Alla scoperta del Castello Brancaccio di San Gregorio Da Sassola

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Si tratta di un castello davvero magnifico e ben conservato, ricco di sale e di zone interessanti da conoscere.

Il palazzo, pulito all’interno e intonacato all’esterno, fu collegato con la parte bassa del paese tramite una scala interna intagliata nel tufo, fu completata la merlatura. A questo periodo probabilmente risale la sistemazione delle quattro tele, raffiguranti gli amori di Venere, poste nel soffitto della prima stanza a sinistra del salone al pianterreno. Tali dipinti, di notevole pregio artistico, sono opera del celebre pittore neoclassico milanese Andrea Appiani (1754-1817) che li realizzò nel 1784.

Sale:

  1.  Salone degli Arazzi
  2.  Sala di Galatea
  3.  Cappella Palatina e il suo andito
  4.  Tele dell’ Appiani
  5.  Gallery Terrazza

La sala degli arazzi appare accessibile in maniera autonoma dall’ingresso coperto e chiuso a vetrate presente nel cortile interno; presenta, all’interno di una complessiva decorazione in boiserìe, arazzi figurati alle pareti. La sala, che, tra l’altro, possiede un affaccio sulla piazza antistante attraverso una stretto ballatoio, certamente aggiunto al corpo di fabbrica principale nel corso delle fasi più recenti del rifacimento, possiede anche una bella volta cassettonata comprendente gli stemmi baronali.

 

Dall’ingresso alla Sala degli Arazzi si accede al corridoio che introduce alla Cappella. In questo andito, all’interno di due lunette affrontate, sono poste due figure di amorini: il primo putto alato è rappresentato seduto su una roccia nell’atto di tessere una rete con accanto l’arco, la faretra e le frecce, tipici attributi di Amore; il secondo non ha la rete, bensì un cane. La prima figura è un’evidente rappresentazione dell’Amore Profano, nella quale la rete che il fanciullo tesse si riferisce a Marte e Venere catturati, nel corso di un incontro amoroso, nella rete di Vulcano, marito di Venere. Il secondo putto è invece l’Amore Sacro, la cui caratteristica principale è la fedeltà simboleggiata dal cane.

Da questo “Corridoio” si accede alla “Cappella” privata del Castello, in stile neogotico, probabilmente da riferirsi agli ultimi rifacimenti dell’edificio. Sull’altare era originariamente collocata la tavola, dipinta in olio, databile alla prima metà del cinquecento, della “Madonna in Trono fra San Giovanni Battista e San Sebastiano”(99 x 102 cm).

La tavola, in avanzato stato di deterioramento e bisognosa di urgenti restauri che hanno suggerito l’opportunità di una momentanea rimozione a fini conservativi, presenta un livello qualitativo di alto profilo. Rappresenta a sinistra la figura del Battista con lunga barba e capelli coperto da un manto rosso che indica con l’indice destro il bambino; questo, nudo, è nell’atto di benedire con lamano destra tra le braccia della Madonna assisa su trono con spalliera ad arco; Maria indossa una lunga veste gialla coperta da un manto verde; sulla destra è San Sebastiano nel momento del martirio, legato ad un albero e trafitto da frecce. Le figure presentano accurato disegno i volti hanno espressione assorta ma dolce, la resa volumetrica del trono denuncia abilità compositiva e cultura formale, probabile retaggio nell’ignoto  artista dello studio.

La “Sala degli Amori e del Trionfo di Galatea” conserva decorazioni pittoriche di un certo pregio: la volta, affrescata da un autore ignoto ma riferibile certamente alla fase tardo ottocentesca delle ristrutturazioni, rappresenta due figure di Amore, alate, che volano in cielo con arco, freccia e torce. La scena è circondata da grottesche arricchite da sfingi, putti, frutti e uccellini all’interno delle quali appaiono due paesaggi: nel primo un fiume è solcato da un ponte, nell’altro è raffigurata una cittadina fortificata.

Nello strombo della finestra campeggia lo stemma della famiglia Brancaccio, a conferma dell’attribuzione cronologica suddetta.

Sulle pareti sono presenti raffigurazioni relative al mito di Galatea, rappresentata in trionfo fra centauri e tritoni su conchiglie tirate da delfini o mosse da pale rotanti.

Tutt’intorno grottesche con animali ed esseri fantastici.

Di particolare interesse documentario, sulle sovrapporte, le raffigurazioni di Castello Brancaccio e di Castel San Gregorio. Il Castello si presenta simile a oggi, non è presente la fontana nel cortile mentre vi sono finestre, oggi obliterate, nella struttura aggettante nel cortile; le finestre del mezzanino, infine, presentano oggi bifore. Differisce la merlatura, rifatta nell’ultima sistemazione in forme goticheggianti.

