Breve storia della civiltà nuragica

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Questo articolo è un estratto ricavato dalla presentazione di Nurnet “La civiltà nuragica“, diffusa a scopo didattico, la cui diffusione è libera e gratuita; ringraziamo inoltre il fotografo Sergio Melis per aver reso diffondibili le sue foto nel corso della presentazione  – Produzione Valdes – Gregorini

La civiltà nuragica

Al culmine dell’ultima glaciazione wurmiana (20000/10000 a.C.), il profilo delle terre emerse era ben differente dall’attuale: la Corsica era unita alla Sardegna e distava poche miglia dall’Isola d’Elba, a sua volta congiunta al continente Italiano.
In quel periodo il sistema sardo-corso è raggiunto da alcuni nuclei umani di colonizzatori/fondatori, provenienti proprio da quest’ultima isola, gran parte dei quali si dirige a sud in cerca di temperature più miti, stanziandosi in quella che in seguito diverrà la Sardegna.

Questa popolazione cresce numericamente durante i successivi millenni di relativo isolamento sino a quando, a cavallo del neolitico recente e finale (3400/3000 a.C.), si delinea una prima organizzazione statuale che si consoliderà infine nel nuragico.

 

Le domus de janas (case delle fate) – riassunto (breve sintesi) e foto:

E’ questo il periodo in cui nell’intero territorio isolano sorgono quelle inquietanti sepolture (se ne contano circa 3500) da noi chiamate “domus de janas”; terminologia popolarmente traducibile in “case delle fate”. (Sa Pala Larga Bonorva)

A volte sono decorate con losanghe orizzontali, denti di lupo, doppie o singoli spirali. A volte sono ancora in rosso ocra.
(Bessude)

Sono frequenti i pilastri centrali con colletti alla base o capitelli in testa (Come a Bonorva)

La protome taurina è il motivo più ricorrente

In realtà in lingua sarda la jana (janna, genna) significa porta e non è un caso se all’interno di queste sepolture sia generalmente presente la “falsa porta”. (Chiaramonti)

Sempre intorno al 3000 a.C. ha inizio la lavorazione dei metalli e si sviluppa un traffico marittimo non occasionale, poiché a decorrere almeno dall’VIII millennio a.C. i nostri progenitori già viaggiavano per mare commerciando, in particolare l’ossidiana del monte Arci, la pietra vulcanica nera come le ali del corvo, “sa perda corbina”, da cui per scheggiatura si ottenevano oggetti da taglio, punte di freccia, raschiatoi e manufatti di vario genere.

Intorno al 2700 a.C., nel corso dell’eneolitico (età del rame) il megalitismo isolano si esprime attraverso i dolmen e i betili/menhir, elementi megalitici di profondo significato sacrale, anch’essi ampiamente diffusi in tutto il territorio isolano (attualmente si contano circa 400 dolmen e 1500  betili).

Tali petroglifi comprendono in genere una sorta di tridente, che s’interpreta come il “rovesciato”, rappresentativo del trapasso dell’anima dell’uomo dal mondo dei vivi all’oltretomba e una sorta di doppio fuso posto in basso, comunemente inteso come “bipenne”, cioè un pugnale a doppia lama, emblema del potere.

I nuraghi – meraviglie del bronzo medio – in breve con qualche foto:

Intorno al 1800 a.C. nascono i primi nuraghi ”a corridoio”, antesignani di quelli più noti dotati di copertura a tholos (falsa cupola), la cui edificazione si fa invece risalire alla prima parte del bronzo Medio.

Queste straordinarie strutture megalitiche, che a volte superavano i trenta metri d’altezza, si presentano originariamente con un’unica torre, ma in seguito si evolveranno in edificazioni sempre più complesse, comprendenti svariate torri periferiche collegate tra loro da possenti cortine murarie.

L’utilizzo dei nuraghi è un mistero ancora insoluto, ma noi propendiamo per la tesi che li accomuna a luoghi sacri, in cui il sacerdote/sciamano esercitava riti propiziatori e/o connessi alla rigenerazione della vita.

Il fatto assolutamente straordinario è che i nuraghi presenti sul territorio della Sardegna sono andati generalmente distrutti, gran parte dei quali sono ancora nascosti dalla terra (ma ancor più dall’ignoranza e dal disinteresse degli uomini), mentre si stima che il loro numero effettivo sia prossimo ai diecimila.

Con il passare degli anni i nuraghi crebbero per dimensioni e diventarono sempre più complessi e migliorarono le tecniche costruttive; svolgevano nel contempo una funzione di controllo del territorio, circostanza che trova conferma in un sistema di allineamenti continuo ed ordinato, che potrebbe assimilarsi a un moderno impianto di pianificazione dell’intero territorio regionale.

Con il passare degli anni i nuraghi crebbero per dimensioni e diventarono sempre più complessi e migliorarono le tecniche costruttive; intorno ad essi sorgeva assai frequentemente un villaggio di capanne, più o meno esteso.

Le tombe di giganti – riassunto (breve sintesi) e foto

Le tombe di giganti di tipo dolmeico, presentano planimetricamente una sorta di esedra con al centro una stele litica di grandi dimensioni, composta da una sezione superiore a profilo ricurvo, una “traversa” mediana e una sezione inferiore, sulla cui base è presente un piccolo portello.

Le tombe di giganti di tipo dolmeico, presentano planimetricamente una sorta di esedra con al centro una stele litica di grandi dimensioni, composta da una sezione superiore a profilo ricurvo, una “traversa” mediana e una sezione inferiore, sulla cui base è presente un piccolo portello.

E’ opinione diffusa che l’esedra e più in generale la planimetria della sepoltura voglia rappresentare il ventre materno, con un significato riconducibile alla rigenerazione della vita e al concetto di fecondazione, come confermato dalla frequente presenza, nelle immediate vicinanze, di piccoli betili.

   
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