Analisi riassuntiva del capitolo 28 dei Promessi Sposi – appunti

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Analisi capitolo 28 promessi sposi appunti riassuntivo

Il capitolo 28 dei Promessi Sposi comincia con un rifermento alla storia: ci fu una parte della guerra dei 30 anni legata al fatto che prima o poi una dinastia finisce, infatti era morte l’ultimo erede dei Mantova, e si vede scendere in campo spagnoli, francese, piemontesi e alla fine entrano in scena anche i tedeschi (Lanzichenecchi). La storia è raccontata a pezzi nel capitolo, ma è raccontata contemporaneamente a un’altra vicenda grave. Le sommesse c’erano state per la mancanza del cibo, e la carestia è qui descritta tipicamente come scarsezza della produzione del bene primario e questo a catena comporta una crisi generale, del commercio, l’arrivo dei contadini in città, la crisi degli artigiani e dei negozianti, e anche gli aristocratici cominciano ad avere pochi soldi dai loro terreni e quindi si crea un circolo vizioso per cui si arriva a una crisi sociale gravissima in città, che si riempie di mendicanti, e questo arrivo di popolazione imprevisto induce le autorità a prendere provvedimenti. Manzoni sottolinea che le capacità che aveva il potere allora erano molto ridotte. Dagli studi fatti, Manzoni consulta i documenti del tempo, sia gli archivi, sia gli stoici del tempo che documentano la crisi. C’erano  molte fonti perchè gli stoici collegavano la peste alla carestia. Se i Lanzichenecchi arrivano e trovano una popolazione debole, l’attacco dei batteri della peste trova un luogo favorevole. Nel romanzo tradizionale questa parte non è cos’ estesa, qui Manzoni è più storico che romanziere. Questo ha una sua ragione che va al di la della documentazione di questo periodo. Se lo scrittore si documenta molto ma immette dell’invenzione, bisogna correggerla e immettere della verità, appunto aggiungendo le parti storiche. Questo comporta una discesa nei dettaglia, troveremo quindi qui la morte delle persone, la scelta di portare i più deboli nel lazzaretto (premonizione dei quello che accadrà quando la peste arriverà veramente). Nel lazzaretto venivano ricoverati e gli veniva passato un certo livello di cibo (pura sopravvivenza): c’erano ragioni politiche, infatti la massa dei mendicanti faceva paura all’autorità e chiuderli nel lazzaretto tamponava un po’, era una soluzione per impedire rischi politici.
Il colpo di grazia è dato dall’arrivo dei Tedeschi. L’arrivo dei Lanzichenecchi rimette in moto la situazione drammatica (esercito di ventura che venivano pagati poco ma gli era concesso di fare razzia e quelle che volevano): da un lato rimette in scena l’Innominato, Agnese, Don Abbondio e Perpetua.

Nel romanzo storico era necessario colmare la lacuna tra il lettore e quello che avviene nella vicenda. Se confrontiamo il testo manzoniano con gli altri romanzi storici sappiamo che la parte storica qui è maggiore rispetto al solito. Abbiamo la rappresentazione di alcuni personaggi che in realtà non approfondiscono niente sul personaggio stesso (come nei personaggi umili), mentre per un personaggio come l’Innominato si aggiungono delle descrizioni, perchè non poteva essere circoscritto. Il Manzoni gli ritaglia una seconda apparizione dove dice delle altre cose.
In questi capitoli colpisce la mancanza di lezione, il romanziere diventa un saggista e uno storico che descrive. Non è uno storico alla maniera moderna, che riporta dei dati, ma fa un discorso sulle condizioni sociali di questo periodo e attacca alla descrizione della carestia, l’arrivo da un male: la calata dei Lanzichenecchi che prelude agli orrori con la peste, al ritorno di Renzo e la conclusione vera e propria negli ultimi due capitoli. Quando lo scrittore vuole dedicare una parte formativa al suo romanzo mentre in contro un abbassamento di attenzione del lettore. Possiamo cogliere quello che è stato un punto debole dell’operazione manzoniana: in Italia ha avuto un enorme successo mentre in Europa non è stata così apprezzata. Quello che colpisce è la scrittura manzoniana: lo scrittore ha una capacità di condensare in dramma anche in poche pagine. Il lettore segue faticosamente lo scrittore che ha una sua strategia, ma a volte lo scrittore si rende conto che ha abusato della pazienza del lettore. Il lettore moderno di narrativa alta tende alla brevità (in Italia), nel nostro caso siamo alle prese con un lettore che era in grado di affrontare pagine più forti rispetto al lettore di oggi. La necessità per lo scrittore era di un rapporto con il lettore non basato su un’azione drammatica in cui il lettore finisse con l’identificarsi con i personaggi: quasi un’ossessione di tenere il lettore in una posizione critica (già la scelta di due personaggi umili ne è la prova), allo stesso tempo non voleva che l’intreccio fosse con una tensione drammatica forte in progressione, che in realtà è quello che i narratori tendenzialmente cercano. L’ideale è il lettore che non riesce a staccarsi dal romanzo. Manzoni per spiegare la scoperta della peste da parte di Don Rodrigo lo racconta in un sogno, mentre prima aveva raccontato il personaggio ad una cena in cui fa un ironico epitaffio per il cugino che era morto di peste. Poi si sveglia e sente un dolore, va a vedere e scopre un bubbone. Questo è un esempio di un narratore che quando vuole creare una visione drammatica su una scena un po’ paurosa, ha una capacità di fare una mirata: mostra la peste, di cui si era solo parlato, concretamente e in modo ravvicinato. Il lettore scopre che la peste non è solo un fatto storico, ma è qualcosa di concreto che lo scrittore ci può mostrare in modo teatrale.
Prima di arrivare a questo si potrebbe dire che il lettore se lo deve meritare, deve subire una lezione. Lo scrittore riprende la vicenda storica.

