“Camicette bianche” libro di Ester Rizzo (recensione e trama del libro)

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CAMICETTE BIANCHE

Oltre l’8 marzo

Ester Rizzo, Navarra, 2014, pagg. 112

“Camicette bianche” è decisamente un testo “al femminile”, che vuole restituire dignità alla donna e al ruolo da lei esercitato in seno alla società. Quando si parla di 8 marzo, il pensiero corre inevitabilmente alla ben nota “festa della donna”, ricorrenza romantica con cui fidanzati e mariti sono soliti omaggiare la propria compagna con la mimosa, gradito dono floreale, ma la mente non può correttamente non ricordare le lotte sindacali sostenute dalle donne per ottenere la cosiddetta “emancipazione”, legata ai diritti fondamentali di voto, di riconoscimento professionale,di tutela in caso di infortunio, di protezione della maternità, in pratica l’agognata “parità con l’altro sesso”. Tanti passi avanti sono stati compiuti e altrettanti miglioramenti si sono verificati, ma tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il sacrificio, a prezzo della vita, compiuto da giovani, giovanissime migranti che, alla soglia del secolo scorso, s’imbarcarono su navi di fortuna e coraggiosamente affrontarono il viaggio della speranza verso l’America, la terra che avrebbe offerto loro l’autosufficienza economica.

L’autrice, Ester Rizzo, affinché questo cammino verso la parità potesse essere condiviso, ha voluto ricordare la storia delle operaie perite nell’incendio della Triangle Shirtwaist Company, azienda produttrice delle famose “camicette bianche”, situata nel grattacielo dell’Ash Building, nel cuore di New York City, ai numeri 23-25 di Washington Place.

L’incendio divampò il 25 marzo 1911, un sabato, intorno alle 16,30, quando la giornata lavorativa, iniziata alle 7,00, volgeva al termine. La Rizzo, attraverso un paziente lavoro di documentazione e la consultazione degli archivi comunali ci conferma che le vittime erano 146, di cui 129 donne, di diversa nazionalità, età, religione, accomunate dal “sogno americano” e dal desiderio di allontanarsi dalla miseria, dagli stenti e dalla povertà del luogo natìo. In prevalenza si trattava di donne di età compresa fra 13 e 40 anni, austriache, russe, ungheresi e, delle 38 italiane, la maggior parte siciliane, seguite da pugliesi e napoletane.

L’autrice, affinché una coltre di cenere non cancellasse il ricordo delle “sartine”, fragili creature divorate dalle fiamme, ha voluto indagare e portare alla luce, dopo più di cento anni, la loro identità, i loro nomi esatti, i luoghi d’origine. Così, collaborando con i sindaci e i vari impiegati ai servizi demografici dei comuni siciliani di Licata, Marsala, Marineo, Mazara del Vallo, Marsala, Sciacca, Palermo ed Enna, si sono potute ricostruire le storie familiari di Clotilde Terranova, Caterina, Rosaria e Lucia Maltese,Vincenza Benanti, Caterina Uzzo e altre donne, tutte accomunate dal fatto di provenire da famiglie numerose, povere, di origine contadina e dall’intento di raggiungere il capofamiglia, già immigrato negli anni precedenti.

Le operaie della Triangle Waist Company di Ney York, andata distrutta nel rogo del 1911

Alcune ebbero la fortuna, se così si può dire, di formarsi una famiglia, avere dei figli, altre dopo pochi mesi di attività videro cancellate le proprie rosee speranze. Significativo il commento dell’autrice: “Per mille camicette al giorno più di cento vite sacrificate e migliaia di cuori straziati dal dolore”. Ma esaminiamo con ordine come avvennero i fatti. Intorno alle 17, quando le operaie si accingevano a prendere i loro cappotti e avviarsi all’uscita, le fiamme divamparono all’ottavo piano. Al decimo si diffuse il grido “fire, fire!”, ma molte lavoratrici s’accorsero del fuoco solo quando le loro vesti erano già lambite dalle fiamme. Chi corse da una finestra all’altra, chi rimase impietrita al proprio posto di lavoro, chi cercò di entrare negli ascensori stracolmi, chi tentò di aprire le porte che, purtroppo, erano tutte chiuse a chiave, chi arrivò alla scala di sicurezza che, per il peso ed il calore, cedette e le fece precipitare nel vuoto. I pompieri arrivarono quasi subito, ma le loro scale potevano arrivare solo al sesto piano e i teloni stesi, per il peso, si lacerarono, facendo schiantare le poverine sui marciapiedi, altre, con le vesti in fiamme, si buttavano dai davanzali, mentre la folla assisteva impotente.

