Analisi riassuntiva del capitolo 27 dei Promessi sposi

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Analisi riassuntiva del capitolo 27 dei Promessi sposi (appunti) :

La parte più importante del capitolo 27 dei Promessi sposi è la seconda parte, perchè lo scrittore dopo aver parlato degli eventi si concentra di nuovo sui nostri personaggi che sono in una relazione lontana ma riescono a stabilire un ponte, perchè Agnese e Lucia hanno l’esigenza di avvertire Renzo di quello che è successo (perchè i due si erano scambiati la promessa di matrimonio che non può essere mantenuta per ora e quindi Lucia vuole che Renzo lo sappia). Siamo in uno dei momenti di abilità dello scrittore perchè i due hanno passato guai e si sono separati. Renzo, il meno forte intellettualmente, ma una forza inaspettata riguardo la sua situazione amorosa: non sa più niente di Lucia, sa di essere ricercato e che rischia l’impiccagione ma non smette di amarla, dall’altra parte abbiamo un personaggio che non esplicita molto l’amore, che quando rischia di finire male non può far altro di chiede un miracolo: fa il voto ed è quindi consapevole che non può tornare indietro. Il lettore tocca nel dialogo di Lucia con la madre, un doppio registro: nel caso di Lucia dice ma allo stesso tempo tradisce quello che prova dentro di se. Lucia trasforma il fatto di non potersi più sposare in una preoccupazione per Renzo, perchè anche se non lo ammette ama Renzo. A un certo punto cominciano ad arrivare delle lettere. Bisogna riprende la comunicazione tra i due protagonisti, ma vi era la difficoltà di trasporto e di comunicazione personale perchè non sanno ne leggere ne scrivere, inoltre lui non può permettere che la sua lettere finisca nelle mani sbagliati. Inizia un gioco dello scrittore sulla scrittura, su come si possa usare la lettere e come questa provochi degli equivoci. Le due non rispondono come Renzo si aspetterebbe perchè devono far stare Renzo lontano. Questi episodi che raccontano le peripezie epistolari è gestita con cura perchè entra in gioco il valore della scrittura come deve essere intesa. Ciò che noi scriviamo è sempre chiaro? E la scrittura è sempre interpretata in modo giusto? Ci sono qui anche degli elementi meta letterari. Da un episodio banale, della difficoltà dei due, a poco a poco si fanno dei passi che portano al problema della scrittura e al rapporto che esiste tra la realtà e la scrittura. Lo scriba che dovrebbe solo scrivere quello che gli viene dettato in realtà non lo fa: uno perchè scrivere non è come parlare, però lo scriba non si limita a porsi il problema del passaggio ma ci mette del suo, vuole interpretare quello che gli ha detto la persona che gli detta: così compie una trasformazione di quello che gli è stato detto, anche perchè è un problema oggettivo. Quello che scrive non riesce a scrivere tutto e infatti salta fuori il commento dello scrittore che non riguarda la vicenda. Il problema dietro questo è un problema che sta molto a cuore a Manzoni: tra scrittura e verità. L’atto della scrittura è complesso, che parte dalla realtà con il fine di arrivare alla verità (poi non si sa se ci arriva). Anche quando si legge si può avere un’interpretazione sbagliata. Il margine dell’incomprensione si ribalta nella risposta, e dalla riposta all’altra risposta. Il margine di un travisamento della realtà avviene sicuramente. E’ un momento che l’autore si ritaglia si un episodio che può sembrare poco rilevante, amplifica l’episodio. Questa faccenda della scrittura finisce per creare nel romanzo un doppio problema: dobbiamo stare sul piano dei fatti e a un certo punto Renzo capisce che sta succedendo qualcosa perchè le risposte che gli arrivano non sono quelle che egli si aspetta. Loro gli dicono di mettersi il cuore in pace ma lui non vuole. A questo punto viene fuori Renzo com’è, con il suo caratteraccio, e dopo decide subito di rispondere. Egli sommerge lo scriba perchè parla, e lo scrivente non può riportare tutto quello che Renzo dice. C’è da parte dello scrittore una strizzatina d’occhio nella ripresa di un binomio aulico: Aristotele “paura” e “terrore”. Importante è quando dice con forza che egli non smetterà di amare Lucia (dichiarazione di amore forte rispetto alla media del romanzo), e in secondo luogo è che se “ora sono un po’imbrogliato, è una burrasca che passerà presto”: è rappresentare il personaggio che viene colpito da una cosa e quindi si può capire la sua reazione impulsiva, perchè non c’è la spiegazione da parte di Lucia per l’affermazione “mettiti il cuore in pace”. C’è anche da parte di Renzo però un ottimismo: voglia di fare e reagire, ora è così ma supereranno tutto. E’ un episodio circoscritto che poteva anche non esserci ma è messo perchè rimanda a qualcos’altro che riguarda la forza e la verità della scrittura che può far male, può creare malintesi.

