Bacchilide: elenco poesie e citazioni dell’autore (letteratura greca)

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In questa pagina abbiamo raggruppato l’insieme delle poesie di Bacchilide, il famoso autore greco antico. Nel caso volessi aggiungere nuove traduzioni lascia un commento con la tua citazione del poeta: verrà inserita appena possibile.

Nè di buoi copia

Nè di buoi copia,
Nè d’oro ho il vanto;
Vesti purpuree
Non ho; ma intanto
Ho cor benevolo
Musa piacente
Vino in Béotici
Nappi fervente.

Lidia pietra saggia l’oro

Lidia pietra saggia l’oro;
Veritade onnipossente
Può degli uomini la mente
Dimostrare e la virtù.

Da un altro è sceso ognora un sapiente

Da un altro è sceso ognora un sapïente
Un tempo ed oggi: di non dette cose
Non trovansi le porte agevolmente.

Al mortal non esser nato

Al mortal non esser nato
Ben saria d’ognun maggiore
E del sole lo splendore
Non dover mai rimirar;
Un che sempre sia beato
Non si può giammai trovar.

Sparge il nume di tutti nel core

Sparge il nume di tutti nel core
A chi l’uno, a chi l’altro dolore.

PER IERONE DI SIRACUSA

[…]
Felice quell’uomo cui il dio
concesse una sorte di beni
e, con invidiato destino,
di condurre una vita splendida.
Ma tra i mortali nessuno
è in tutto felice.

Una volta – dicono – l’espugnatore di città,
il figlio invincibile di Zeus
vivida folgore, penetrò
nella casa di Persefone caviglie sottili,
per trarre via dall’Ade, su alla luce,
il cane dai denti aguzzi,
figlio dell’orrida Echidna.
Qui, presso le correnti del Cocito,
tante anime vide di mortali infelici
quante sono le foglie che agita
il vento sulle luminose balze
dell’Ida, ricco di greggi.
Tra esse spiccava l’ombra
del Portaonide dall’animo audace,
tiratore di lancia.

Come splendente lo vide nell’armi
il magnifico eroe figlio di Alcmena,
all’occhiello agganciò la corda sibilante;
alla faretra poi tolse il coperchio,
e trasse un dardo
dalla punta di bronzo. A lui davanti
apparve l’anima di Meleagro
che ben conoscendolo disse:
«Figlio del grande Zeus,
férmati; e, l’animo rasserenato,

non scagliar dalle mani
il dardo aspro, invano,
contro anime di morti:
non temere». Parlò così. Stupì il signore,
figlio di Anfitrione,
e disse: «Chi degli immortali
o degli uomini allevò un tale rampollo?
E in quale terra?
Chi l’uccise? Presto lo invierà
contro di me Hera
dalla bella cintura; ma di questo
si cura la bionda Pallade».
A lui rispose Meleagro
piangendo: «Difficile
è piegare la mente degli dèi

per gli uomini che vivono sulla terra.
Mio padre Eneo, domatore di cavalli,
avrebbe certo placato l’ira di Artemide veneranda,
coronata di boccioli, dalle braccia bianche,
supplicandola
con sacrifici di molte capre
e di buoi fulvi.
Ma inesorabile la dea serbò
l’ira: un cinghiale di forza immensa,
feroce, la vergine lanciò
in Calidone dalle belle pianure,
che nella sua potenza qui infuriando
devastava col dente filari di viti,
sterminava greggi, e chiunque
degli uomini incontro gli andasse.

A lui tremenda guerra noi facemmo,
i migliori tra i Greci, strenuamente,
per sei giorni, senza sosta; e quando il dio
offrì la vittoria agli Etoli,
seppellimmo coloro che il cinghiale dal forte ruggito
aveva ucciso, con violenza avventandosi:
Anceo e Agelao, il migliore
tra i miei diletti fratelli
che Altea generò
nella casa nobile di Eneo.

Molti ne uccise la sorte funesta:
non aveva ancora la cacciatrice
valente deposto l’ira,
la figlia di Latona: per la fulva pelle
combattemmo strenuamente
con i Cureti bellicosi.
Qui, tra molti altri,
Ificlo io uccisi
e Afarete valente, gli impetuosi zii materni.
Ares violento
non distingue in guerra un amico,
ma ciechi i dardi volano via
dalle mani e contro i nemici s’addensano,
portando la morte
a chi vuole il dio.

