Amore e morte – testo, parafrasi e analisi della poesia di Giacomo Leopardi

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Amore e morte è un’ammirabile poesia scritta da Leopardi nell’autonno del 1832 o del 1833 facente parte del ciclo di Aspasia.

Amore e morte – testo poesia di Giacomo Leopardi

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
altre il mondo non ha, non han le stelle.
Nasce dall’uno il bene,
nasce il piacer maggiore
che per lo mar dell’essere si trova;
l’altra ogni gran dolore,
ogni gran male annulla.
Bellissima fanciulla,
dolce a veder, non quale
la si dipinge la codarda gente,
gode il fanciullo Amore
accompagnar sovente;
e sorvolano insiem la via mortale,
primi conforti d’ogni saggio core.
Nè cor fu mai più saggio
che percosso d’amor, nè mai più forte
sprezzò l’infausta vita,
nè per altro signore
come per questo a perigliar fu pronto:
ch’ove tu porgi aita,
Amor, nasce il coraggio,
o si ridesta; e sapiente in opre,
non in pensiero invan, siccome suole,
divien l’umana prole.

Quando novellamente
nasce nel cor profondo
un amoroso affetto,
languido e stanco insiem con esso in petto
un desiderio di morir si sente:
come, non so: ma tale
d’amor vero e possente è il primo effetto.
Forse gli occhi spaura
allor questo deserto: a se la terra
forse il mortale inabitabil fatta
vede omai senza quella
nova, sola, infinita
felicità che il suo pensier figura:
ma per cagion di lei grave procella
presentendo in suo cor, brama quiete,
brama raccorsi in porto
dinanzi al fier disio,
che già, rugghiando, intorno intorno oscura.

Poi, quando tutto avvolge
la formidabil possa,
e fulmina nel cor l’invitta cura,
quante volte implorata
con desiderio intenso,
Morte, sei tu dall’affannoso amante!
quante la sera, e quante
abbandonando all’alba il corpo stanco,
se beato chiamò s’indi giammai
non rilevasse il fianco,
nè tornasse a veder l’amara luce!
E spesso al suon della funebre squilla,
al canto che conduce
la gente morta al sempiterno obblio,
con più sospiri ardenti
dall’imo petto invidiò colui
che tra gli spenti ad abitar sen giva.
Fin la negletta plebe,
l’uom della villa, ignaro
d’ogni virtù che da saper deriva,
fin la donzella timidetta e schiva,
che già di morte al nome
sentì rizzar le chiome,
osa alla tomba, alle funeree bende
fermar lo sguardo di costanza pieno,
osa ferro e veleno
meditar lungamente,
e nell’indotta mente
la gentilezza del morir comprende.
Tanto alla morte inclina
d’amor la disciplina. Anco sovente,
a tal venuto il gran travaglio interno
che sostener nol può forza mortale,
o cede il corpo frale
ai terribili moti, e in questa forma
pel fraterno poter Morte prevale;
o così sprona Amor là nel profondo,
che da se stessi il villanello ignaro,
la tenera donzella
con la man violenta
pongon le membra giovanili in terra.
Ride ai lor casi il mondo,
a cui pace e vecchiezza il ciel consenta.

Ai fervidi, ai felici,
agli animosi ingegni
l’uno o l’altro di voi conceda il fato,
dolci signori, amici
all’umana famiglia,
al cui poter nessun poter somiglia
nell’immenso universo, e non l’avanza,
se non quella del fato, altra possanza.
E tu, cui già dal cominciar degli anni
sempre onorata invoco,
bella Morte, pietosa
tu sola al mondo dei terreni affanni,
se celebrata mai
fosti da me, s’al tuo divino stato
l’onte del volgo ingrato
ricompensar tentai,
non tardar più, t’inchina
a disusati preghi,
chiudi alla luce omai
questi occhi tristi, o dell’età reina.
Me certo troverai, qual si sia l’ora
che tu le penne al mio pregar dispieghi,
erta la fronte, armato,
e renitente al fato,
la man che flagellando si colora
nel mio sangue innocente
non ricolmar di lode,
non benedir, com’usa
per antica viltà l’umana gente;
ogni vana speranza onde consola
se coi fanciulli il mondo,
ogni conforto stolto
gittar da me; null’altro in alcun tempo
sperar, se non te sola;
solo aspettar sereno
quel dì ch’io pieghi addormentato il volto
nel tuo virgineo seno.

