Capitolo V “La catastrofe tataro-mongola” – storia medievale russa – “Le montagne Russe”

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Un libro di Aldo C. Marturano
LE MONTAGNE RUSSE
Galizia, Volynia, Podolia
INVERNO 2012

CAPITOLO V – La catastrofe tataro-mongola

Mstislav il Fortunato aveva sposato Maria (nome cristiano sostituito a quello turco a noi
ignoto), figlia di un khan dei Polovzi, Kotian. Nel 1223 quest’ultimo manda a Halič per
un’udienza urgente i suoi ambasciatori. E’ primavera e hanno portato dalle steppe cavalli per il
genero del khan e giovani ancelle per la figlia e per i boiari. La ragione della sua vista non è
però di semplice cortesia. Kotian è estremamente preoccupato e spaventato per quanto è
avvenuto nel suo ambiente. L’anno prima ben 20 mila armati tataro-mongoli sono passati dalla
Porta di Ferro (Derbent) sul Caspio e si sono riversati nelle steppe al comando di due generali
mongoli Subedei e Gebe. Neppure i Georgiani sono riusciti a fermarli e nessuno è riuscito a
sapere che cosa siano venuti a fare qui dalla lontana Mongolia alleati con i Kipciaki
dell’Oltrevolga, oltre al gramo saccheggio. Una cosa è chiara: Dalle steppe avvisano che
stanno per tornare! Le parole riportate dalle Cronache sulla bocca dei messi sono chiare e
lampanti: “La nostra terra è oggi occupata da loro, ma la tua sarà nelle loro mani domani, se
non ci aiuti a difenderci. Se non ci aiutate, tu e i tuoi cugini, oggi saremo battuti, ma domani
toccherà di certo a voi.”
Mstislav riunisce i suoi cugini di Kiev e di Cernìgov e invita persino Giorgio Lungamano
dalla lontana Suzdal (che però rifiuterà di collaborare perché qui nel nordest il pericolo non
sembra tanto incombente) e insieme si decide di unire le forze e scendere nella steppa. I
Tataro-mongoli sono con un drappello esplorativo giunti fin quasi sotto Kiev, di fronte
all’isola di Hortiza, e inviano dei messi a Mstislav e ai suoi spiegando la tesi che un scontro
con loro non serve. I generali mongoli sono stati “mandati dal dio del cielo” contro i pagani
turchi delle steppe e non hanno intenzione di occupare le Terre Russe. Anzi! Se riusciranno
nel loro intento, sarà bene per i Mongoli e per i Russi.
Gli orgogliosi Riurikidi però neppure si curarono di ascoltarli fino alla fine né si
preoccuparono di avere degli incontri con i generali tatari e continuarono la loro marcia verso
la steppa dove le due forze si scontreranno. Le Cronache sparano numeri incredibili dicendo
che fra russi e polovzi si era formata un’armata di oltre 80 mila armigeri e, malgrado ciò, in
questa famosa battaglia sul fiume Kalka i russi e i loro alleati furono battuti clamorosamente.
Mstislav il Fortunato e Danilo scamparono alla morte e risalirono di corsa il Dnepr per
ritornare nelle loro terre, Kotian abbandonò il campo diretto in Ungheria mentre i tataromongoli
al momento stranamente si ritirarono…
Dopo la disfatta ci fu sicuramente da parte della Chiesa Russa metropolitana una solenne
celebrazione consolatoria con l’intento di provare con tale operazione religiosa e pubblica che
i barbari delle steppe avevano prevalso e ucciso i cristiani a causa dei peccati che questi ultimi
avevano commesso con le loro divisioni e liti sanguinarie. Fu indetto un digiuno e un
pentimento collettivo e si aspettò che Dio risollevasse le sorti di Kiev e delle sue terre. Era
l’unico modo per far salire la Sede Metropolitana kievana ai più alti livelli di consenso in tutta
la Pianura Russa. Non solo! L’autorità religiosa vi trovò la buona occasione da sfruttare per
cercare di riunificare le Terre Russe e battere la minaccia tatara sotto l’unico “unto del
Signore”, un giusto e buon Gran Principe! Così processioni e funzioni liturgiche solenni
diventarono quasi quotidiane a Kiev e nelle diocesi e nei vescovati che in quegli anni erano
aumentati di numero con un andirivieni di prelati coi loro seguiti di pellegrini e turisti. Erano
occasioni d’incontro anche per i Riurikidi con la possibilità di parlarsi e prendere accordi!