Questo non curò
la valente figlia di Testio,
la madre sventurata;
e decise la mia morte, l’impavida donna.
Dalla cassa ben lavorata trasse e bruciò
il tizzone dal breve destino:
era fissato dal fato
che fosse allora il termine

della mia vita. Climeno,
figlio valoroso di Daipilo,
corpo perfetto
già stavo spogliando delle armi:
davanti alle torri l’avevo raggiunto;
gli altri fuggivano verso
l’antica città, la ben costruita

Pleurone. Per breve tempo è ancora a me la vita dolce:
sentii abbandonarmi le forze,
ahimè; e traendo gli ultimi respiri, infelice,
piansi lasciando la giovinezza splendida».
Solo allora – dicono –
il figlio intrepido di Anfitrione
bagnò di pianto le ciglia,
compiangendo la sorte dell’eroe infelice.
Rispondendo a lui così disse:
«La sorte migliore per l’uomo è non essere mai nato,

né vedere la luce
del sole. Ma non c’è vantaggio
in tali lamenti: bisogna parlare
di quel che si può compiere.
Vi è nella casa di Eneo,
caro ad Ares,
una vergine figlia,
simile a te nell’aspetto?
Volentieri la farei mia splendida sposa».
L’ombra di Meleagro,
forte in guerra, rispose:
«Deianira, dal tenero collo,
lasciai nella casa,
inesperta ancora di Cipride d’oro,
che incanta i mortali».

Il destino

(estratto) (…)

Molte forme assume il destino,

molti eventi gli dei compiono contro ogni speranza:

e ciò che ci si aspettava non si avvera,

e il dio trova la strada per l’inatteso.

(…)

Dolce nei calici

Dolce dai calici
Forza discende,
Che scalda l’animo,
Che in core accende
Brama di Venere
Commista a vino
Di Dionisio
Dono divino.

Aderge altissimo
L’uomo il pensiero:
Le città struggere
Sogna il guerriero;
Re sembra d’essere
A ognun di genti,
D’oro e d’avorio
Sono splendenti
Le case, portano
Navigli in mare
Il grano egizio:
Dolce è sognare,
Secondo ch’agita
Fervente in core
Votando calici
Il bevitore.

Altre poesie e citazioni di Bacchilide:

  • La morte che si vede arrivare è la più terribile.
  • Immensa è la potenza del denaro: nobilita anche il più inutile degli uomini.
  • Da sempre nell’arte uno imita l’altro: il difficile è trovare la strada per dire cose mai dette.

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Chi era Bacchilide, autore di queste poesie?

Bacchilide, nipote di Simonide, nasce sull’isola di Ceo, coetaneo di Pindaro (intorno al 520 a.C.): fu allievo dello zio, con cui va in Sicilia. Non si hanno tracce della sua attività posteriori alla metà del V secolo a.C. Di lui abbiamo quattordici epinici, di cui quattro per Olimpia, due per Pito (Delfi), tre per l’Istmo e tre per Nemea: si distingue per l’interesse nei confronti dello sport e per la festa. I suoi sei ditirambi sono quelli che danno più spazio al mito, ognuno con un titolo: l’intitolazione mostra dunque un certo apprezzamento per la narrazione del racconto. Anche lui compose comunque carmi monodici per il simposio, con cui realizza affermazioni metapoetiche. Lo stile è a volte sovrabbondante, con epiteti doppi e tripli: c’è una certa dose di barocchismo, unito comunque ad un’innegabile eleganza ed una vivida descrizione.

La struttura dei suoi epinici è simile a quella di Pindaro: il mito occupa la parte centrale; l’occasione per la composizione del canto è data da una vittoria di un atleta alle Olimpiadi. La vittoria dell’atleta è inserita in un mito, che ha tre funzioni: dare solennità all’evento, rendere eterno quel momento e emettere una sentenza morale. L’evento particolare oltrepassa così i limiti temporali e si innalza a modello esemplare per tutti. La parte iniziale e finale degli epinici è invece rappresentata dalle lodi dell’atleta vincente, e anche della sua famiglia, della sua città e dei suoi dèi protettori.

Da ricordare è l’epinicio a Gerone, vincitore a Olimpia nel 470 a.C., e i due ditirambi dedicati alla saga di Teseo.

L’epinicio a Gerone, inviato al potente protettore tramite Ceo, si apre con la celebrazione della vittoria olimpica di Gerone e del suo cavallo Ferenico, quest’ultimo definito impetuoso come il vento del nord, e prosegue con l’auspicio di ottenere dal cielo ricchezza e gloria contemporaneamente; l’aggancio con il mito viene effettuato descrivendo la sfortunata sorte di Meleagro, su cui si accanirono Artemide e Altea, e la pietà di Eracle, che ottenne in sposa Deianira, sorella del morto; l’ultima parte del carme è dedicata all’invocazione della Musa, affinché celebri le gesta del vincitore e dei suoi luoghi.

Anche i ditirambi contengono elementi storici letterari di una notevole importanza, come nel caso de I giovani, in cui Teseo trasporta a Creta quattordici maschi e femmine vergini da sacrificare al Minotauro e dimostra, grazie da una prova pericolosa, la sua origine familiare risalente a Poseidone. Invece Teseo è un dialogo fra il coro di ateniesi ed il re di Atene Egeo, che assume una notevole importanza, in quanto viene considerato da alcuni critici, tra i quali Aristotele, un intermedio fra il dramma e la lirica corale, da cui sbocciò la tragedia, mentre secondo altri ritengono che Bacchilide sia stato inlfuenzato dalla tragedia, che quindi, in questo caso, era già formata e diffusa a quei tempi.
I ritmi usati nei ditirambi sono giambico-trocaici e dattilici, mentre lo stile e il dialetto sono influenzati dal modello omerico.

   
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