ci fu alcuna Crociata contro i Tatari. Tuttavia, solo allorché questi risultati divennero noti
e definitivi, il papa capì che poteva usare meglio Danilo come tramite più vicino e mandò nel
1254 un gruppo di domenicani che risiedessero in Galizia col compito di mantenere legami
diplomatici non solo con le Terre Russe, ma anche con le nuove realtà tatare sul Volga.
Che ci guadagnava Danilo ad avere presso di sé questi personaggi? Non capiva che la loro
presenza serviva solo a controllare le sue mosse per poi convincerlo ad entrare nella comunità
cristiana e dipendere dalle direttive del papa? In ogni caso però il papa gli concedeva… una
bella corona da re! E infatti a Cracovia ecco giungere dei messi papali speciali (per una prima
volta) con la promessa corona reale, ma niente aiuti militari giacché a nessuno dei principi
cristiani interessava opporsi ai Tatari per proteggere la Galizia.
E Danilo che se ne faceva di una corona, se poi non avrebbe avuto alcun aiuto per
difendere la terra che gli apparteneva? Rifiutò dunque. La scena si ripeté però l’anno seguente.
Stavolta sua madre e Boleslao gli consigliarono di accettarla promettendogli che si sarebbero
impegnati di persona per aiutarlo nei suoi piani.
Nella lettera di accompagnamento alla corona il papa aveva tirato fuori il problema dei
vescovi ortodossi che rifiutavano di riconoscere la supremazia di Roma. Danilo per questo
motivo doveva organizzare, da nuovo re cristiano, un Concilio sul tema, visto che aveva in
mano la sede metropolitana ortodossa kievana. Danilo si fece incoronare, ma quanto al
Concilio, il progetto fu subito messo da parte giacché c’erano altri problemi che gli
premevano, senza dover mettere in subbuglio la gerarchia ecclesiastica. Un comportamento
del genere di un re incoronato da Roma fece andare il papa su tutte le furie, ma non c’era
alcun modo realistico per punire la disobbedienza e tutto passò per il momento nel
dimenticatoio…
Intanto la Volynia in particolare aveva avuto sempre degli screzi con le vicine genti lituane
(useremo il nome di questa gente baltoslava per semplicità, sebbene in quel momento si
trattasse di Jatviaghi) e proprio in questa metà del XIII sec. si erano in qualche modo acuiti.
Malgrado tutto il primo contatto ufficiale fra Lituania e Volynia nelle CTP è nel 1219-1220
quando sorge la questione dei continui sconfinamenti armati dei nordici vicini fin nei Carpazi.
Il fatto è che è iniziata l’incubazione della nazione lituana intorno alla cittadina di
Novogrudok (oggi in Belarus). Le diverse genti baltoslave (ed erano numerose) non avevano
ancora un unico stato con un unico sovrano e quando c’era da prendere accordi fuori dalle loro
terre, i diversi capetti discutevano e mandavano uno di loro agli incontri con i vicini senza
però riconoscergli pieni poteri decisionali. In tal modo qualsiasi accordo preso da un capetto
lituano con lo straniero non era obbligatoriamente rispettato dagli altri, sebbene chi l’avesse
stipulato fosse stato delegato da tutti.