Insomma tutto dava adito a pensare che ci fosse una ripresa e una nuova fiducia nella forza e
nella potenza delle Terre Russe che gridavano vendetta…
E invece i segni che venivano dal cielo continuavano ad essere funesti e sfavorevoli e le
CTP li elencano. Nel 1230 ci fu un forte terremoto che fu sentito da Novgorod nell’estremo
nord fino a Kiev e qui fu particolarmente distruttivo. Si racconta che la Chiesa della Madre di
Dio nel Monastero delle Grotte si crepò in ben quattro punti proprio mentre si celebrava
l’anniversario di san Teodosio in presenza del Metropolita Cirillo I e caddero calcinacci dalla
volta rovinando la tavola preparata per l’agape solenne alla fine della cerimonia… In
quell’anno ci fu pure un eclissi di sole e la gente ammutolì per lo spavento per la tutta la
durata del fenomeno! Nel 1233 apparve una cometa, apportatrice di catastrofi! Insomma, altro
che rinascita! Si annunciavano nuove calamità e nuove disgrazie…
A parte ciò dobbiamo vedere negli spettacoli religiosi di espiazione e pentimento per le
strade e per le piazze quanto abbiamo detto qualche pagina fa ossia la necessità della Chiesa
Russa di acquisire una nuova individualità e autorità, pur sempre discendente dal dio
cristiano, da quando Costantinopoli era stata occupata dai latini (1204) e un Patriarca che
risiedesse nella sua naturale sede non c’era più. A parte quanto era accaduto nelle steppe, la
minaccia che la Chiesa Russa percepiva era proprio il revanscismo della Chiesa di Roma con
quello che stava accadendo nel nord delle Terre Russe ossia l’impresa di una crociata
permanente contro i popoli baltici sia che fossero slavi, ugro-finni o prussiani. lituani e affini!
Nel 1230 il duca polacco di Masovia (la regione nel bacino inferiore della Vistola poco a
nordest di Cracovia), Corrado, aveva accolto in accordo col re Andrea II d’Ungheria e con
l’Imperatore Federico II di Hohenstaufen, i Cavalieri Teutonici nelle sue terre. Quest’ordine
monastico armato, dopo aver lasciato la Palestina nel 1192, aveva trovato da impiegare le
proprie forze giusto sul Danubio ungherese contro i nomadi della steppa ucraina, ma, dopo
varie liti col re, avevano lasciato i Balcani e si erano sistemati a Culma nella Masovia,
stavolta incaricati di evangelizzare con la forza i pagani Prussiani e Lituani.
Naturalmente tali attività militari toccavano spesso i confini delle terre subcarpatiche e
abbiamo notizia persino di una campagna di Danilo contro di loro nel 1235. Altri scontri al
momento però non se ne hanno giacché, come abbiamo visto, Danilo era in lotta per il suo
dominio e nel 1238 era ancora occupato a scacciare da Halič Michele di Cernìgov che vi si
era insediato.
Nel 1227 muore Cinghiz Khan e dal quriltay (assemblea dei nobili) in Mongolia è eletto il
nuovo Gran Khan nella persona di Ögödei. Costui solennemente annuncia il compito futuro
affidato al figlio di Giöci (figlio di Cinghiz Khan) a nome Batu: Conquistare al più presto le
Terre Bulgare del Volga, il Paese degli Asi o Alani, cioè il Caucaso e le terre viciniori, e le
Terre Russe finora rimaste intatte. Questo è il suo destino.
Dunque le incursioni denunciate da Kotian erano missioni esplorative dei Tataro-mongoli
perché il loro progetto vero più grandioso non è ancora stato messo in atto. E infatti dopo
poco Batu dalla lontana Mongolia si mette in cammino verso Occidente. Nel 1236 ha già
completato la conquista della Bulgaria del Volga che viene assoggettata a tributo e l’anno
seguente è la volta di Riazan’. C’è da dire che le città nelle terre russe di nordest sono ben
guarnite con mura alte e possenti, ma i Tataro-mongoli hanno macchine d’assedio disegnate
da ingegneri cinesi e persiani e ogni resistenza è vana. Il 21 dicembre Riazan’ è presa.
Malgrado l’inverno (col fondo ghiacciato è più facile proseguire nelle foreste) i Tatari
continuano verso nord. Lungo la strada occupano e saccheggiano Vladimir-sulla-Kliazma, ma
non riescono a scontrarsi col principe locale che è fuggito nella foresta. Successivamente però
lo sorprenderanno e lo uccideranno sul fiume Sit.