Alla fine del capitolo 27 si ripete una parte piuttosto importante. Il problema era che Lucia anche se liberata correva dei rischi, quindi il fatto che una nobil donna si faccia avanti. Donna Prassede è una donna autoritaria e sicura di se, e nel caso di Lucia ha l’idea per cui il fatto che Lucia si sia promessa a un ricercato, la porta a insistere contro questo personaggio (Renzo). Manzoni sfrutta da un lato la rappresentazione di certi tipi sociali, come qui gli aristocratici. La cosa fa dl male a Lucia, la quale è già lei in una situazione critica perchè ha fatto il voto, e questa insistenza di Donna Prassede finisce per ottenere il risultato contrario. Questi sono episodi che all’interno del testo non hanno un rilievo spiccato: hanno una funzione di raccordo, di legare i rami dell’intreccio della vicenda, ma hanno anche un significato più ampio. Qui la sostanza è di una situazione romanzesca ne senso in cui ci sono delle sfumature: abbiamo un personaggio che conosciamo, che abbiamo scoperto essere più complesso (dopo il rapimento e dopo il voto) e dall’altra parte abbiamo un personaggio di rango superiore che sembra mosso dalla volontà di far del bene, ovvero che la accoglie ma le fa pagare un prezzo altro, ovvero quello di una vessazione continua. Ci dobbiamo porre il problema di dove sta la verità: noi come lettori sappiamo che la verità sta nelle parole di Lucia, ma lei intuisce e dice che non sa che cosa sai accaduto a Milano ma le sembra difficile credere a questi errori che gli sono accreditati, e Lucia ha perfettamente ragione. Per il personaggio umile è difficile farsi credere, mentre il personaggio altro dice quello che pensa senza nessun dubbio, senza essere toccata dalla possibilità che Lucia possa avere ragione. Questo è grave perchè Lucia ha sempre dato l’idea di una persona onesta, e per questo motivo Donna Prassede dovrebbe dare fede quello che dice Lucia, invece no, perchè è un personaggio troppo sicuro delle sue idee ed è nei confronti di Lucia arrogante perchè ritiene che non sia in grado di vedere la realtà come la vede lei. Lucia non è in una situazione proprio negativa, ma anche essendosi salvata, è finita in una prigione dorata, in cui è sola, tormentata dalla scelta che ha fatto, quindi è in un momento di solitudine, infelicità, incertezza e torna una persecuzione nei confronti dei personaggi, che può essere violenta come nel rapimento, o può essere meno evidente ma altrettanto dolorosa.  Lucia è in una condizione simile e dolorosa, continua nel romanzo a subire delle angherie che la fanno soffrire ma che non scalfiscono il suo coraggio e la sua capacità di rispondere. Nel romanzo la rappresentazione di Lucia può essere quello della vittima predestinata, ma in realtà ci accorgiamo che, certo c’è un accanimento nei confronti della ragazza, ma questo fa risaltare la capacità di dire la verità, di non esitare di fronte  a questo personaggio ingombrante che vuole avere ragione. Poi Lucia scompare dal romanzo, perchè nei capitoli della peste, Lucia apparirà solo nella scena cruciale. In questa fase lo scrittore è preso da una necessità di cesellare il quadro che gli sta di fronte e questo gli permette, prima della parte finale, una parte di approfondimento maggiore della realtà del tempo secondo quelli che erano i suoi propositi: riprodurre nel romanzo usi e costumi fondamenti del periodo storico trattato.
Uno dei problemi di un romanziere come Manzoni nasce dalla scelta originale, ovvero quella dei personaggi umili, che significa che questi non possono andare al di la dei limiti della loro classe. La scelta di questi protagonisti costringe lo scrittore a delegare ad altri personaggi la necessità di rappresentare delle realtà che dipingono il ‘600. L’inventarsi i due aristocratici, con Donna Prassede che vuole proteggere Lucia, ha un altro vantaggio: agganciare la storia ad una classe non ancora molto analizzata (il padre della monaca è uno dei personaggi più negativi, è pieno di perfidia nei confronti della figlia. C’è quasi all’inizio una giustificazione del comportamento della monaca: è stato costretta dal padre. La monaca è quasi un anti-Lucia).