Alla fine del 2005, in seguito ad una operazione internazionale coordinata dal Comando tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, il Comune di San Gregorio da Sassola è tornato in possesso di due prestigiose tele, «Venere e Adone» e «Venere e Marte», attribuite al maestro lombardo Andrea Appiani (Milano 1754 – 1817) e datate al 1784, mentre, al momento, si sono perse le tracce di una terza, il piccolo riquadro ottagonale “Venere e Amore”. Le opere, sottratte illecitamente nel 1994 durante dei lavori di restauro dalla Stanza degli Amori del Castello Brancaccio, al momento del sequestro erano già state inserite nel catalogo delle vendite della prestigiosa casa d’aste Christie’s di New York.

Attualmente conservate in località riservata, le due tele verranno nuovamente restituite alla pubblica fruizione grazie ad un apposito allestimento che verrà studiato all’interno della sala di “Saturno Crono” la cui destinazione d’uso sarà appunto quella di pinacoteca comunale, all’interno della quale troveranno luogo anche altre pregiate opere di proprietà del Comune di San Gregorio da Sassola, tra cui una terza tela di Appiani “Scena mitologica”. Si ritiene che tale azione, oltre a rendere completo il recupero delle opere d’arte precedentemente trafugate, darà modo di arricchire notevolmente la collezione espositiva garantendo al Museo la possibilità di rafforzare la doppia natura dell’esposizione, sospesa tra Archeologia e Storia dell’Arte.

Le tre tele di Andrea Appiani, in olio su tela, erano originariamente collocate al pianterreno nella prima stanza a sinistra del salone centrale. La prima “Scena mitologica” (311 x 113 cm) era collocata al centro del soffitto della suddetta sala e rappresenta una scena mitologica di oscura rappresentazione: un fanciullo accompagnato da un vecchio e da una giovane donna, si aggrappa ad un uomo che lo respinge e che si trova accanto ad una donna seduta in posa regale. Altre persone assistono e partecipano alla scena; sullo sfondo una statua (Giove?) di un uomo accompagnato da un giovane.

Ai lati di questa prima tela più grande erano collocate: “Venere e Adone” (150 x 70 cm), in cui la dea è rappresentata nell’atto di scongiurare il giovane di non recarsi alla caccia in cui troverà la morte e “Venere e Marte” (150 x 70 cm) nella quale la dea è raffigurata in un’alcova in atteggiamento amoroso. Sul gradino del sedile su cui sono posti gli dei appare la scritta:

“ANDREA APPIANI MILANESE FECE 1784” che costituisce firma e datazione per tutte e tre le opere citate e per la quarta, ormai perduta. Si trattava di un piccolo riquadro ottagonale (80 x 60 cm)in cui, all’interno di un ameno paesaggio naturale “Venere e Amore” si scambiano tenerezze. Le opere, di notevole pregio, furono eseguite dal celebre pittore neoclassico milanese, condotte a San Gregorio e inserite nel soffitto della camera da letto dell’appartamento del pianterreno, all’interno di riquadri in stucco bianco e dorato.

Vennero eseguite con ogni probabilità durante il soggiorno fiorentino dell’artista, documentabile dal 1783 al 1784. In questo periodo, l’Appiani agisce per lo più su commissione di nobili famiglie eseguendo temi mitologici.

Le opere di palazzo Brancaccio appaiono particolarmente raffinate: i personaggi denotano aperture formali neoclassiche in un contesto espressivo tipicamente settecentesco; gli sfondi conservano vivo il paesaggismo poetico della temperie culturale in cui l’Appiani ebbe ad operare. Si ignora completamente la vicenda storica che determinò l’approdo delle opere a San Gregorio; in effetti, nel periodo della loro esecuzione, erede del feudo era la principessa Maria Isabella Pio Walcarcel che non si recò mai nel paese né soggiornò nel castello. Da ciò deriva che le tele arrivarono in seguito forse portate a metà ottocento dagli Uceda. Prova di ciò potrebbe essere lo stemma dei duchi posto nello strombo della finestra della sala della primitiva collocazione.