Cade Rostov-la-Grande e poi Tver. Sotto la città di Mercato Nuovo, a poche decine di
chilometri dalla Repubblica novgorodese, i Tatari però si arrestano giacché i novgorodesi si
sono comprati la salvezza dalle incursioni con ricchissimi doni e Batu nei pressi del Lago
Seligher ripiega verso sudovest diretto a Smolensk. Raggiunge e non la scampa Cernìgov che
è devastata e data alle fiamme. E’ il 1239 e Kiev è giusto sulla riva opposta!
Batu non ha intenzione di dare l’assalto Kiev, se prima non si rende conto di come sia
difesa la città. Per di più ha raccolto molto bottino e tanti prigionieri da trovarsi rallentato il
cammino che ha ancora da fare quando deciderà di ritirarsi nei capisaldi delle steppe.

Lascia così Mengu, suo cugino, con l’incarico di avvicinarsi a Kiev e di operare un’attenta
ricognizione a vista della Madre delle Città Russe e delle sue fortificazioni sulle colline. Di lì
Mengu previene i kievani che i suoi sono disposti a non assalire la città e a non devastarla
come hanno fatto con le altre, purché il loro principe venga ad omaggiarlo e ad accordarsi per
un tributo fisso.
A Kiev c’è Michele di Cernìgov corso qui dall’Ungheria dove era fuggito quando Danilo
era rientrato a Halič. Come unica risposta alle intimidazioni dei Tataro-mongoli, Michele
uccide i messaggeri inviatigli da Mengu. Il Mongolo non ha forze necessarie per una
rappresaglia e quindi si allontana verso sud. Ne approfitta Danilo che con la scusa di offrire
difesa dal pericolo comune si può vendicare di Michele e occupare Kiev. Forse ha
informazioni migliori sui movimenti dei Tatari perché non resta in città e lascia al suo posto
Demetrio, suo plenipotenziario.
E che fa Danilo? Corre in Ungheria col figlio Leone. Le sue intenzioni sono di mettere
insieme con gli ungheresi una grande armata di difesa da opporre ai Tatari, ma soprattutto di
rimettere in moto l’economia che langue a valle dei “suoi” fiumi a causa della presenza tatara.
Il figlio Leone, sposandosi con la figlia del re Béla IV, sigillerà l’eventuale patto. Riceve però
un netto rifiuto per le ragioni che diremo subito dopo e deve tornarsene a Halič. Lungo la
strada incontra folle di persone che fuggono verso il nord, verso la Polonia, giacché
nell’inverno del 1240 sono giunte notizie sicure che i Tatari sono di nuovo in marcia dalla
lontana Crimea diretti a monte del Dnepr. A Halič gli dicono che la sua famiglia insieme con
quella del fratello Vasilko sta riparando in Polonia e Danilo e Leone dopo qualche chilometro
infatti incontrano il gruppo di famiglia e vi si aggregano. In Polonia saranno accolti da
Boleslao, figlio di Corrado di Masovia.
E riflettiamo un momento sulle ragioni del rifiuto ungherese. Una è radicata nella
personalità di Béla IV, molto diversa da quella di suo padre Andrea II. Il giovane re aveva
avviato un riforma dei rapporti feudali creati dal padre cercando di far abbassare la cresta ai
suoi nobili e non intendeva sottostare a certi obblighi di alleanze inutili che invece suo padre
aveva privilegiato spendendo quattrini per mantenerle… come nel caso della Galizia-Volynia.