Nel capitolo 28 Manzoni riparte dalla sommossa a cui aveva partecipato Renzo: i tumulti di san Martino, e fa un’affermazione che ci fa capire che siamo in una parte di carattere storico ma fatta da uno scrittore di romanzo che fa parte del romanzo stesso.
C’è una parte del romanzo che è dedicata al tumulto a cui partecipa Renzo ch al posto si seguire il consiglio del prete si stare tranquillo si informa e poi viene arrestato. Questo è il segno della repressione: il vicario di previsione è salvato da Ferrer. Quando gli animi si placano, i quattro che sono stati presi (più Renzo che riesce a sfuggire), due dei quali volutamente impiccati (momenti cruciali della rivolta). E’ una notizia di impatto ma qui non viene amplificata ne raccontata: quello che si vuole dire è che all’interno di questo modo sconquassato, la morte di questi quattro è solo la morte di quattro poveretti (non sappiamo niente di loto). Il discorso finisce subito e si comincia a fare un discorso di carattere generale. C’è il rifiuto di sfruttare quello che poteva essere un racconto drammatico. Per lui quello che è importante è perchè sia arrivato questo e gli effetti della crisi economica dovuta alla carestia che colpisce tutti, persino gli aristocratici (ad un certo punto i nobili licenziano i servitori, poi c’è l’arrivo dei contadini dalla campagna in città, entrano in crisi i commercianti). C’è una descrizione di segni esterni della povertà: gente che si aggira senza una meta, che camminano senza abiti, malati, che si lasciano cadere per la strada. C’è una reazione, e un tentativo da parte delle autorità per venire in contro a questi poveri, e poi c’è anche l’opera positiva che svoge anche la chiesa (Federigo organizza dei gruppi religiosi che vanno in giro per le strade che aiutano le persone per strada). E’ il segno di un male che colpisce con forza una comunità e dall’incapacità di chi è al potere di reagire a questa situazione, è il segno di un male che possiamo interpretare a due livelli: a un livello letterario perchè Manzoni descrive la condizione economica per la crisi della Milano del tempo, e ad un livello più alto-simbolico è una degenerazione, una contaminazione di una male che si sta diffondendo. Possiamo pensare a cosa sia questo: nella Bibbia abbiamo dei passaggi di questo genere. Capiamo che si tratta di qualcosa di più: i discorsi allegorici non sono espliciti, ma il lettore viene preso da dubbio perchè vede che qualcuno, rispetto al male, interviene positivamente (come il cardinale che lo fa per la sua spinta di aiutare i poveri).
Ad un certo punto, per la repressione dell’opinione pubblica, le autorità prendono una decisione: portare i poveri senza una casa, che vanno in giro per le strade, nel Lazzaretto. Ogni città aveva a quei tempi una zona specificamente costruita e recintata per queste malattie: in questo caso non era per le malattie ma si voleva mettere la gente disgraziata sotto un tetto e per farli mangiare. La cosa ha un esito che non può essere positivo. C’è anche un gruppo di ben pensanti che si rende conto delle difficoltà e delle crisi e fanno delle proposte, ma questo va a cozzare contro l’interesse degli spagnoli che a quel momento avevano una guerra in corso (dai 30 anni). La carestia finisce da sola: si ricominciano ad avere i frutti della terra, i guadagni degli aristocratici salgono e potevano di nuovo spendere, ma queste vicende storiche finiscono per far ricadere la situazione lombarda in una situazione peggiore: l’Imperatore Ferdinando decide di scendere in Italia con il suo esercito, i Lanzichenecchi, soldati di ventura a cui era concesso il potere di predare quello che