Questo permette a Manzoni di immettere una parte fin’ora esclusa: la cultura. Abbiamo bisogno di un intellettuale tipico del ‘600 che viene costruito come Don Ferrante, che è un personaggio nobile. Don Ferrante viene ritratto in uno dei peggiori modi possibili (anche quando muore lo descrive in un modo peggiore). E’ colto nell’astrologia: un esempio di cultura superata e superstiziosa. Il secondo interesse era la filosofia: il ‘600 è un secolo per l’Europa di grande apertura di pensiero, ma il nostro personaggio è legato ad Aristotele (personaggio ormai superato). Il terzo elemento era quello delle scienze naturali, ma la cosa più interessante era l’interesse per la magia e la magia nera. Manzoni qui inizia a citare una serie di personaggi sconosciuti per noi ma noti per  il tempo. Si ha la rappresentazione di un quadro negativo, di una cultura non superata e non moderna. Il colpo finale che distrugge Don Ferrante è attribuire ad esso l’arte della scienza cavalleresca. La cosa comica è che ad un certo punto viene citato Tasso che era noto di questa scienza, ma per noi Tasso è più importante come poeta. Don Ferrante conosce Tasso solo come colui che è esperto di scienza della cavalleria. La cattiveria dell’autore nel rappresentare questo personaggio è pervicace. Don Ferrante, che è aristotelico, fa un atteggiamento ridicolo, ovvero non riconosce la pesta, perchè non si vede se si tocca, e quindi non prende alcun provvedimento. Quando deve accettare la sua esistenza dice che deriva da un flusso celeste e non prende comunque provvedimento. I due aristocratici prendono la peste e muoiono e anche Lucia la prendere, e quando Renzo scopre dove abita bussa alla loro porta e chiede di lei, ma i padroni di casa dicono che è stata portata al Lazzaretto, e allora lui capisce che aveva preso la peste. Quando Renzo finalmente ha scoperto qualcosa, scopre che ha preso la pesta. Allora Renzo, facendo una domanda stupida, chiede se Lucia è sopravvissuta, ma la donna non può saperlo. Renzo perde la ragione e continua a battere sulla porta. La presenza di questi due personaggi all’interno dell’intreccio valgono a più livelli: rappresentanza della classe, funzione nella fabula perchè sono un anello importante di collegamento (soprattutto quando Renzo va a chiedere di Lucia), e infine l’ultima funzione è la presenza di Don Ferrante come rappresentate della cultura tipica del secolo (summa di tutta l’arretratezza della cultura incapace di aprirsi alla modernità: accusa grave per l’Italia, perchè negli altri paesi in ‘600 è molto positivo. Manzoni fa un’analisi più ampia: coglie la nascita della crisi italiana, cultura che rimane emarginata. Il problema italiano non era sono oppressione dei paesi stranieri, ma anche presenza di una cultura incapace di porsi a confronto con le altre culture. C’è sullo sfondo il discorso del ruolo dell’intellettuale che inizia nell’800. Manzoni che è sempre stato un intellettuale schivo, nei momenti cruciali, quando è stato coinvolto, è stato sempre favorevole alla riunificazione italiana. L’atteggiamento di Manzoni era di estrema attenzione di quello che accadeva intorno a se che anche se non partecipava prendeva posizione. Gli intellettuali non erano un blocco unito ma appoggiavano alcune posizioni politiche piuttosto che altre). La rappresentazione negativa di Don Ferrante è un’esortazione per la cultura italiana di prendere posizione. Questo romanzo rispondeva alle esigenze della cultura borghese del periodo manzoniano , e lo aiutava a prendere coscienza della situazione contemporanea. L’operazione manzoniana è per i lettori del tempo di grande significato. Manzoni aveva previsto la crisi italiana, aveva additato i punti deboli della società italiana, e aveva agli occhi del potere una fama che andava al di la delle singole scelte. Il romanzo diventa un’incarnazione della cultura italiana e la necessità per Manzoni era anche quella di introdurre queste vicende di carattere storico.

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