In più i lituani, da tempo isolati nelle loro foreste ed ora minacciati dal Cavalieri Teutonici,
non avevano un’idea di nazione o di lega di nazioni/genti simile a quella degli Slavi che erano
i loro più antichi vicini e affini. Conoscevano bene il più antico stato nella Pianura Russa, la
Rus di Kiev. Sapevano che si era fondato sull’unione famigliare del potere poi concentrato
nella città del sud, Kiev, e sapevano che le città distribuite lungo le vie di comunicazione
fluviali erano sottomesse all’autorità del Gran Principe. La Rus’ di Kiev non era riuscita a
vivere a lungo unita, come già sappiamo, ma l’obbedienza al Gran Principe di Kiev sembrava
ancora tenere e dunque toccava ora ai lituani di ristabilire l’ordine antico. Alcune fonti
chiamano perciò la Lituania, la Seconda Rus’…
Schematicamente il territorio abitato dalle varie genti baltoslave si divide in due parti: una
alta, in lituano Aukštaitia o Lituania propriamente detta (Litvà in russo e Lietuvos in lituano) a
monte del bacino del Nieman, e una bassa o Žemaitia, o la Bassa (in lituano Žemas significa
appunto Bassa) a valle del fiume Nieman (lit. Nemunas) e conosciuta nelle Cronache tedesche
col nome (latinizzato) di Samogizia. Ed è su questo territorio che si erano dapprima affacciati
i polacchi cristiani, poi erano arrivati gli ordini cavallereschi lungo la costa baltica, e tutti si
erano schierati contro gli interessi degli autoctoni (lituani, prussiani e pure finnici e krivici) e
le loro pressioni militari (e culturali) si erano fatte pesantissime.
L’accerchiamento della Lituania era d’altronde preesistente. Il vescovado di Riga (fondata
sulla foce della Dvinà nel 1201) dal nord irradiava la sua massiccia propaganda cattolica
tramite i Cavalieri Livonici che in quella città avevano sede e sempre con le armi in mano. Ad
ovest, in seguito alla concessione del duca di Masovia, ci sono invece i Cavalieri Teutonici
che hanno già eliminato fisicamente il popolo baltoslavo dei Prussiani e man mano premono
verso la Lituania.
La Rus’ di Kiev, al contrario, non si era mai attestata lungo le coste baltiche e aveva perso
molto della sua autorità politica e culturale in questa parte del nord tanto che la stessa Polozk,
città “di san Vladimiro” sul fiume Dvinà e antagonista di Riga, era stata una delle prime a
condurre delle politiche indipendenti da Kiev legandosi più strettamente ai Baltoslavi. Per
mezzo dei matrimoni dinastici e incoraggiando la convivenza nei villaggi misti fra Lituani e
Krivici (slavi) Polozk rappresentava in breve la maggiore realtà politica esistente nella
“regione lituana” non toccata dai Tatari e alla quale ci si poteva rifare come modello per uno
stato lituano nuovo. E tuttavia oltre a Polozk a poco a poco verso la metà del XIII sec. le cittàstato
indipendenti da Kiev in territorio lituano-bielorusso di oggi erano ormai una trentina
compresa Novogrudok e quasi la metà avevano un principe residente con nome lituano, ma
battezzato nella religione ortodossa.
Se il Patriarcato del Bosforo aveva avuto una politica di propaganda della fede molto
diversa da quella del Papato di Roma ossia senza il proselitismo missionario di monaci armati
(usava i Riurikidi per tal servizio!), le conversioni in Lituania si erano ottenute quasi sempre
con l’accordo previo dei capipopolo e ai nuovi convertiti era stata lasciata la loro lingua nella
liturgia insieme con una certa tolleranza sulle abitudini pagane. Oltre non si era andati e, se
molti avevano assimilato in parte la cultura slava, altrettanti baltici avevano continuato a
vivere nel loro vecchio modo.
Quando arrivano i cavalieri però la musica cambia. Il compito principale dei monaci
crociati assegnato loro era di convertire tutti gli abitanti di questa terra al Cristianesimo
Cattolico… a qualsiasi costo e subito, anche mettendo a ferro e a fuoco i villaggi! Per di più,
siccome il permesso di insediarsi in Prussia era stato concesso ai Cavalieri Teutonici, questi
ultimi in Lituania (insieme con i Polacchi) erano guardati con più sospetto e ostilità. Riga e i
Cavalieri Livonici seguivano una politica meno aggressiva in quanto avevano da contenere
non solo in Lituani, ma anche i russi e gli ugro-finni. Alla fine gli eventuali alleati per i lituani
preferenziali restano gli slavo-russi e, specialmente, quelli di Danilo che non quelli di
Alessandro Nevskii.
Torniamo per un momento, per sommi capi, ai problemi della Chiesa Cristiana Universale.