Amore e morte – parafrasi della poesia di Giacomo Leopardi

Il destino fece fratelli
amore e morte.
La terra e le stelle
non possono avere niente di più bello.
Il bene nasce da Amore,
così come il piacere più grande,
sparso nell’universo,
nasce da Amore.
L’altra elimina ogni male
e ogni dolore.
O Morte, tu sei una bellissima fanciulla,
non sei orrida
come ti presenta la gente.
Spesso accompagni
il fanciullo Amore,
e insieme passate
sopra la vita degli uomini.
Non vi è cuore umano, che
non fu disposto a lottare
per godere l’Amore; l’amore,
dove interviene, fa nascere il coraggio.

Quando un amore penetra
in un cuore, si fa strada anche
un desiderio di morire.
Non so il perché, ma il primo
effetto dell’amore è questo.

Se si immagina la vita priva di
amore, la terra appare come inabitabile.
Allora il giovane brama quiete
e un porto dove rifugiarsi.

Quando poi il desiderio travolgente
afferra tutto e fulmina il cuore,
allora il giovane amante cerca la morte,
così non vuole più alzarsi
per non vedere l’amara luce.

E il giovane amatore di fronte al
canto funebre invidiò la morte,
come colui che veniva portato al cimitero.
Anche il contadino,
anche la giovane fanciulla,
quando ascolta il nome della morte,

osserva attentamente la tomba,
medita il suicidio,
o con il ferro o con il veleno,
sentendo la necessità della morte.

Quando il travaglio amoroso
è giunto al culmine della sofferenza,

allora il corpo fragile cede
alle terribili sofferenze,
che la Morte prevale;
allora, sia il contadino innocente,
che la giovane donna si procurano

la morte da se stessi,
lasciando i loro corpi a terra.

Agli animi focosi, ai felici,
il fato possa portare,
o l’Amore o la Morte,
dolci signori, amici degli uomini,
il cui potere non è
superato da nessuna cosa se non dal Fato.
E tu, o morte , regina del tempo,
che io ti desidero già fin dalla mia fanciullezza,

dopo che io ti ho celebrata, e ho
cercato di compensarti degli insulti
che ognuno ti invia ,
ascolta i miei pensieri e fammi
serrare le palpebre.
Mi troverai disponibile a qualsiasi
momento ,

troverai me che non benedico
la mano del destino che si copre
del mio sangue innocente;

troverai me che mando via
ogni speranza con cui
gli uomini si accontentano come i fanciulli;
troverai me che t’aspetto,

che possa piegare il capo
sul tuo seno.

Amore e morte leopardi testo parafrasi analisi

Alcuni appunti sull’analisi della poesia di Amore e Morte:

Leopardi vedeva amore e morte rappresentato molto nelle opere teatrali (c’era un lettera interessante in cui lui scappa da Recanati e racconta la bellezza della grande città, va a teatro e vede “La donna del lago di Ossini”, un’opera prettamente romantica, e lui dice che gli piace molto). Nel melodramma il Romanticismo arriva prima. Tra poesia, narrativa, dibattito in corso su queste tematiche aveva ormai fatto le sue scelte e la necessità di trattare questa tematica e ti intitolarla “Amore e morte” indica il suo punto di vista e allo stesso tempo l’operazione per arrivare al lettore, la sua presa di distanza dal gusto del suo tempo per trattare questa tematica.
“Amore e morte”: il primo verso è un frase lapidaria. Noi dovremmo stabilire il rapporto tra amore e morte e invece Leopardi dice che sono cose belle, quindi il lettore si trova spiazzato perchè in tutte le vicende che ricorda, la morta è alla fine dell’amore. “stelle” sono importanti perchè qui si vede che Leopardi ha letto tutto. Le tragedie della letteratura italiana, quando finisce l’amore, c’è sempre il momento del lamento nel quale si trova quasi sempre il termine “stelle”. Il binomio ricorrente è crude-stelle. Abbiamo un ribaltamento da parte dello scrittore dire che le stelle non hanno niente di più bello di amore e morte. “Mar dell’essere” è un’espressione di Dante, è un’espressione che non c’entra niente perchè veniva messa nel Paradiso per indicare amore come caritas, qui invece lo scrittore mette sopra “bene”, “piacere” e poi quella frase. Se la morte è il peggiore dei mali noi qui diciamo il contrario perchè in grado di annullare il dolore e il male: se uno soffre per amore e si uccide sparisce la sua sofferenza, ma l’autore non lo dice direttamente. E’ un suicidio che sale di livello perchè va collegato al mal dell’essere, è un dolore che il lettore non può non collegare al dolore dell’esistenza del genere umano che lo scrittore ha inserito nelle sue composizioni precedenti. Lui non rinnega il suo pensiero, ma ammette che amore può essere un bene e un piacere perchè la natura ce lo permette. L’idea della circolarità del tempo e l’idea di un tempo lineare, che ci porta verso stagioni non positive si collega a quello che dice qui. Amore e morte sono un fanciullo (Eros: siamo nella tradizione), e una bellissima fanciulla. Dice che la gente sbaglia a pensar male dell’amore perchè è gente codarda e vile. I due elementi che in genere sono in contrapposizione, in realtà hanno una funzione di collaborazione. C’è un termine prezioso nella letteratura è “percuotere” (verso18) legato alla tematica amorosa e significa ferire. Questo fa diventare maggiore il soggetto che subisce quest’esperienza perchè diventa più forte e sapiente, ovvero colui che sa, grazie a questa esperienza, non limitarsi a vaneggiare dentro di se ma a trasformare questo in “opra” (azione). Leopardi ha una missione: deve ammettere che quello che dicono i poeti, ovvero che l’innamoramento può portare stati d’animo di languore e che allontana il soggetto dalla vita e lo avvicina alla morte. Ci avviciniamo a un tematica diffusa: nella vicenda amorosa il soggetto non tende più ad accontentarsi e ad accettare la vita di tutti i giorni. E’ possibile per chi è toccato da Eros vivere come se niente fosse? No, perchè c’è questa “Nova, sola, infinita felicità”: i tre aggettivi mostrano quello che prova il poeta. Tutto questo che potevamo già trovare, si muove in una dimensione di tipo ateo, è una descrizione di ciò che si prova, non di ciò che è. Il soggetto sa allo stesso momento, perchè è un essere finito e ha esperienza di questa imperfezione, che questa felicità deve fare i conti con un mondo ostile e quindi può essere accettare l’idea della morte perchè è qualcosa che elimina questo problema. Di fronte alla crisi del soggetto quando scopre che la sua felicità si scontro con il reale che lo delude, può sentire positivamente la morte. Entriamo in una parte descrittiva meno audace: di fronte alla sofferenza la morte può sembrare un’ottima alternativa. E’ meglio non essere: posizione gravemente eterodossa. Come si può dimostrare questo? Se noi ci spostiamo da colui che sa a colore che non sanno scopriamo che anche loro hanno preferito chiudere la vita di fronte a questo dolore. Verso 73 “gentilezza”: si rifà alla nobiltà, ma gentili erano anche coloro che non erano