D’altronde a sud dei Carpazi l’attacco dei Tatari era stato ben previsto qui alla sua corte. Come
mai? In realtà tutto risaliva a qualche anno prima quando era ritornato in auge il racconto
tradizionale sulla divisione delle genti magiare migranti (895 d.C.?) in due tronconi a causa
dei Peceneghi mescolatisi con esse. Un troncone era rappresentato dagli ungheresi attuali e
l’altro doveva invece trovarsi da qualche parte sul fiume Volga. Sull’idea che questi rami di
“fratelli separati” andassero ora riuniti in una Grande Ungheria, un domenicano a nome
Giuliano con tre altri confratelli avevano intrapreso il viaggio attraverso le steppe e avevano
localizzato i “Magiari del Volga” in territorio oggi baškiro. Un’altra missione era seguita a
questo successo nel 1237 lungo lo stesso tragitto, ma era terminata a Suzdal giacché i Tatari
avevano cominciato le loro incursioni. Giuliano aveva raccolto moltissime e preziose
informazioni sui Tatari e sulle loro intenzioni verso l’Occidente europeo e pari pari (fu l’unico
a ritornare vivo in Ungheria) le aveva relazionate al suo re con le previsioni su quanto c’era da
aspettarsi a breve. La conferma era già venuta quando Kotian dei Polovzi, di cui abbiamo già
parlato, in seguito all’insuccesso slavo-russo sul fiume Kalka era ricorso a Béla IV con la
preghiera di essere accolto e il re, dopo averlo battezzato, lo aveva sistemato coi suoi uomini
da qualche parte nella puszta ungherese di confine insieme agli altri Peceneghi a battersi
contro i Tatari. Dunque Danilo e i suoi cugini non sono affidabili nei loro piani grandiosi.
Intanto i Tatari avanzano e stavolta l’esercito è numeroso e con molte macchine d’assedio.
Queste devono essere state tantissime, se si tiene presente che nell’assedio della città di
Nišapur più o meno in quegli anni i Tataro-mongoli avevano attaccato le mura di mattoni
crudi con ben 3000 balestre pesanti (non da spalla!), 300 catapulte, 700 lancia-fuoco
(sparavano recipienti pieni di miscele incendiarie) e, se si contano i cavalli di ricambio e il
foraggio e le riserve di cibo per uomini e animali, si può immaginare come questa enorme
“macchina da guerra” certamente metteva paura a chiunque e, in special modo, il fatto di
muoversi tutta all’unisono sotto il ferreo comando del generale in capo, nel nostro caso Batu e
i suoi generali Subedei e Burundai.
Dicono le CTP che il rumore che faceva questa grande massa di uomini e i loro carriaggi
era tale che, man mano che si avvicinava, a Kiev non si riusciva più a parlare e a capirsi per il
frastuono…
E così sotto gli sguardi spaventatissimi dei kievani raccoltisi nella città alta, quasi
indisturbati i Tatari attraversano il grande fiume e si portano nella città bassa, il Podil. Di
certo anche Demetrio è con la gente e con lui c’è un tataro fatto prigioniero mesi prima che
ora gli fa da consigliere. Costui afferma di aver riconosciuto il Tuk, ossia lo stendardo
adornato con code di yak, di Batu e perciò è sicuro che la campagna non si fermerà finché il
khan non avrà espugnato la città. E’ veramente una brutta prospettiva.
Gli ingegneri tatari, intanto, hanno individuato il punto debole da dove attaccare la prima
cinta di mura ossia dalla parte occidentale della Porta Polacca (Liatskie Vorota), più o meno
dove oggi c’è il corso principale del Kreščatik a Kiev e dove allora c’erano paludi e sabbie
mobili oltre a burroni e fossi inaccessibili, ma anche una parte di foresta con suolo abbastanza
stabile. E infatti, assicuratisi della solidità del terreno le pesanti macchine d’assedio sono
posizionate senza lasciarle sprofondare e l’attacco ha inizio. Comincia così un pesante
bombardamento con palle di pietra e olle piene di pece infuocata che continua senza
interruzione giorno e notte finché non si apre una prima breccia attraverso la quale i Tatari
sciamano con grandi grida nella cosiddetta Città di Jaroslav.
Il Podil è ormai in rovina e ora si passa alla città alta detta di Vladimiro dove i kieviani si
sono raccolti trepidanti e si stanno organizzando alla meglio.
E’ difficile e dispendioso tirare su le macchine lungo un dislivello di una quarantina di
metri, ma i Tatari non rinunciano e alla fine riescono a riposizionare le macchine sulla collina
e cominciano il nuovo bombardamento. Gli ultimi difensori sono costretti ad asserragliarsi
nella Chiesa della Decima che tutta di pietra dà speranze di salvezza. La calca però è tale che
per il peso degli uomini raccoltisi nel coro, questa parte della chiesa crolla e mette lo
scompiglio…
Passati cinque giorni e malgrado la disperata difesa Kiev deve cadere: E’ il 6 dicembre
1240!