Sebbene ci fosse una sola fede cristiana, nell’XI sec. essa risultava separata dallo scisma fra i
due grandi Patriarcati: Roma e Costantinopoli. Sia l’uno sia l’altro patriarcato si considerava
l’unica rappresentanza di Cristo sulla Terra e tendeva perciò l’uno a far concorrenza all’altro
per conquistare nuovi pagani. Moltissimo della fede era basato sui rituali e sulle regole di vita
dettate dalle chiese rispettive. I riti e regole erano stati standardizzati nel famoso Concilio di
Nicea ai tempi di Costantino il Grande, ma ora, dopo lo Scisma del 1054, senza una
composizione era iniziato un certo allontanamento prima proprio nei riti e poi gradualmente
nella differenziazione dogmatica dei secoli seguenti. Così, ai nuovi battezzati, sia che fossero
cattolici, come chiamava i propri fedeli la Cristianità di Roma, sia ortodossi, come li
chiamava invece la Cristianità di Costantinopoli, l’unica parte del messaggio evangelico che
disturbava di più era lo sconvolgimento dei propri costumi, dei rapporti fra gli uomini, della
concezione del potere contro cui erano il pagano era pronto ad opporre una strenua resistenza.
In altre parole poteva andar bene cambiare gli dèi del proprio olimpo, ma non la vita.
Insomma era molto difficile capire perché Ortodossi e Cattolici erano antagonisti e si
guardavano reciprocamente in cagnesco, battezzando e ribattezzando.
Questo è dunque il quadro in cui si muovono i primi principi lituani e nel 1219 nelle
cronache di Halič si legge: Per volontà di Dio mandarono dei principi lituani … a proporre la
pace. Ecco i nomi dei principi lituani: Il più vecchio è Živinbudas, Dauiomas, Dausprungas e
suo fratello Mindaugas, il fratello di Dauiomas Vilikaitis. Poi i principi della Žemaitia:
Jerdivilas, Vikintas. Questi di Ruškov: Kintibudas, Volibutas, Budvetis, Vižeikis e suo figlio
Vislis, Kitenis, Plieskus. Ed ecco i figli di Bulionis Vismuntas … (seguono altri nomi). Tutti
costoro stipularono la pace con Danilo e Vasilko e regnò la pace nelle loro terre.”
A noi interessa di questa lista vin special modo Mindaugas, il primo eroe nazionale lituano.
Grosso modo nella zona fra Polozk, Minsk e Grodno costui nasce cresce e si “slavizza”. Si
legge che prima di lui sia esistito un altro principe-eroe lituano che impersonasse l’ideale
dell’unità delle genti baltoslave, un certo Lutuveras/Pukoveras, ma non è sicuro che sia
davvero esistito e quindi il fondatore della dinastia lituana rimane per adesso il detto
Mindaugas. Fra le notizie insufficienti e frammentarie, noi ne ricorderemo una dove è detto
che fosse discendente di Rimgaudas, principe che aveva sottomesso alcune tribù lettoni e
lituane. Rimgaudas o Ringold però non è altro che una variante del nome norreno (la lingua
dei Variaghi scandinavi) Ragnvald, nome pure dell’antenato svedese della casata che regnava
a Polozk (Rogvolod in russo) la cui figlia era stata la prima sposa di san Vladimiro di Kiev.
Possiamo di qui dedurre che Mindaugas fosse un lituano assimilato ai Krivici e che
addirittura la sua famiglia fosse un ramo cadetto dei principi di Polozk? Nelle CTP è detto che
Mindaugas prese il potere alla morte del padre e diventò un principe indipendente. Dove? A
Kernovo (la città lituana di Kernave) o a Novogrudok? E ancora: Governava a Novogrudok
perché supportato da un gruppo di influentissimi boiari amici, come dice lo storico bielorusso
Piotr G. Cigrinov o era succeduto ad un altro principe… magari di etnia slava? Purtroppo negli
eventi che seguono non si capisce come Mindaugas giungesse a concentrare il comando nelle
sue mani sottraendolo ai suoi numerosi fratelli e agli altri pari a lui dell’elenco qui sopra.
