Alcmane: frasi, citazioni, poesie e frammenti del poeta greco

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Alcmane nacque a Sardi, in Asia Minore, nella seconda metà del VII sec. a.C., vivendo tuttavia per lo più a Sparta dove, condotto come schiavo, fu liberato e studiò alla scuola di Terpandro. Si occupò di generi vari, anche se celebri sono i suoi Parteni, ossia una forma leggera di lirica corale che svaria nei temi dalla solenne proposizione di un mito a motivi scherzosi o umoristici.

Notevoli sono i frammenti nei quali si descrive la quiete di un paesaggio notturno in Laconia, o ancora il lamento del poeta per non essere un Cerilo, vale a dire il maschio degli Alcioni, il quale, una volta invecchiato, è trasportato dalle femmine sul mare.

Nel XIX secolo fu ritrovato un intero Partenio nel quale si celebrava la vittoria dei Dioscuri sugli Ippocoontidi. Alcmane, del quale ci restano circa cento frammenti, è il primo che sostituisce la grande strofe corale, composta da strofe, antistrofe ed epodo, all’impostazione più breve della lirica lesbica.

  • L’esperienza è l’inizio della conoscenza.“
  • C’è un castigo che viene dagli dèi. | Felice chi è sereno | e trascorre il suo giorno | senza pianto.“
  • Dormono le cime dei monti e le gole, i picchi e i dirupi, e le schiere di animali, quanti nutre la nera terra, e le fiere abitatrici dei monti e la stirpe delle api e i mostri negli abissi del mare purpureo; dormono le schiere degli uccelli dalle ali distese.“
  • Beato colui che sereno, senza pianto, intesse la trama del giorno.“
  • O dèi accogliete i nostri voti: in voi | è il principio e la fine.

 

Di seguito, dopo le frasi di Alcmane più famose, riportiamo le sue poesie più conosciute:

 

Armi e poesia

Move di contro all’armi
il soave poetare.

(NOTTURNO)

Dormono le cime dei monti, e le gole,
le balze e le forre;
la selva e gli animali che nutre la terra nera:
le fiere dei monti e la stirpe delle api,
e i pesci nelle profondità del mare agitato.
Dormono le stirpi degli uccelli, dalle ali distese.

(IL CERILO)

O fanciulle che il dolce suono seguite con soave
voce, non più le membra ho docili. Fossi il cerilo
che con le alcioni passa sereno sul fiore dell’onda,
uccello di primavera, colore delle conchiglie!

(Trad. Salvatore Quasimodo)

(PARTENIO DI AGESICORA)

Esiste una vendetta degli dei. Felice chi sereno
la giornata trascorre senza pianto. Ma io canto
la fiaccola di Àgido: la vedo come un sole; Àgido
ci attesta che il sole splende ancora; ma né in bene né in male la nobile maestra dei cori
mi consente che di lei si parli; eppure ci appare
eccezionale, come se in armento pascente si conducesse cavallo
gagliardo, vincitore di premi, che con lo zoccolo scalpita nell’ala del sogno.
Non la vedi? Quella è cavallo da corsa enètico. Qui la chioma
della mia compagna Agesìcora ha riflessi
di purissimo oro; argento pallido è il volto;
a chiare parole ti debbo parlare? È proprio Agesìcora,
seconda dopo Àgido, per bellezza,
galopperà come cavallo colassèo dietro un ibéno.

(Traduzione della poesia di Alcmane di Francesco Dalla Corte)

 

Questo infine è il testo tradotto in italiano del Partenio I di Alcmane:

« C’è un castigo che viene dagli dei.
Felice chi è sereno
e trascorre il giorno
senza pianto. Io canto,
la luce di Agido. La scorgo come
un sole, e così a noi Agido rivela
il suo splendore. Io non lodo o rimprovero
la famosa corifea
in alcun modo. Essa spicca
come, in mezzo all’armento
che pascola, un cavallo
dal piede sonante, uso a vincere,
veloce più dei sogni, nelle gare.
Non la vedi? E’ come cavallo
veneto. Ma anche la chioma sciolta
della compagna Agesìcora
ha riflessi d’oro limpido.
E il suo volto è d’argento.
Ma che dirò più chiaramente?
Essa è Agesìcora:
Più bella dopo Agido,
correrà con Ibeno quale cavallo Colasseo:
così insieme le Pleiadi, quando
avanti l’alba portiamo il velo,
come fa l’astro di Sirio, nella notte
dolcissima lottano sollevandosi in altro.
Non ho tanta ricchezza di porpora
per reggere alla gara,
né un’armilla tutta d’oro
a forma di serpente e mitra lidia
ornamento delle fanciulle
dai teneri occhi,
né i capelli di Nanno;
non sono Arete divina
né Tìlaci o Clesìtera.
Né potrei dire nella casa di Enesìmbrota:
“Fosse con me Astàfi
e mi vedesse Fililla
e Damàreta e la cara Viantémi.”
Ma mi conforta Agesìcora.
Non è forse con noi Agesìcora
dalla bella caviglia,
che accanto ad Agido,
allieta la festa dell’offerta?
O dèi accogliete i nostri voti: in voi
è il principio e la fine. “Corifea,”
vorrei dire “la vergine che parle,
invano ha vociato come nottola
dall’alto d’una trave, ma vuole
piacere moltissimo all’Aurora
perché ha reso lievi i nostri affanni,
come ora le fanciulle
per grazia di Agesìcora
avranno dolce quieta.”
Così i cavalli legati alle sbarre
aiutano ai lati l’altro carro in corsa;
così bisogna docili seguire
sulla nave il pilota.
Quando canta Agesìcora
non uguaglia le sirene,
che sono dee; ma in gara
con undici fanciulle ne vale dieci.
La sua voce è del cigno
che s’ode lungo
le correnti dello Xanto.
E la sua chioma desiderata… »
(Alcmane, fr. 3 Calame, vv. 36-101)


Commento alle frasi e alle poesie di Alcmane

Fu considerato l’inventore della poesia melica e della lirica amorosa oltreché cantore di imenei, anche se celebri sono i suoi parteni, ossia una forma leggera di lirica corale che svaria nei temi dalla solenne proposizione di un mito a motivi scherzosi o umoristici, svolta in onore degli dèi (Artemide, Apollo, Zeus, Afrodite). I parteni (da παρθένος,”vergine”) erano destinati all’esecuzione da parte di un coro di fanciulle durante rituali iniziatici, in cui si articolava il processo di educazione della gioventù spartana, in particolare per le ragazze.

Uno dei temi più ricorrenti nei frammenti di parteni è l’amoreː scopo di questo procedimento pedagogico era infatti educare le fanciulle al loro futuro ruolo di madri e di mogli nella società, e dunque era di fondamentale importanza trasmettere le consuetudini fondamendali che regolano la sfera dell’eros. A giudicare da alcuni lunghi frammenti che ci sono pervenuti (il principale è il Partenio I), sembra che le fanciulle, riunite in istituzioni affini ai tiasi di Lesbo, avessero rapporti omoerotici non solo con la maestra (come accadeva a Lesbo), ma anche fra di loro; esse erano infatti in una condizione di pari livello, in cui l’unico elemento gerarchico discriminante era la bellezza (sotto questo aspetto viene presentata Agesìcora, che per questo motivo viene scelta come corega).

Notevoli sono i frammenti nei quali si descrive la quiete di un paesaggio notturno in Laconia, o ancora il lamento del poeta per non essere un cerilo, vale a dire il maschio degli alcioni, il quale, una volta invecchiato, è trasportato dalle femmine sul mare.

Alcmane è il primo che sostituisca la grande strofe corale, composta da strofe, antistrofe ed epodo, all’impostazione più breve della lirica lesbica. Lo stile letterario, seppur definibile corale, è da considerare come un’anticipazione del genere suddettoː un piccolo esempio può essere rappresentato dalla presenza di una non definitiva voce dominante e, prendendo in analisi anche pochi versi dei suoi componimenti, suscita curiosità vedere un continuo cambiamento di soggetto (dal noi si passa all’io soggetto). La poesia corale è rivolta all’intera collettività, sicché l’uditorio a cui Alcmane si rivolgeva era costituito dalla comunità cittadina. Il poeta diventa il portavoce della vita associata, e la poesia veniva cantata durante cerimonie religiose di rilevanza sociale e politica.

Il dialetto di Alcmane è il dorico letterario, caratteristico della lirica corale, che presenta molti elementi comuni all’epos e alla lirica eolica. Frequenti sono gli elementi dialettali che completano l’impasto linguistico.

 

 

   

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