 

  1.  Sala del Cardinale
  2.  Sala di Apollo e Aurora
  3.  Sala di Saturno e Crono
  4. Sala di Dedalo e Icaro
  5. Sala di Giove, Cibele e le Tre Parche
  6. Sala di Amore e Psiche
  7. Sala di Mercurio e Psiche

 

La Sala, vero e proprio secondo salone nel lato settentrionale dell’appartamento, presenta, analogamente a quanto si osserva nella sala di “Apollo e Aurora” una volta integralmente affrescata. La rappresentazione principale presenta a destra un carro tirato da leoni condotti dalla dea Cibele; a sinistra un secondo carro tirato da due aquile trasporta, seduto, Giove tra i due carri, tre figure femminili nude: sono le Parche recanti rispettivamente la rocca, il fuso e le forbici. Più in alto due angeli sorreggono un pentagramma che riproduce un motivo musicale e comprende la firma del committente: VIVAT PROSPER SANTACRUCIS SANTE ROMANE ECCLESIAE CARDINALES. Completano la decorazione dei lati lunghi delle grottesche che inglobano due paesaggi rurali. Sui lati corti, invece, due stemmi Brancaccio, il primo sormontato da cappello cardinalizio, con Minerva con elmo e corazza da un lato e Calliope con corona d’alloro dall’altro; il secondo sormontato da un cimiero con sopra un cigno con figura alata della Fama da un lato Mercurio dall’altro. Completano la decorazione dei lati corti quattro figure, tre femminili e una di uomo anziano, aventi come sfondo fiori e frutta. Questa decorazione è certamente coeva a quella della sala di “Apollo e Aurora”, attribuiti, erroneamente a Federico Zuccari, mentre è probabilmente da individuare, a seguito dell’analisi del Ruffini, in Giovanni Guerra o un pittore a lui vicino l’autore dei cicli pittorici voluti dal Santacroce, comunque largamente ispirati dall’attività degli stessi Zuccari, sia nelle parti figurate che nelle grottesche, tipiche del gusto ornamentale tardo cinquecentesco databili tra il 1575 e il 1579.  I  due  stemmi Brancaccio vennero senz’altro ridipinti sopra gli originali.

L’anticamera o sala di “Amore e Psiche” presenta nella volta un riquadro centrale equattro scomparti laterali. Al centro tondo con Amore dormiente e Psiche che lo scopre; agli angoli del riquadro centrale figure femminili danzanti. Sui lati lunghi grottesche, insetti, paesaggi (con barche vela e con scorcio fluviale); sui lati corti ancora grottesche, insetti, uccelli e due raffigurazioni di Amore con arco e frecce. La decorazione risale, anche in questo caso, alla fine dell’ottocento ed è, evidentemente, collegata a quella della stanza da letto, rappresentando due momenti dello stesso mito.

La sala di “Mercurio e Psiche”, come detto destinata con ogni probabilità a essere la camera da letto dell’appartamento, presenta al centro della volta Mercurio con caduceo e copricapo alato che conduce in cielo Psiche recante nella sinistra un globo. Agli spigoli della volta cariatidi virili e femminili; nelle vele quattro ovali con allegorie del giorno, della notte, del crepuscolo, dell’aurora inserite tra decorazioni a grottesche. Sulle pareti tendaggi occludono prospettive architettoniche. Recenti sondaggi hanno rivelato la presenza al di sotto dei tendaggi dipinti di affreschi più antichi; per questo e per analogie con altre sale è possibile datare la decorazione all’intervento degli Uceda o, di poco posteriore dei Brancaccio (1860 – 1900 ca.).

Il soggetto è particolarmente illuminante circa l’uso della sala: la scena con ercurio che conduce Psiche al matrimonio con Cupido rappresenta il finale del mito di Amore e Psiche, già descritto nella volta dell’anticamera. Questo mito, già dal Rinascimento, simboleggiava l’unione fra Desiderio e Anima, favorita dal Sonno.

Al centro della volta della sala di “Saturno Crono” è presente una coppia di figure poste su un letto di nuvole. A destra una figura maschile di vecchio recante un falcetto nella mano sinistra e un oggetto avvolto in un velo nell’altra, a sinistra una donna sorregge una tavoletta ed una penna; tra i due un serpente che si morde la coda. Ai lati della volta vi sono, alternati a campiture “a grottesche” agli angoli fiori angeli che sostengono festoni. Sono inoltre presenti figure allegoriche: una, femminile, con accanto un cigno; una seconda che reca una penna ed un cartiglio; due giovinetti di cui, rispettivamente, l’uno strangola due serpenti, l’atro regge le briglie di una cavalla. La sala, di chiaro impianto ottocentesco e, dunque, pertinente agli ultimi restauri compiuti sulla struttura, è decorata con affresco ritoccato a tempera attraverso un impianto iconografico fortemente simbolico ed allusivo. Il vecchio al centro rappresenta il Dio Crono così come il serpente è un antichissimo ciclo del tempo. Le altre figure, invece, sono di difficile identificazione; è ipotizzabile che le figure di giovinetti rappresentino due delle fatiche di Ercole il quale, ancora fanciullo, strangola i serpenti e doma le cavalle di Diomede. La donna con il cigno è forse Leda, la quarta potrebbe rappresentare la Fama.