Sappiamo che ebbe due mogli di cui una, Marta, cristiana ortodossa e forse di ascendenza
slava. E’ probabile allora che fosse ormai ortodosso, sebbene si raccontasse che continuasse
ad indulgere in pratiche e superstizioni pagane permettendo la cremazione dei cadaveri invece
d’inumarli. Eppure c’è la conferma nelle Cronache di Novgorod dove si legge che Mindaugas
e i suoi notabili presero la fede del Cristo d’Oriente (cioè furono battezzati nell’Ortodossia)…
nell’anno 1246!
Sia come sia quando i Tatari tentarono di attraversare le micidiali paludi del Pripiat per
penetrare in Lituania e in Bielorussia, non ci riuscirono e Mindaugas, approfittando della
situazione favorevole, al passar oltre dei Tatari si avventurò nelle Terre di Novgorod a far
bottino. Riesce però a conquistare solo per breve tempo Pskov e giunge al Lago Seligher e
fino a Mercato Nuovo, che pure occupa. Interviene tuttavia Alessandro Nevskii che riesce a
ricacciarlo a casa… Sono le prime avventure e con Alessandro Nevskii si scontrerà almeno
altre otto volte! Risultati? Nel 1235 si parla nelle CTP di una Lituania unita nelle mani di
Mindaugas, senza indicazione del dominio né qual sia la capitale, ma che viene riconosciuto
come principe a Vitebsk, a Minsk e a Polozk e che è temuto, pensate, dai Cavalieri dopo la
sua vittoria di Sciauliai, una cittadina poco a nord di Vilnius nota oggi come la città delle
Croci, dove nel 1236 era riuscito, insieme a Vikintas, a provocare la morte di una cinquantina
di Livonici/Portaspada fra i quali il maestro provinciale Volquin.
Se è così, si è assicurato il lato nordest e si può rivolgere ora verso la Galizia-Volynia.
Dapprima tenta la politica dell’avvicinamento e di apparentamento con Danilo e i suoi
fratelli, salvo a sognare la conquista della regione subcarpatica. I Tatari però non restano
indifferenti a guardare e nel 1242 attaccano Lida (cittadina vicino all’odierna Minsk in
Bielorussia) e è la più grande vittoria lituana contro gli invasori della steppa che consacra
Mindaugas a un vero leader guerriero. Sette anni dopo otterrà ancora una vittoria, a dire delle
CTP, più clamorosa sullo stesso nemico sul fiume Neteč che sembrerà scoraggiare i Tatari da
ulteriori spedizioni in Lituania.
Subito dopo si presenta l’occasione buona per tentare di incorporate aree “libere” della
Pianura Russa nelle terre di Suzdal, dato che Alessandro Nevskii è a negoziare nella
lontanissima Mongolia.
Nel 1245 conduce una campagna in Curlandia con l’appoggio del cugino Vikintas allora
signore della Žemaitia per saggiare le reazioni dei Cavalieri, senza però alcun allargamento di
dominio né per lui né per Vikintas. L’anno dopo lo troviamo coinvolto nelle beghe dei principi
polacchi intorno a Grodno, mentre nel 1248 compie la grande vigliaccata. Spedisce alla volta
di Smolensk i suoi nipoti (figli del fratello maggiore Dausprungas) Tautvilas,
Edivydas/Jerdivilas e Vikintas (figlio di sua sorella) in missione militare. In verità ha
intenzione di impadronirsi delle terre che questi tre hanno lasciato sguarnite giacché dietro di
loro manda un armata che ha il compito di impedire il ritorno dei tre vivi comunque l’impresa
vada a finire. I due fratelli (con Vikintas) a questo punto cercano asilo e aiuto in Volynia
presso la loro sorella, sposa di Danilo, che appunto accoglie tutti con gran benevolenza e favore.