Lo spettacolo è terribile. La città è ormai un cumulo di rovine e di cadaveri ammucchiati
per le strade perché i Tatari hanno sgozzato senza pietà tutti gli uomini armati che hanno
incontrato. Ora bivaccano sulle eleganti vie dell’antica capitale e lasciano che i loro cavalli
defechino per le strade e arraffano tutto quel che trovano di utile o di prezioso nelle case,
stuprando donne e sfigurando persone e animali! Le uniche costruzioni risparmiate sono le
chiese…
Anche Demetrio è stato catturato, ma, mentre tutti gli altri armati sono stati passati a fil di
spada, il luogotenente di Danilo è stato risparmiato perché Batu ha ordinato di portarlo
davanti a lui per interrogarlo. Alla fine è premiato per il coraggio mostrato e lasciato andar via
da Kiev affinché avvisi i suoi di quel che è accaduto e che ne tengano ben conto perché a
breve toccherà a loro!
Conclude tristemente un altro nostro autore di riferimento, Nikolai Karamzìn: “L’antica
Kiev scomparve per sempre giacchè nel XIV e nel XV secolo era ancora un mucchio di
macerie… Invano il viaggiatore curioso cercherebbe qui i monumenti sacri a tutti i russi:
Dov’è finita la tomba di Santa Olga? E i resti di San Vladimiro?… Restò in piedi solo il
monumento funebre di Jaroslav il Saggio forse a ricordare che la gloria dei legislatori civili è
immortale e la più sicura da conservare…” Oggi certamente la Madre delle Città Russe non è
più il mucchio di fumanti rovine come in quel lontano 1240, ma i resti della città antica con le
tracce della passata devastazione fanno ancora capolino!
E i Tatari avanzano. Giungono in Volynia lungo il Bug e dirigono verso la Vistola. Cadono
Vladimir-di-Volynia e altre fortezze vicine. A questo punto Batu divide l’armata in due. Lascia
il comando di una parte ai principi Hordu e Baidar che si dirigono verso Lublino dopo aver
subito qualche insuccesso presso la nuovissima fortezza di Kremenez e di Danilov (Holm).
Cade sotto i loro colpi Brest, ma non toccano Marienburg, la sede dei Cavalieri Teutonici, e
continuano invece verso occidente e, traversata la Vistola all’altezza di Sandomir, puntano su
Cracovia. E’ il solito aggiramento delle paludi… Cracovia è presa e data alle fiamme il 21
marzo 1241. I Tatari adesso penetrano in Slesia e a Ratibor nei pressi di Liegnitz si trovano
davanti l’armata di Enrico di Slesia che contava migliaia di Cavalieri Teutonici e Crociati. E’
una carneficina per i cattolici…
L’altra parte dell’armata con Batu intanto distrugge Halič e affronta i passi carpatici per
entrare in Ungheria da Csop via Munkacs/Mukacevo mentre sta arrivando a marce forzate
l’armata vittoriosa di Hordu. E’ una manovra a tenaglia con meta l’Adriatico.
Un insuccesso tataro è riportato comunque a Olomouc sul fiume Morava, ma è poca cosa
perché al contrattacco i Cechi vengono sbaragliati e il Danubio ungherese è ormai a due passi.
Dopo un nuovo scontro vittorioso Hordu (Baidar è morto) è finalmente sul Balaton e
s’incontra con Batu.
Batu aveva già cercato di piegare Béla con la solita ambasciata di sottomissione, ma il re
aveva ucciso i messi tatari e ora si stava preparando alla difesa dalla conseguente rappresaglia.
E’ uno sforzo inutile giacché i Tatari stravincono. Notevole invece è che le forze cristiane
schierate in campo erano in gran parte al comando di prelati e vescovi. Lo sappiamo perché
un certo canonico Ruggero, poi vescovo di Spalato, compiangerà le morti dei suoi colleghi nel
suo Carmen Miserabile, fonte indispensabile sulla storia dell’invasione tatara.
I Tatari giungono intanto a Spalato…
Verso la fine del 1241 muore Ögödei e la notizia arriva con la velocissima posta tatara nel
marzo del 1242 a Batu. Di qui la decisione finale di interrompere ogni azione militare e
ritornare di corsa in Mongolia prima che i parenti nel prossimo quriltay lo privino dei suoi
diritti ereditari.
Lasciamo quindi Batu al suo lungo viaggio dall’Adriatico alla Mongolia e torniamo a
Danilo.
Sapete che cosa ne è di Danilo? E’ in viaggio verso Sarai, la capitale provvisoria dei Tatari
sul Basso Volga.

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