Alla ricerca di un difficile equilibrio e la politica e cultura nell'Italia del quattrocento

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La caduta di Costantinopoli non valse a far adottare misure concrete per scongiurare una ulteriore
espansione dei turchi in Europa, i regni europei infatti erano alle prese con gravi problemi interni
dopo le crisi e le lotte dinastiche del tre-quattrocento.

Gli stati italiani apparivano esausti dopo i ripetuti ed inutili tentativi di imporre la propria egemonia sulla penisola. A causa di questi tentativi Milano, Venezia e Firenze consolidarono i loro organismi politici e si delinearono su base regionale.
Occorre tornare a parlare del ducato di Milano, dove Filippo Maria Visconti era rimasto solo nel
1412 alla guida del ducato, aveva avviato il recupero dei territori perduti. Filippo Maria Visconti
non si limitò al ripristino del suo territorio ma lanciò i suoi condottieri alla conquista di nuovi
domini. Si formarono quindi diverse reti di alleanze formate da città spaventate per la continua
espansione viscontea, città come Siena e Firenze ed in seguito anche il papa ed il duca di Savoia
strinsero alleanza. Da questo clima distensione scaturì una guerra che durò più di vent’anni (1423-
1447), fu ricca di colpi di scena, intrecciandosi anche con le lotte dinastiche degli stati coinvolti. Per
tenere sotto controllo i comandanti dei contingenti mercenari i principi iniziarono a concedere a
questi personaggi feudi e benefici. Un primo stop alla guerra ci fu nel 1433 con la pace di Ferrara
secondo la quale Venezia poteva tenere i territori conquistati. Il conflitto riesplose già l’anno
successivo ed il ducato di Milano conservò l’iniziativa. Il conflitto andò complicandosi a causa del
coinvolgimento del meridione dove era già in corso una lotta tra gli Angiò e gli Arragona per la
successione a Giovanna II. A Firenze gli insuccessi militari contro il duca di Milano avevano
screditato il potere oligarchico creando le condizioni per l’avvento del potere dei Medici, nella
persona di Cosimo De Medici che diede nuovo slancio all’alleanza con Venezia in funzione
antiviscontea. Un’altra effimera pace venne firmata a Cremona nel 1441 ma nuovamente il conflitto
si riaccese l’anno successivo, questa volta le parti furono sconvolte dalla morte del Duca di Milano
avvenuta nel 1447. Ne rivendicarono l’eredità molto personaggi in vista dell’epoca ma le famiglie
nobili milanesi proclamarono nello stesso anno la repubblica Ambrosiana. Dopo più di vent’anni di
guerra il Ducato di Milano era in preda al marasma più completo, Firenze non aveva ottenuto
vantaggi territoriali dalla guerra pur avendo investito ingenti somme, mentre Venezia era diventata
l’unica potenza esistente in Italia, temuta addirittura dai propri alleati.

Quando Venezia dimostrò la volontà di espandere i propri domini nel lodigiano coloro che si sentivano minacciati, ancora una volta si coalizzarono contro l’aggressore. I Milanesi sconfissero i Veneziani presso Caravaggio nel
1448 e nel 1450 Francesco Sforza venne nominato Duca. Venezia non si diede per vinta e riprese
l’offensiva contro Milano dopo aver stretto un’alleanza con il Ducato di Savoia e il re di Napoli,
portando avanti la guerra per altri tre anni. Il clima fu nuovamente scombussolato dalla caduta di
Costantinopoli e dal successivo appello del papa contro i turchi. Venezia mise fine alla guerra per
concentrarsi sui suoi domini orientali che sarebbero stati quelli più interessati dall’avanzata turca. Si
giunse quindi alla pace di lodi, firmata nel 1454 che sancì la definitiva ascesa di Francesco Sforza
come Duca di Milano ed il riconoscimento delle conquiste venete in Lombardia. Per rendere più
stabile la pace Milano, Venezia e Firenze diedero vita alla Lega Italica che venne estesa l’anno
seguente al papa, al re di Napoli e a Borso D’Este. La Lega aveva lo scopo di impedire qualsiasi tipo
di tentativo espansionistico ai danni degli stati aderenti. L’accordo aveva durata di venticinque anni
e contemplava anche la formazione di un esercito comune la difesa che però non venne mai
realizzato. Delineando un quadro degli stati italiani dopo la pace di Lodi troviamo Venezia, concentrata sulla difensiva dei propri interessi commerciali e dei suoi possedimenti orientali.