Noi già sappiamo che Danilo ha le stesse velleità di Mindaugas e ora che si trova insieme
ai tre lituani deve poterli convincere a far parte dei suoi piani che prevedono non solo
l’eliminazione del fedifrago, ma persino quella di Alessandro Nevskii. Tutto però deve
avvenire senza troppa pubblicità poiché il successo dipende dal non farlo sapere ai Tatari che
non vedrebbero in nessun caso un principe russo o lituano ingrandirsi talmente da poter in
seguito tener testa a sua volta ai Tatari stessi. Per i Cavalieri non dovrebbero esserci problemi,
giacché Danilo è un re cattolico e agisce in nome della fede. Intanto, quando un messo di
Mindaugas viene a chiedere di restituire i tre, Danilo risponde picche e, consultatosi col
fratello Vasilko si prepara a mettere insieme una minacciosa coalizione armata pronta a
muovere verso nord. Vikintas è inviato dai suoi Jatviaghi e riesce a coinvolgerli, Tautvilas
viene inviato invece a Riga per cercare l’appoggio dell’Arcivescovo specialmente affinché
interceda presso i Cavalieri di lasciar fare. Qui però in cambio il lituano deve accettare il
battesimo cattolico, condizione fondamentale per qualsiasi alleanza o favore politico e
militare da parte di Riga, e lo farà. Danilo intanto si cura di aver l’appoggio dei Polacchi e
insieme al fratello muove e penetra nei territori lituani devastando alcune cittadine.
Mindaugas non ha scelta. Se vuol prevalere, ha bisogno della copertura/aiuto dei Cavalieri
Livonici (erano confluiti nei Teutonici nel 1237)! Certo, gli costò un bel po’ riuscire a parlare
col Gran Maestro, fra’ Andrea di Stierland, se dobbiamo credere a quanto le Cronache
affermano sulla gran quantità di oro e di argento, vasi bellissimi e una miriade di cavalli
(lituani, famosissimi) che dovette mandare a Riga! Sicuramente felice di essere stato
interpellato il Gran Maestro offre a Mindaugas una bella corona da vero re che sarà,
nientedimeno!, benedetta dal papa Innocenzo IV, purché si converta al Cattolicesimo
Romano! D’altronde solo allora sarà ben lieto di dare il suo aiuto. E’ il 1251, Mindaugas
accetta le condizioni e si fa battezzare… stavolta da cattolico.
Il cronista di Halič che evidentemente lo conosceva bene scrisse: “Il suo battesimo era
falso…(perché continuò) a fare sacrifici ai suoi dèi, continuò a praticare l’incinerazione dei
morti e all’aperto continuò le sue cerimonie pagane.” Addirittura per mettere in ridicolo le
sue superstizioni pagane racconta che una volta una lepre gli avesse attraversato il cammino e
Mindaugas, per paura che gli accadesse qualcosa di brutto, rinunciò a percorrere oltre la stessa
strada! Si diceva ancora che stava attento a non rompere neppur il più piccolo ramo dei alberi
sacri del bosco (le querce) e altre storie simili tutte contro di lui. Comunque sia, la “lega antilituana
di Danilo e compagni” lo sta attaccando e lo tiene sotto assedio nel castello di Voruta.
Finora gli archeologi non sanno bene dove localizzare questo castello descritto con
particolari nelle Cronache. E’ sicuro che fosse tutto di legno e facilmente soggetto ad incendi
in caso d’attacco nemico i cui resti perciò si sono perduti col tempo. Davanti a questo castello
i Cavalieri vennero per dare una mano a Mindaugas, ma tentarono prima con un vero e
proprio torneo di dimostrare la loro superiorità militare agli assedianti e risparmiarli ossia,
ricordiamolo!, a Danilo e Vasilko. I nostri capirono che non ce l’avrebbero mai fatta, anche
perché era contraddittorio combattere contro monaci ufficialmente della stessa fede, e abbandonarono l’assedio.
Malgrado ciò Mindaugas voleva la sua rivincita e alla prima occasione tocca a Vikintas
subire un assalto lituano nel suo castello di Tverai! Stranamente però Mindaugas, amante
delle battaglie in campo aperto, rinuncia all’assedio e alla vendetta. Come mai?