volevano. La discesa non era mai preparata, erano più squadre, ognuno con un comandante diverso, e la responsabilità è data dal rapporto che il comandante della squadra, riesce ad avere tra questi fanti, portandoli in un percorso dove si incontrano dei luoghi abitati dove fare razzia e ogni violenza  che  si vuole. Le regole era che il comandante dava un tot di periodo di tempo, secondo le necessità dell’esercito. Tutto questo era qualcosa che era peggio di una carestia: qualcosa che nasce da una volontà umana. Nasce da un male che non è insito nella natura, ma dalla decisione dall’alto che vengono presi da coloro che detengono il potere. Da un lato un atteggiamento dell’intellettuale solitario, assolutamente autonomo e deciso a lanciare i suoi anatemi, qui invece una volontà di analizzare e indagare, di vedere gli aspetti. Dall’altra parte si procede per sentenze lapidarie qui invece abbiamo un atteggiamento dello scrittore che è più problematico, non perchè lo scrittore non sappia di chi fosse a responsabilità, ma perchè di fronte a questa situazione lo scrittore si rende conto della molteplicità degli elementi, e quindi occorre uno spazio maggiore per analizzare e mostrare degli atteggiamenti ridicoli.
Ad un certo punto Manzoni fa una pausa e crea una situazione in cui può citare un endecasillabo di Achillini (poesia encomiastica) ridicolo (verso 444). La poesia non riesce mai a determinare il poeta. Il male della peste che è un male fisico, sembra qui indicare che poteva essere arginato senza causare tutte quelle vittime. Quando i due medici della santità vanno dalle autorità a dirgli che stanno rischiando un’epidemia non vengono creduti. La situazione peggiora quando l’esercito imperiale dei Lanzichenecchi stanno per scendere nella pianura padana, erano tantissimi. Gli Spagnoli non sono in grado di contrastarli e quindi nella popolazione di diffonde un crosso panico anche se qui viene raccontato con termini leggeri: alcuni si rifugiano sotto i ponti, altri rimaneva per non abbandonare i malati e la casa o altri perchè non avevano niente da perdere. Sono chiamati “demoni”: sono agenti del male. Abbiamo una doppia lettura dei brani storici: da un lato uno spirito documentario. Quello che colpisce è che alcuni episodi successivi (dopo il capitolo 33) che sono costruiti con un’intenzione progressiva, sono accennati nelle fonti che il Manzoni cita. Nel corso del romanzo vengono riportate le ragioni di questo fenomeno e con molto equilibrio e attenzione a non nascondere le cose coglie anche il fatto che, alcuni personaggi importanti di questo periodo (in questo caso Federigo) credono che la colpa della peste venga diffusa dagli untori. C’è in questi capitoli una ricerca dello scrittore di fissare i punti di riferimento e alla fine, il quadro che ne esce è a tinte fosche. Il cardinale si salva, è l’unica figura politica che si prende le sue responsabilità sulla peste. E’ Federigo che ad un certo punto mette un po’ di ordine nella situazione creata, non esiste più un potere che tiene in ordine la società e Federigo manda i Cappuccini. Tutto questo viene preparato con estrema lentezza con lo scrittore, ma se non confrontiamo la parte lenta e saggistica, priva di fatti vistosi, tali da attirare l’attenzione emotiva, nella seconda parte noi abbiamo scene anche violente che sono state preparate dalla parte precedente. Il lettore ha una chiave di lettura, viene preparato di fronte alla “vittoria di demoni”. La salvezza non viene essendo quello che si è, ma è possibile solo fingendosi quello che non si è, anche colpevole pur non essendolo.

 

   
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