Venezia perse nel 1470 l’isola di Eubea ma acquistò Cipro dall’ultima regina. Il rapporto con i turchi risultò sempre estremamente precario all’interno di un accordo che prevedeva per i veneziani libertà di commercio in cambio del pagamento di tasse doganali non troppo gravose.
A Milano Francesco Sforza non era più pressato dai veneziani, potendo cosi iniziare ad impegnarsi
affondo per ottenere consensi per la sua dinastia e rafforzare il proprio potere. Operava attivamente
al livello diplomatico per creare un asse con Firenze e Napoli da porre a difesa degli equilibri
italiani, favorì all’interno del suo dominio la ripresa dell’attività agricola e manifatturiera. Con
l’avvento al potere del figlio Galeazzo Maria iniziarono le prime difficoltà che culminarono con il suo assassinio nel 1476. Il potere dopo un breve conflitto dinastico venne reclamato da Ludovico il Moro.

Tra Milano e Venezia stava il Marchesato di Mantova retta dai Gonzaga che dopo aver esteso
i propri domini verso il lago di Garda dovette faticare non poco per mantenersi in equilibrio nel difficile clima politico italiano. In una situazione simile si trovavano gli Estensi di Ferrara, Modena e Reggio, da tempo soggetti alla pressione veneziana che ottenne vaste conquiste grazie alla pace di Bagnolo stipulata nel 1484 a seguito di un conflitto esploso per contrastare la politica nepotista di Sisto IV. Si trova inoltre nel settentrione il principato di Trento, i Marchesati di di Saluzzo, Monferrato e Ceva e la Contea di Asti, tutti retti da dinastie di origine feudale. Il Ducato di Savoia gravitava nell’orbita della Francia almeno fino al 1478 quando ne divenne un effettivo dominio.
La Repubblica di Genova si presentava molto debole dato che aveva evitato di assumere impegni
militari seri per concentrarsi sulla sua politica commerciale non rifiutandosi in alcun periodo di
essere dominata da francesi, milanesi o dal pontefice. Altre città ad aver mantenuto ordinamenti
comunali furono Siena, Lucca e Bologna, quest’ultima però alla fine cadde come dominio dello
stato pontificio. Roma o meglio lo stato pontificio vide riconosciuta la propria sovranità in buona
parte della Romagna alla quale comunque fu lasciata molta autonomia a varie realtà comunali. Nella politica italiana della metà del quattrocento Firenze grazie ai suoi governanti esercitò il suo dominio su un’area paragonabile alla metà del territorio complessivo di Venezia. Il merito fu della politica estera attuata dai Medici. La politica estera medicea venne caratterizzata da un costante opportunismo per frenare i vari pericoli espansionistici da Venezia, da Milano e dal Regno di
Napoli.

L’inizio del potere Mediceo fu caratterizzato dal quasi nullo riconoscimento formale al loro
potere che si reggeva in piedi grazie alla solidità economica della famiglia. I Medici puntarono
quindi alla “manomissione” delle entità comunali già esistenti non avendo la forza per abolirle
totalmente. Proprio per questa mancanza di legittimità non mancarono famiglie che considerando i
giochi ancora aperti non mancavano di organizzare congiure. L’origine della calda situazione
fiorentina era da ricercare nella politica nepotistica di Sisto IV che pretendeva dai Medici il denaro
per riscattare Imola e darla in signoria al nipote. Al rifiuto dei Medici il pontefice si rivolse la
famiglia dei Pazzi che accettarono di versare la somma richiesta ed organizzarono una congiura con
la collaborazione di Girolamo Riario che vedeva dei Medici un ostacolo alla sua espansione in
Romagna. La congiura fu fissata per il 26 aprile 1478. il risultato fu l’assassinio di Giuliano De
Medici e il ferimento di Lorenzo, la reazione popolare portò all’uccisione di molti dei Pazzi e dello
stesso arcivescovo Salvati. La reazione papale non si fece attendere, Lorenzo De Medici venne
scomunicato e Firenze venne dichiarata interdetta. Il papa inoltre dopo aver portato dalla sua parte il
Re di Napoli e Siena sconfisse Firenze presso poggio imperiale. Lorenzo allora si recò a colloquio
con il Re di Napoli col quale strinse alleanza lasciando quindi solo il papa, che non poté far altro che venire a patti, firmando un accordo nel 1480 che prevedeva il ritorno allo status quo e
l’annullamento dell’interdetto su Firenze.

L’alleanza con Milano e Napoli resse assai bene specie
durante la rivolta dei baroni nel meridione, alla quale aderirono personaggi di altissimo livello.
Innocenzo VIII nonostante la pazienza di Re Ferrante di trovare una soluzione diplomatica, non
esitò a ricorrere alle armi chiedendo anche l’aiuto di Venezia. La diplomazia di Lorenzo il
Magnifico era in piena attività per bloccare il dilagare del conflitto giungendo quindi alla pace nel
1486 nella quale il Re si impegnava a pagare un contributo regolare alla chiesa in segno di
vassallaggio, a perdonare i baroni ribelli e ad accettare l’invio di un legato pontificio che avrebbe
dovuto occuparsi dei rapporti con i feudatari. Re Ferrante però ottenuto l’obiettivo di dividere il
fronte avversario punì tutti i personaggi in vista che parteciparono alla rivolta facendoli arrestare e
giustiziare dopo un sommario processo.