L’autrice così commenta: “Non erano balle preziose di stoffa quelle che i pazienti videro volare dall’Ash Building. Erano i corpi delle operaie che cadevano giù a decine, alcune con i vestiti e i capelli in fiamme. Dissero che somigliavano alle comete”. Sulle cause che determinarono l’incendio non si ebbero certezze: probabilmente un mozzicone di sigaretta spenta male o forse una scintilla scaturita dal motore di una macchina da cucire. Esclusa la dolosità dell’incendio, i proprietari della fabbrica, Harris e Blanck, vennero accusati di omicidio colposo, ma grazie ad un bravo avvocato difensore che riuscì a dimostrare che le operaie, in preda al panico, non erano riuscite ad aprire le porte perché avevano girato le chiavi al contrario, rimasero impuniti, con lo sdegno dei sindacati e la rabbia dei familiari delle vittime, a cui l’assicurazione pagò 445 dollari per ogni operaia morta e ai parenti ne spettarono 75, oltre ad un rimborso per le spese funebri. Nessuno però avrebbe più restituito loro il corpo, l’anima e l’affetto della cara estinta!

Si comprese comunque che le colpe erano molteplici: mancato rispetto delle norme di sicurezza, nessun controllo da parte degli ispettori del lavoro, assenza o inagibilità di scale antincendio, aria malsana e uscite sempre ingombre di pacchi, pieni di tessuti. Nei quattro anni successivi alla tragedia furono inserite nel codice del lavoro nuove otto leggi che obbligavano i proprietari a realizzare nei luoghi di lavoro idonee entrate ed uscite dagli edifici, presenza di estintori e spruzzatori automatici, orari limitati di lavoro per donne e bambini.

Oggi, in America come in Italia, non si vuole dimenticare il sacrificio compiuto da queste giovani donne. Anzi, per mantenerne vivo il ricordo e la memoria, sono state messe in atto iniziative di vario tipo, come il corteo organizzato da Vincent Maltese, nipote di Caterina che, insieme ai componenti della Triangle Shirtwaist Fire Memorial Society sfila per raggiungere Washington Place, o il gesto gentile di Susan Harris, discendente del vecchio proprietario della fabbrica che ha ricamato a mano 146 shirtwaist, apponendo su ciascuna il nome di chi perse la vita durante l’incendio.

Anche in Italia non mancano le commemorazioni, a partire dal coinvolgimento delle scuole elementari e superiori di 1° grado dei comuni siciliani, impegnate nella drammatizzazione dell’evento, o semplicemente nell’intitolazione di parchi pubblici, come accade ai “Giardini Emilia Prato”, oppure targhe commemorative quale quella dedicata a Clotilde Terranova, a Licata, in ricordo di una tragedia che ha dato vita ai movimenti sindacali femminili, o ancora nell’intitolazione di vie, come si è verificato nel caso di Antonia e Anna Vita Pasqualicchio, o di Giuseppina Cammarata, o di Vincenza Benanti, emigrata marinese, diventata simbolo della “Giornata Internazionale della donna”.

Tutto ciò allo scopo di rendere giustizia a fanciulle sfortunate, emigrate ed operaie, umiliate e sfruttate in passato, come purtroppo accade ancora oggi quando quotidianamente osserviamo il mare che,nella placida tranquillità delle sue acque nasconde un’umanità sofferente che anela ad un futuro migliore.

Tiziana Besio


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