Tautvilas a questa notizia capisce che Mindaugas è in agguato in attesa dell’occasione
buona per rivolgere le armi contro di lui e, abbandonata Riga, dove in quel momento si
trovava, torna da Danilo. Ormai la lega contro Mindaugas è tutta da ripensare e i Jatviaghi e
gli Žemaiti di Vikintas si ritirano mentre Danilo che non rinuncia alle sue campagne contro la
Lituania fa i piani per altri attacchi…

Senza traffici non ci sono soldi e quindi il saccheggio in terra straniera è necessario!
Nel 1253 Mindaugas si fa incoronare. Finora per varie ragioni non l’aveva ancora fatto e i
Cavalieri, avuto l’assenso del papa, lasciano che il lituano dia incarico agli orefici e agli
artigiani di Riga di creargli un gioiello unico al mondo. A Novogrudok allestisce una
grandiosa festa dove, si legge, convennero nobili e contadini da tutte le parti per partecipare ai
sontuosi banchetti e per vedere gli strani vestiti dei messi del papa Innocenzo IV. Eppure una
chiesa latina nelle vicinanze non c’è… Gli archeologi, durante gli scavi condotti nella cripta
della cattedrale barocca di Vilnius (oggi capitale della Lituania), hanno trovato le fondamenta
di una chiesa primitiva che risale proprio all’epoca dell’incoronazione e la cerimonia non
potrebbe essersi svolta qui? Novogrudok d’altronde non è molto lontana dall’attuale capitale
lituana. Gli scavi però non hanno trovato alcuna traccia certa dell’incoronazione. A parte ciò,
Novogrudok con il solenne evento passò da semplice città-stato come le altre nella regione a
capitale di un regno cattolico, almeno ufficialmente, con un re la cui posizione e rango erano
pari ai vicini polacchi, ungheresi e russi.
Quanto agli Ordini dei Cavalieri poi, sia livonico di Riga che teutonico in Prussia, i
rapporti con Mindaugas si stabilizzarono. Sembra che il re lituano avesse persino promesso
(ma non mantenne la promessa) per tutto questo “onore” concessogli che avrebbe ceduto parte
dei territori della Žemaitia, una volta che fosse riuscito a sottrarli a Vikintas, all’Ordine Livonico.
Nel 1255 s’intavola una trattativa di pace fra Mindaugas e Danilo e come mediatore appare
sulla scena un figlio di Mindaugas, Vaišvilkas (in lituano Vaišvilkas o Vaišelgas).
Questi era stato mandato a offrire da parte del padre un matrimonio fra sua sorella col
figlio di Danilo, Švarn, in segno di riconciliazione e, da parte sua personale, un
bell’appannaggio presso Novogrudok all’altro figlio di Danilo, Romano (ritorna questo nome!).
Danilo accetta queste condizioni alquanto insolite e la pace è fatta.
I conti però non tornano per i Tatari. Batu considera le città di Halič e Vladimir-di-Volynia
come suo territorio (ulus) personale e il fatto che Danilo stia negoziando alleanze e accordi
con il papa di Roma provoca la sua rappresaglia. Viene inviata una spedizione punitiva contro
Halič con a capo Kuremsa che penetra in Volynia e prosegue fin dove può nel nord e dopo
qualche devastazione abbandona in segreto ogni operazione militare e torna a Sarai.
Che cosa è successo per provocare questa interruzione improvvisa? E’ il 1256…
Halič si è salvata proprio perché si viene a sapere che Batu è morto e che a Sarai sul Volga c’è confusione per la successione.
Danilo è sicuro di non poter evitare di dover chiedere il jarlyk al nuovo khan, ma allo
stesso tempo, adesso con Mindaugas, si ritrova sullo stesso lato della barricata e la pace
appena stipulata fra i due può diventare un patto di non aggressione e di difesa reciproca
intanto che i Tatari sbrigano le loro liti e, chi di loro due in una regione chi nell’altra, sono
autorizzati a liberare i dintorni dai Tatari, prima che ci pensi qualcun altro… come sembra
voler fare Alessandro Nevskii?

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