La sala di “Dedalo e Icaro” presenta criteri stilistici simili alla sala di Crono e risale, come l’altra, alla fase tardo ottocentesca della decorazione del palazzo. L’impianto appare complesso ed è incentrato sulla figura di Dedalo e Icaro, nota allusione alla superbia umana. Nei lati della volta, divinità pagane: Giunone, Io, Ercole, forse l’Abbondanza. Campeggia l’immagine della cicogna che nutre i piccoli, allegoria dell’amore filiale e dell’aquila, altro riferimento alla superbia. Nel resto della sala, completata mediante grottesche, troviamo elementi compositivi, quali l’uva e il pavone che compaiono anche nella volta.

La sala di “Apollo e Aurora” nell’appartamento al primo piano, la prima che si incontra immediatamente accedendo dalla scalinata principale nel cortile, appare maestosa e splendida nella sua decorazione dipinta. Essa, come la attigua sala “del Cardinale”, presenta la decorazione pittorica di più alto pregio artistico del Palazzo e viene attribuita da diversi autori che si sono occupati in diverse opere delle produzioni caratterizzanti il territorio dell’agro romano nel XVI sec. alla bottega di Giovanni Guerra, ispiratosi alle produzioni degli Zuccari.

Al primo piano di Castello Brancaccio è collocata questa Sala che è caratterizzata dalla scena principale nella volta rappresentante il Dio Sole Apollo sul suo carro d’oro che attraversa il cielo mentre Aurora, sua sorella, dirada le nubi e prepara l’orizzonte all’arrivo dell’astro solare. Nelle fasce laterali della volta che compongono con l’immagine principale un ciclo alquanto omogeneo, raffigurazione delle quattro stagioni, figlie di Elio, dei dodici segni zodiacali rappresentanti il tracciato annuale del sole. Completano il tutto figure allegoriche (verità e fedeltà) e si trovano sui lati corti i paesaggi contenenti San Gregorio e Casape. La raffigurazione di quest’ultimo centro è fondamentale per la datazione del ciclo di affreschi; in effetti, il cardinale Prospero Publicola Santacroce, che promosse la costruzione e la decorazione di quest’ala del palazzo che affidò a Giovanni Guerra e alla sua scuola, acquistò il feudo di Casape il 19 giugno del 1575 unendolo a San Gregorio. Da qui la certezza che la datazione degli affreschi va collocata tra il 1575 ed 1579, comunque prima del 1599, data di cessione del feudo a Lotario II Conti, duca di Poli.

Diversa la situazione delle pitture sulle pareti. Il livello delle esecuzioni appare talmente modesto da far pensare o ad aggiunte nettamente posteriori in spazi precedentemente occupati da arazzi o tappezzerie in genere, oppure a sinopie incompiute con scene classicheggianti riferite alla famiglia Santacroce, i cui esponenti ritenevano di discendere da Publio Valerio Publicola, primo console romano dopo Collatino.

 

la “Sala del Cardinale” prevede una prestigiosa decorazione, attribuibile, in linea con quanto affermato per le stanze contermini, a Giovanni Guerra e alla sua scuola, donde una datazione al periodo 1575 – 1579. Il soffitto, interamente a grottesche presenta al centro un colonnato prospettico recante alla sommità vasi di fiori; fa da sfondo un cielo leggermente nuvoloso. In ogni vela della volta una cornice racchiude un paesaggio con ai lati, alternativamente, figure femminili e satiri. Insieme a tre paesaggi campestri, il quarto propone San Gregorio in posizione arroccata. Negli angoli quattro ovali sorretti da sfingi recano divinità pagane. Appare ipotizzabile riconoscere nell’ambiente la stanza del Cardinale Santacroce; in effetti nelle rappresentazioni paesaggistiche sono forse da identificare le opere principali compiute dal Cardinale, di cui si fa cenno nelle rare notizie biografiche di cui disponiamo da fonti, comunque, non sempre attendibili: l’edificazione di una officina olearia e frumentaria, l’edificazione di nuove zone abitative, anche nei pressi del Castello; di aver rinvigorito il feudo di San Gregorio nella sua complessità, di aver tagliato una grande selva per migliorare la viabilità di accesso all’abitato.

L’attuale parco comunale, ex villa appartenente alla famiglia Brancaccio, acquistata dal comune tra il 1968 e il 1981 offre un rilassante percorso immerso nella natura. Potrete sostare  sulle panchine che costeggiano il laghetto, abitato da una propria fauna. All’ interno del parco comunale sono presenti vari giochi per bimbi e un campo da calcio a cinque.

   
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