Con la morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492 si chiuse
per l’italia un periodo dove era possibile risolvere rapidamente i vari conflitti. Con l’avvento al
potere di Lorenzo il Magnifico l’Italia aveva raggiunto il massimo del suo elevamento culturale
iniziato verso la fine del trecento da uomini letterati come Coluccio Salutatio Leonardo Bruni che
prendendo esempio da Francesco Petrarca di diedero grande fervore per recuperare le opere di
scrittori classici. Il loro scopo era quello di superare la mentalità medievale e riaccostarsi alle opere
classiche per comprenderne il vero significato. Proprio in questo periodo, il medioevo venne considerato come un periodo negativo nel suo complesso poicé conobbe una decadenza in tutti i
campi del sapere. L’ideale della nuova cultura umanistica si proponeva di riprendere il colloquio
con gli autori antichi per farne nuovi modelli di formazione di imitazione. Questo periodo vide
anche la nascita della filologia ovvero del metodo critico nell’esame dei testi antichi e di ogni forma
di espressione e di pensiero che divenne in seguito una componente essenziale del pensiero
umanistico. La nuova disciplina filologica permise di dimostrare la falsità della donazione di
Costantino a papa Silvestro.

Un episodio che accelerò il recupero della cultura classica fu senz’altro
la conquista di Costantinopoli che provocò il trasferimento di diversi ecclesiasti e dotti bizantini.
L’umanesimo però aveva un’ambiguità di fondo dato che l’esaltazione della cultura classica
implicava anche il’esaltazione del mondo pagano il che rendeva problematico il rapporto con la
cristianità che i più tendevano ad eludere. Vi furono poi casi di filosofi che pubblicarono opere nelle
quali il cristianesimo veniva integrato perfettamente nella filosofia platonica. La nuova corrente di
pensiero ebbe i suoi punti di forza in alcuni centri ed in alcuni gruppi di intellettuali: Firenze, che
ne fu la culla e Roma che fu l’unico centro in grado di tenere il passo con Firenze, per poi superarlo
all’inizio del cinquecento. Anche la corte angioina di Napoli divenne un importante centro
umanistico. Anche a Milano Ludovico il modo attuò una buona politica per quanto concerne il
mecenatismo. Le corti europee ed italiane però non videro solo la grande produzione artistico – letteraria ma anche quella musicale. Il quattrocento vide la nascita del professionismo facendo di conseguenza diventare richiesti i musicisti di fama. Il quattrocento vede la netta egemonia della musica fiamminga specialmente nel campo della musica sacra. L’epoca d’oro per la musica italiana sarà il cinquecento che vedrà finalmente l’imporsi di artisti italiani.

Nello stesso periodo si andava configurando una nuova figura nelle corti italiane ed europee, l’ambasciatore. Di ambasciatori ne erano sempre esistiti fin dall’antichità ma si trattava di inviati occasionali. L’intensità delle relazione
che si svilupparono nel corso del quattrocento portò al prolungamento delle missioni diplomatiche
trasformando il semplice inviato in un ambasciatore che dimorava stabilmente nella corte ospitante.
Un ambasciatore doveva scrivere almeno una volta ogni due-tre giorni che affidava poi a corrieri
incaricati della consegna. Al servizio degli ambasciatori vennero create anche le “poste” ovvero
stazioni per il cambio dei cavalli organizzate da osti e mercanti per velocizzare le operazioni di
consegna della corrispondenza.

Contemporaneamente veniva operata una centralizzazione degli
organi statali specialmente per il settore fiscale e legislativo-giudiziario.

Gli interventi in campo fiscale erano dettati dalla necessità di far accrescere le entrate statali le cui risorse erano assorbite dal potenziamento dell’apparato burocratico, altre erano assorbite dal settore militare. Ora infatti si
puntava all’arruolamento di eserciti stabili, dipendenti direttamente dal principe. Questa opera
riformatrice non permise tuttavia ai piccoli stati italiani di poter competere con le maggiori
monarchie europee che potevano contare sul sentimento nazionale e sulla assoluta fedeltà del
popolo verso il potere regio.

Questa grande differenza apparirà evidente nel 1494 quando Carlo VIII
di Francia scenderà in Italia. Le guerre d’Italia porteranno come conseguenza la dispersione in
Europa di letterati ed artisti che diffonderanno l’arte e la cultura italiana in Europa comunicando ad
un pubblico più ampio un secolo e mezzo di studi e ricerche.

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