Canto 26 inferno – Divina commedia – riassunto del canto e analisi

Canto XXVI, nel quale si tratta de l’ottava bolgia contro a quelli che mettono aguati e danno frodolenti consigli; e in prima sgrida contro a’ fiorentini e tacitamente predice del futuro e in persona d’Ulisse e Diomedes pone loro pene. – commentatore anonimo

I 3 versi chiave di questo canto:

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ‘nferno tuo nome si spande!

Analisi canto 26 inferno divina commedia

Procediamo ad analizzare e riassumere il canto 26 dell’inferno dai primi versi

v.1-12 Vi è una serie di affermazioni negative sulla propria città, Firenze. Dante ha la consapevolezza di avere un doppio atteggiamento verso Firenze, da un lato la critica e prova disgusto, dall’altra parte l’idea di un sentimento forte, sente le sue radici. Dante ha la volontà di sottolineare il valore dell’opera che sta facendo, scrive la Commedia per un fine pratico che i viventes si sveglino e che combattano il male. Il sentimento che prova è anche legato al tempo che scorre, accenno alla vecchiaia che poi sarà ripreso per la fine che farà Ulisse.
Dante e Virgilio arrivano alla bolgia dei seminatori di discordia.

V.19 1^ persona, è l’autor che parla, egli è consapevole di essere dotato di grande ingegno il solo ingegno se non è guidato da virtù può portare su una strada negativa. Se Ulisse si trova all’inferno è un dannato, quindi non bisogna imitarlo, ma è difficile poiché è stato anche un grande personaggio, ha anche ben fatto nel corso della sua vita.
L’esperienza delle lucciole a prima vista, è un’esperienza positiva, fa piacere al soggetto MA lo scrittore vuole dire che lui dall’alto vede delle piccole luci che si muovono ma si sa che queste lucciole non hanno un percorso rettilineo, ma sempre un percorso a zig zag. Dal punto di vista umano è incomprensibile poiché si muovono senza una meta, senza un obiettivo ed è un elemento che va preso in considerazione. Si tratta di una preparazione prima dell’arrivo di Ulisse molto estesa. E’ un segnale che questo canto è molto significativo.
v.33-42 Stile sempre più complesso, riferimento dotto di tipo ebraico, Elia ascende dal cielo con un carro di fuoco e man mano che si allontana non lo si vede più. exemplum positivo perché Elia sale verso il cielo, è un ulteriore elemento di preparazione ≠ Ulisse sprofonderà nell’abisso marino. Dante vede una fiamma che nasconde qualcosa. La fiamma è perfettamente instabile, qui racchiude un’anima elemento fortemente negativo. Il peccatore non si vede perché nascosto da una fiamma in movimento non armonioso. Tutto ciò ci da un’ introduzione molto negativa.
v. 63-70 Dante parla, mostra tutta la sua curiosità. ‘’Desio’’ termine ricorrente nella commedia
v.71-74 Virgilio risponde : ‘’ va bene ma lascia parlare me’’. Perché Dante ha voluto riprendere Ulisse anziano che decide di riprendere un viaggio? Molte leggende nel medioevo lo sostenevano.
v.90-100 Ulisse deve ammettere di non provare una certa nostalgia. Egli è l’archetipo di chi non si ferma mai di conoscere. Ha un desiderio fortissimo di conoscenza prettamente umana che lo ha spinto a imbarcarsi di nuovo. Procede in alto mare, non lungo la costa come era d’uso nell’antichità. Ulisse e i suoi compagni arrivano alle Colonne d’Ercole ( Stretto di Gibilterra) , vi era un ordine che vietava di navigare oltre, mondo sconosciuto.
v. 111-117 Ulisse esorta i suoi compagni ad andare a vedere cosa si trova oltre le Colonne di Ercole.
‘’ Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza’’ ideale antico e classico di cercare una vita concentrata nell’analisi del mondo che c’è intorno. Ci si serve della virtù. Ulisse è un personaggio di alto livello intellettuale, estremamente scaltro e sa parlare, è inevitabile che i suoi compagni si lascino convincere.
Luna elemento negativo. Ciò che conta è il sole.
v.132 PASSO. Termine estremamente emblematico e significativo. Nel v. 26 del I canto lo troviamo. Qui può indicare o il passaggio dello Stretto di Gibilterra o il mare profondo che incontrano nell’oceano. Nel I canto, Dante si volta indietro, non bisogna mai farlo. Perché sbaglia? Non ci si può voltare indietro quando c’è il divieto della divinità, se lo si fa significa che non c’è abbastanza fede. Ulisse cita un termine che Dante utilizza per sé stesso. Distanza notevole, 26 canti. Tra la vicenda del protagonista Dante e quella di Ulisse vi è una forte analogia, ma anche moltissime differenze. Entrambi sono dotati di ingegno, ma lo usano in modo diverso.
v.133 Montagna, è un ostacolo ma anche qualcosa che il soggetto può ascendere. Non fanno in tempo ad allegrarsi che questa gioia si trasforma in pianto.—> negativo
La clausola è particolarmente drammatica. Non è una morte eroica. Ulisse ha combattuto la guerra di troia ed è sopravvissuto a parecchie peripezie. Gli eroi devono morire bene o tornare a casa e godersi la gloria. Dante si inventa una cosa che danneggia il personaggio. Ulisse è stato un grande condottiero dotato di un ingegno particolarmente astuto, ma non era in grado di frenare questa volontà di affermazione di sé. L’errore grave è il fatto che il personaggio non si ferma. Avrebbe dovuto prendersi cura del figlio,della moglie o del padre. Ha avuto un atteggiamento smisurato. Il secondo errore è che ha portato con sé degli altri, se non fosse stato per le sue parole i compagni non sarebbero morti. Sua responsabilità ancora più colpevole. Ha indorato il suo discorso con la virtù e la conoscenza riferimento all’ ALBERO DELL’EDEN, tentazione. Il desiderio di conoscenza non è per le persone umili, conoscere per il conoscere, come se fosse un valore in sé.
Nella commedia ci sono pochi personaggi che a prima lettura stabiliscono con il lettore un rapporto positivo. Francesca, Farinata, Brunetto,Ulisse, Conte Ugolino poiché fa un discorso patetico e sposta l’attenzione del lettore sulla crudeltà dei Pisani che hanno fatto morire degli Innocenti.

 

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ‘nferno tuo nome si spande! 3

Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali. 6

Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna. 9

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’ più m’attempo. 12

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee; 15

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia. 18

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, 21

perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi. 24

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa, 27

come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara: 30

di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea. 33

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi, 36

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire: 39

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola. 42

Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’esser urto. 45

E ’l duca, che mi vide tanto atteso,
disse: “Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso”. 48

“Maestro mio”, rispuos’io, “per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti: 51

chi è ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?”. 54

Rispuose a me: “Là dentro si martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira; 57

e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme. 60

Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta”. 63

“S’ei posson dentro da quelle faville
parlar”, diss’io, “maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille, 66

che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!”. 69

Ed elli a me: “La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna. 72

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto”. 75

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi: 78

“O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco 81

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi”. 84

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica; 87

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: “Quando 90

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse, 93

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta, 96

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore; 99

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto. 102

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna. 105

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi 108

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta. 111

“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia 114

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente. 117

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”. 120

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti; 123

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino. 126

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo. 129

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo, 132

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna. 135

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto. 138

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque, 141

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*