credenti. Arriva il messaggio che l’esperienza amorosa ha elevato soggetti indotti e a portarli a un livello tale che sono in grado di accettare e preferire la morte. L’amore porta a considerare la morte come conclusione. Il gioco del poeta è quello di nascondere i veri meccanismi che gli interessano ma emerge questa sua tendenza a filosofare, infatti si colgono molti elementi astratti. E’ possibile addirittura che il “villanello ignaro” e la “tenera donzella” spronati da amore arrivino a scegliere la morte: ciò che conta è “il gran travaglio interno” perchè la vicenda di amore fa amplificare al soggetto la riflessione interiore. Anche uno che ha una “forza mortale” ma ha un “corpo frale” non riesce a resistere alla tempesta di amore. Come funziona questo col fatto che amore morte piacciono nella letteratura ma nella realtà no? All’uomo piace “la pace e la vecchiezza”. Qui c’è il problema di come è fatto l’essere umano: divaricazione tra come viviamo giorno per giorno e quello che abbiamo come immaginario nella nostra mente. Un parte di noi tende a farsi coinvolgere da quello che accade quando leggiamo l’opera. Il soggetto è come fosse diviso in due: una parte che rimane vigile che pensa che queste cose non gli accadranno però gli piace di vederle. Nella realtà l’istinto della vita non ci fa accettare la morte eccetto in casi particolari. Stabilito che esiste in fato possiamo incidere quando subiamo il colpo di amore e quando subiamo il colpo di morte. Questi colpi sono in grado di far deviare molto la vita del soggetto. Leopardi comincia a dire che l’uomo può incidere nell’agire nel mondo circostanza, ha una sua responsabilità, non deve solo subire. Non si rivolge direttamente alla donna ma alla morte. Il soggetto non ha deciso di suicidarsi, ma invoca e lascia al fato il resto. Quello che invoca è che la morte arrivi perchè ha avuto una delusione forte. Fa alla morte un appello razionale: non ha una ragione molto alta per suicidarsi, qui ci avviciniamo a una operetta morale “dialogo tra Plotino e Porfirio” in cui si da una rappresentazione totalmente negativa della vita che l’unica soluzione è quella di suicidarsi. Ci aspetteremmo che Plotino controbatta contro quest’idea, ma fa un’affermazione: dice che ha ragione, ma alla fine dice che c’è un motivo per cui non si deve suicidare, ovvero quello che fa del male, perchè lui appartiene a una famiglia e ha stretto con queste persone delle relazioni amicali, affettuose, affettive, e dice che proprio perchè ha ragione lui suicidandosi arrecherebbe alle persone un dolore che non si aspettano, aumenterebbe la loro infelicità, farebbe mancare alle persone non solo la sua solidarietà umana ma anche peggiorerebbe la loro sofferenza. Qui abbiamo delle novità che cominciano a farsi vedere sempre di più.
Nel finale lo scrittore ribadisce l’operazione originale che fa rispetto al binomio amore-morte. Ha un atteggiamento di tipo tragico-eroico. Questi sono termini più da tragedia. Di fronte all’arrivo della morte in relazione al rapporto amoroso, lo scrittore dice quello che bisogna evitare: non bisogna lodare, avere un atteggiamento orante di chi vuole ammirare ciò che è accaduto. Nel caso di Jacopo la costruzione delle ultime righe del romanzo sono patetiche e vanno verso la lode dell’eroe non riconosciuto, mentre il Leopardi c’è un suicidio che non vuole essere lodato. Il finale è audace: da un lato si deride il secolo e la gente comune che vuole allontanare dai ragazzi l’idea della morte ma in realtà facendo così gli adulti pensano a se stessi, e dall’altro lato c’è la battuta anticristiana: la speranza è una virtù per salvarsi e in realtà colui che si uccide è in preda alla disperazione. “Solo aspettar sereno”: la serenità ci sta, come dice Socrate che accoglie la morte serenamente. Abbiamo l’idea di un sonno che è meno orribile del senso della morte. “nel tuo virgineo seno”: rimanda alla castità e quindi la morte è improduttiva secondo l ‘autore, che non c’è qualcosa nell’al di la. Mentre il cristiano crede che alla morte ci sia qualcosa oltre. Per Leopardi la morte è un ritorno al nulla perchè questa distrugge tutto: nichilismo leopardiano. Questo permette allo scrittore di attaccarsi a un suo componimento breve di una visione del mondo oscura, dove non c’è un lampo o un’illusione che è “A se stesso“.

   
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