Analisi dell’Apocolocyntosis di Seneca – letteratura latina

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L’Apocolocyntosis di Seneca è l’unico pamphlet satirico a noi pervenuto nell’ambito della tradizione letteraria classica e sicuramente sorprende, a una prima lettura, doverlo inserire nel corpus delle opere di Seneca. Si stenta a credere che l’autore dei Dialogi, delle Epistulae ad Lucilium, delle stesse tragedie, abbia potuto cimentarsi in un testo tanto dissacrante e pieno di humourz’ è la fantasiosa narrazione delle peripezie che l’imperatore Claudio affronterebbe al momento della morte, avvenuta il 13 ottobre 54, in un’alternanza di piani dalla terra al cielo, di fronte al concilio degli dèi, quindi di nuovo in terra, fra il giubilo del popolo romano, per arrivare agli Inferi dove resterà condannato a giocare a dadi in eterno con un bossolo forato, affidato al liberto di Eaco, Menandro, in qualità di addetto giudiziario.

Nonostante la brevità, gli eventi si snodano dettagliati con un ritmo incalzante e il lettore, guidato sin dall’inizio dall’anonimo narratore (quid actum sit in caelo…volo memoriae tradere), è coinvolto sempre più pesantemente in una visione assolutamente negativa della figura di Claudio. Attraverso la documentazione storica a noi pervenuta, conosciamo abbastanza bene la posizione del filosofo Seneca, da un lato nei suoi difficili rapporti con Claudio, culminati nell’esilio inflittogli dal 41 al 49 per sospetto adulterio con Giulia Livilla, figlia di Germanico, dall’altro nella funzione di precettore e consigliere del futuro imperatore Nerone.

Nella Consolatio ad Polybium, composta negli anni 4344 e rivolta a un liberto di Claudio per consolarlo della perdita di un fratello, Seneca aveva di fatto ostentato ossequio e lodi nei confronti dell’imperatore, al fine di ottenere il perdono ed essere richiamato dall’esilio in Corsica.

L’Apocolocyntosis si pone in feroce, anche se implicita, antinomia con il dialogo: alle lodi stucchevoli si sostituisce, in occasione della morte, una sferzante satira che mira a distruggere la figura dell’imperatore come uomo e come princeps. Non ci sembra che nella Consolatio Seneca possa aver fatto un doppio gioco o che addirittura germi di satira fossero già lì presenti:2 il discorso si sposterebbe sulla tanto discussa ambiguità di Seneca, con speculazioni moralistiche che ci sembrano fuori luogo. Non per simili motivi si può negare la paternità di Seneca per l’Apocolocyntosis, e neanche ci pare opportuno, come sostiene Ronconi, supporre che sia passato del tempo tra la stesura della laudatio (su cui torneremo in seguito) e la satira? Siamo convinti della serietà delle intenzioni, se non della sincerità della consolaria: bisognava pur sopravvivere in temperie storiche cosi difficili e precarie!

Dall’introduzione di “Apocolocyntosis” (libro analisi tascabile)

   
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